TENET, forse stiamo esagerando

“Non tentare di comprenderlo. Sentilo.”

Mai citazione fu più azzeccata per coglierne l’essenza, nonché lo spirito con cui si dovrebbe approcciare l’ultima pellicola di Christopher Nolan.

Perché Tenet è un film pericoloso se approcciato nella maniera sbagliata, è un viaggio senza ritorno nella “problematica” mente di un Nolan all’apice della sua complessità creativa. Se manipolare le leggi della meccanica quantistica è un gioco da ragazzi per il regista londinese, scherzare con l’intelligenza dello spettatore è ben altra cosa; ecco perché Tenet è un film da vedere a cuor leggero e a mente libera, senza sforzarsi nel tentativo di dare una spiegazione a tutte le cose “anomale” che accadono a schermo, altrimenti si rischia il black-out ben prima dei titoli di coda.

Non che sia una novità, chiaro. Il cinema di Christopher Nolan è da sempre sinonimo di complessità. L’intreccio narrativo che caratterizza le sue opere, la non linearità temporale degli eventi e i suoi contenuti che giocano apertamente con le leggi della fisica dividono da sempre, in maniera netta, il pubblico. Chi vi scrive, oltre ad essere un’appassionato e studioso di materie scientifiche, prova da sempre ammirazione per le pellicole del regista inglese e per la sua particolare visione del cinema, volta a instaurare con lo spettatore un rapporto quasi di sfida, del tipo “la mia storia è semplice ma ora ti confondo le idee, vediamo se riesce a starmi dietro“. Una sorta di “ego fuori controllo” quello di Nolan il quale, conscio di avere una buona formazione di base, delle idee tutto sommato brillanti e le giuste tecnologie – nonché il budget – a disposizione, ogni volta catapulta lo spettatore all’interno di un racconto disarticolato, distorto e ricomposto da qualche parte nello spazio-tempo, mostrando a tutti chi ce l’ha più lungo. E sbattendoti in faccia le sue regole, ben precise e confinate, che vanno capite quanto prima per tenere il filo della narrazione senza arrivare storditi alla fine.

Per chi come me ha bisogno di avere sempre tutto “sotto controllo”, la visione di ogni nuovo film di Nolan è sempre una sfida stimolante, ma anche snervante, non riesco proprio a godermi un singolo fotogramma senza comprendere a fondo il motore scatenante di quel singolo fotogramma, il come e il quando, da dove è venuto e dove sta andando. Insomma per farla breve ed entrare in tema, avere il pieno controllo della sua entropia.

In Tenet tutto questo è mentalmente impossibile. Il film corre via veloce fin da subito, scaraventando lo spettatore nel pieno dell’azione adrenalinica di un assalto al Teatro dell’Opera di Kiev, non dandogli il tempo di capire cosa stia succedendo e perché. E le cose peggiorano quando vengono introdotti – male – i primi concetti di fisica “fai da te” sul comportamento del tempo intrinseco in alcuni oggetti; in men che non si dica siamo già alienati dalla pellicola, assistiamo impotenti allo scorrere di immagini a schermo senza alcun apparente nesso logico, basiti innanzi all’escalation dell’entropia nolaniana. A memoria, neanche durante il corso di Meccanica Razionale ero mai andato così in difficoltà.

Ma perché è così difficile seguire Tenet?

In effetti la sua trama è quanto di più semplice si possa immaginare; se dovessi raccontarla in poche parole a chi non ha visto il film, sarebbe una cosa del tipo: “un cattivo russo ha in mano un dispositivo per la fine del mondo, un agente segreto ha il compito di fermarlo“. Tutto qui, niente di più semplice. La pellicola ha tutti i connotati della classica Spy Story alla James Bond, o del nuovo capitolo della saga di Mission Impossible; in Tenet non c’è davvero nulla di innovativo nel plot narrativo, ci sono i classici inseguimenti, le sparatorie, gli abiti alla moda, il cattivone di turno, tutti i cliché del genere sono al loro posto.

Ma, quindi, cos’è che rende Tenet così complicato da seguire? Il fatto di essere un film di Nolan è già un indizio, perché lo sappiamo, al regista londinese non piace mai raccontare una storia semplice e lineare, deve per forza incasinare tutto. E questa volta lo fa partendo tutto sommato da un’idea brillante; peccato che poi si perda irrimediabilmente nel suo sviluppo, ma andiamo con ordine.

“Viviamo in un mondo crepuscolare”

L’idea di base della pellicola è il concetto di inversione temporale. In un futuro non meglio precisato, colpito da un cataclisma causato dagli errori della generazione presente, è stata inventata una tecnologia che consente di “invertire” il normale scorrere del tempo e ripercorrere gli eventi a ritroso. Questa tecnologia può essere applicata anche agli oggetti ed è stata impiantata in un algoritmo, una sorta di congegno meccanico scomposto in nove elementi che vengono rispediti indietro nel tempo. Nel presente, l’algoritmo finisce nelle mani di un criminale russo malato di tumore il quale, in accordo con l’umanità del futuro – non si capisce in quale modo – decide di trascinare l’umanità del presente nel suo tragico destino, cancellando così la generazione colpevole del futuro disastro. In questo scenario entra in gioco il nostro eroe, l’agente segreto senza nome al servizio della Tenet, un’organizzazione creata allo scopo di vigilare sull’intero loop temporale generato, con l’ingrato compito di sventare l’imminente apocalisse.

Tuttavia, se il concetto di “reverse” introdotto da Nolan è geniale nelle intenzioni, nella messa in pratica finisce per creare una confusione senza precedenti, rendendo di fatto tremendamente complicato tenere il filo di una storia che in realtà non lo è affatto. A schermo la tecnologia ci viene mostrata la prima volta con l’esempio della pallottola che rientra nella canna dell’arma da cui è stata esplosa. Pochi minuti dopo ecco la scienziata di turno che spiega al nostro “Protagonista” – si chiama davvero così, non ha un altro nome – come nel futuro sia possibile invertire gli oggetti grazie ad un’inversione di entropia e, nel caso specifico, come una pallottola invertita possa fare molti più danni di una normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. In realtà all’inizio sembra tutto dannatamente interessante, finalmente un qualcosa di nuovo sul tema, non vediamo l’ora di vedere come verrà sfruttata questa incredibile tecnologia. Ve lo dico subito: malissimo, e la puzza di bruciato inizia a sentirsi già verso la metà del film, quando si arriva alla fatidica sequenza del “tornello“.

Perché in realtà la misteriosa e mirabolante inversione temporale altro non è che uno specchietto per le allodole; le allodole siamo noi, e lo specchietto serve ad introdurre l’ennesimo, inflazionato e stra-abusato concetto di viaggio nel tempo. Evviva. Il tornello è “chiaramente” un tornello temporale, ci entri in avanti, esci dall’altra parte andando all’indietro. Nel senso che dall’altra parte sei tu ad andare all’indietro, il mondo va avanti sempre e comunque, sei tu l’oggetto invertito che procede al contrario, parla al contrario e quindi può tornare indietro nel tempo. Indossando una mascherina per l’ossigeno, altrimenti i polmoni invertiti non riescono a gestire l’aria che procede nel verso normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. Ah, e se prendi fuoco ti congeli. E, diamine, almeno qualcuno ci spiega come è stato realizzato quel maledetto tornello nel presente, se la tecnologia ancora non esiste? D’accordo Christopher, non vogliamo sapere neanche questo.

A metà film è chiaro quindi come la pellicola abbia raggiunto la fine, da lì in avanti si procede a ritroso, con i nostri eroi che vanno letteralmente all’indietro, incontrando gli stessi del passato che vanno in avanti, in una confusione scenica che ci accompagna sino ai titoli di coda. Titoli di coda ai quali si arriva inevitabilmente con il mal di testa, e con quella sensazione di insoddisfazione non tanto per non aver compreso il finale, quanto per le dinamiche che ci hanno condotto sin lì.

“Nessun amico al tramonto”

Un vuoto dentro, un vuoto freddo come il film, perché ad aggiungersi alla complessità visiva generale, che detto tra noi ci può anche stare – alla fine è sempre un film di Nolan – c’è una caratterizzazione dei personaggi praticamente inesistente. Ed è questo il vero, grande problema del film. Dannazione Christopher, ma come faccio ad appassionarmi al tuo film, che già faccio fatica a seguire, se non so praticamente nulla dei suoi personaggi? Del “protagonista”, interpretato dal buon John David Washington figlio del più famoso Denzel, non sappiamo niente, del suo passato, delle sue motivazioni, di nulla; lo troviamo lì, che va avanti, poi indietro, senza farsi mai troppe domande sugli eventi bizzarri che gli capitano attorno – e già questo è sconvolgente di suo – per poi scoprire alla fine della fiera che in realtà è stato proprio lui a fondare la Tenet nel futuro e a reclutare il sé stesso del presente, nonché tutti gli altri comprimari. Una rilevazione che purtroppo non risulta per nulla interessante, non perché non lo sia, ma perché arriva con una bella dose di apatia generale ad uno spettatore ormai stordito. Ben più interessante sembra essere il comprimario Neil, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Robert Pattinson, se non fosse che anche il suo personaggio manca del più benché minimo approfondimento, risultando alla fine freddo quasi quanto tutto il resto. Non c’è eccezione a questo dogma intrinseco del film, neanche per il villain Andrei Sator, un Kenneth Branagh senza infamia e senza lode, mai a pieno agio in una parte evidentemente non sua. E per l’immancabile Bond /Tenet Girl della Spy Story, Elizabeth Debicki alias Kat, unico personaggio con un minimo di background seppur poco rifinito, nonostante sia la sola a restituire un pò di umanità a schermo.

L’assenza totale di caratterizzazione stona con il livello complessivo di recitazione regalato dal cast, rendendo di fatto impossibile l’empatia con i personaggi; ma si tratta di una precisa scelta registica, al centro della scena devono restare l’azione e il tema dell’inversione temporale. Peccato però che quello che doveva essere il punto di forza finisca inevitabilmente per essere solo un confusionario anello debole. Per tutta la durata del film si ha una costante sensazione di mancanza, sembra mancare sempre qualcosa, che siano spiegazioni un pò più chiare e coerenti di fatti astrusi o addirittura intere sequenze. Durante la mia prima visione, sono sincero, ero convinto che avessi perso conoscenza, dovevo per forza essermi perso qualcosa perché c’era troppa confusione nel montaggio; la seconda visione mi ha confermato che in realtà non ero svenuto, la pellicola è confusionaria di suo. E quando si ha la netta percezione di scene mancanti, di qualcosa che non torna, e non perché deve rimanere volutamente un mistero ma perché è stato spiegato male, è segno che il film non ha fatto il suo dovere.

E non voglio neanche scomodare l’enigma del palindromo alla base dell’intera pellicola di Nolan, il celebre quanto misterioso quadrato del Sator che recita: “SATOR-OPERA-TENET-AREPO-ROTAS” per il quale potrei aprire altre cento parentesi senza trovare alcun nesso logico con il tema del film. Non ci sono significati profondi o nascosti – o almeno io non li ho trovati – se non una quantomai casuale attribuzione dei suddetti nomi a diversi soggetti presenti all’interno del film per far tornare i conti, un pretesto per giustificare il suo impiego all’interno di un racconto nel quale non ce n’era davvero bisogno. Un MacGuffin, insomma.

“L’ignoranza è la nostra salvezza”

Perfetto! Ce lo dice proprio il film, anzi lo ripetono di continuo al protagonista che per giunta non sembra neanche porsi troppe domande al riguardo, quindi che motivo abbiamo noi di affannarci così tanto a risolvere il mistero. Quello che ho capito – perché in fondo qualcosa l’ho capita in questo film – è che bisogna guardare Tenet a cuor leggero, senza l’ossessione di voler comprendere tutto. Per quanto ci si possa provare e, fidatevi, le ho provate tutte, addirittura mettendo in pausa e riavvolgendo le scene già invertite con il rewind – si lo so, è complicato – per ricomporre il flusso degli eventi, resta sempre qualcosa di inafferrabile, il più delle volte si corre il rischio di aprire una scatola per trovarne all’interno altre due.

Tenet è dunque un film da vedere? Ma certamente, dovete “flipparvi” il cervello pure voi. Battute a parte, qualcosa di buono c’è in effetti, come la fotografia generale e la colonna sonora a temi invertiti firmata Ludwig Göransson. E, ovviamente, le scene d’azione, certo caotiche, ma di una confusione tecnicamente memorabile; vedere soldati che avanzano accanto ad altri che indietreggiano, palazzi distrutti che si ricompongono per poi crollare di nuovo, è un’esperienza visiva unica nel panorama cinematografico, e pure divertente (in realtà volevo dire comica ma ho già scritto troppe cattiverie).

Chi avrà la capacità di approcciare Tenet con la giusta spensieratezza, potrà sperimentare un paio d’ore di caotico intrattenimento, tutto sommato il film è un perfetto e costosissimo esercizio di stile, asettico ma meritevole di essere quantomeno visto.

Ma senza porsi troppe domande, mi raccomando. Fa male all’entropia.

Il cinema di Tarantino

Amo Quentin Tarantino. Il suo cinema, si intenda. E adoro i suoi film.

Me ne sono innamorato ancora giovanissimo un giorno a scuola quando, durante i giorni dell’occupazione – un classico di fine novembre – gli studenti più grandi, in quella che ribattezzarono “l’aula cinema”, mi mostrarono per la prima volta Le Iene. Al tempo non conoscevo ancora Tarantino, né avevo idea di cosa aspettarmi da quel film.

Rimasi estasiato. Furono sufficienti i primi dieci minuti per realizzare che avrei adorato quello stile di cinema, nulla era ancora accaduto a schermo, la trama neppure accennata eppure ero già coinvolto nell’intera vicenda. L’oggetto della discussione, tra quelli che presumevo fossero i protagonisti, era il significato di “Like a Virgin“ di Madonna, nulla a che fare con il plot narrativo del film. Il linguaggio diretto e ironico, la costruzione spontanea dei personaggi, i dialoghi che si prendono la scena, sostituiscono l’azione e sono il pilastro attorno al quale si sviluppa l’intera vicenda. Fu come un’illuminazione.

Bastarono quei primi dieci minuti per cambiare la mia visione del cinema. E bastano quei primi dieci minuti per spiegare a chiunque l’essenza di quello che, di lì a poco, sarebbe diventato il cinema “tarantiniano”.


1992. Le Iene

“Fate Mezzogiorno di fuoco in una gioielleria e vi sorprendete perché arrivano gli sbirri?”

Eddie

Le Iene racconta di una rapina andata male; una rapina che non viene mai mostrata a schermo, eppure lo spettatore è come se ne avesse preso parte. La lenta ricostruzione dei fatti è affidata unicamente ai dialoghi dei sei partecipanti al colpo i quali, rifugiatisi all’interno di un capannone abbandonato, iniziano a ragionare sulle cause della disfatta e a sospettare l’uno dell’altro, in una spirale di delirio che conduce inesorabilmente la banda all’autodistruzione.

Dialoghi taglienti e ironici, diretti, pieni di digressioni apparentemente senza senso, semplicemente geniali nella scrittura. Tanti dialoghi, e tanta, tanta violenza. Forse anche troppa. Perché il cinema di Tarantino è anche questo. Una celebrazione della violenza che diventa “arte” tra le mani del regista, le scene più crude oggi sono sequenze emblematiche, fanno parte dell’immaginario collettivo, al punto che la grottesca ironia intrinseca nelle stesse supera il concetto di brutalità e ferocia che esse palesano.

In questo senso, una delle sequenze più celebri del film, la scena della tortura messa in atto da Mr. Blonde (Michael Madsen) ai danni di uno sventurato poliziotto, sulle note di “Stuck in the Middle with You”, è l’esempio perfetto che sintetizza il paradosso della violenza tarantiniana: una scena che lo stesso attore, appena divenuto padre, si rifiutò più volte di girare, che addirittura fece abbandonare la sala a Wes Craven durante una delle prime proiezioni, è oggi una delle sequenze più iconiche e riconoscibili del cinema moderno, fonte di citazioni più disparate e meritevole di action figure dedicate.

Le Iene oggi è considerato un cult, l’inizio di una lunga carriera dietro la macchina da presa che ha cambiato per sempre la storia del cinema. Ma l’accoglienza del pubblico non fu così calorosa: si parlò di violenza gratuita ed eccessiva, ci fu anche chi accusò Tarantino di plagio; certamente non si può dire che il film passò inosservato. Fu evidente come quel genere di cinema necessitava di tempo per essere metabolizzato dalla massa, come puntualmente colto dalla critica:

“Non penso che il pubblico fosse pronto. Non sapevano cosa fare con Le Iene. Fu come il primo film muto, quando la gente vide il treno che arrivava verso la telecamera e uscì dalla sala di proiezione.”

Jami Bernard, New York Daily News

Se la prima opera del regista di Knoxville si può etichettare come qualcosa di inaspettato e rivoluzionario, è con la seconda, nel 1994, che arriva la prima, vera consacrazione.


1994. Pulp Fiction

“Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”

Ezechiele 25,17

Chi ama il cinema di Tarantino probabilmente conosce questi versi a memoria; sfido chiunque abbia visto il film la prima volta ad ammettere di non essere corso a procurarsi una Bibbia per ritrovare il passo in questione – in realtà fittizio – nel libro di Ezechiele; oggi basta digitare il nome del profeta su Google che subito appare il celebre versetto, e penso questo sia sufficiente a dare l’idea dell’impatto che avuto il cinema di Tarantino sulla nostra cultura di massa.

Il versetto, qui recitato da un Samuel L. Jackson in stato di grazia, diventa la classica frase ad effetto da elargire prima di un’esecuzione a sangue freddo. Perché questo è quello che fanno i gangster nella Los Angeles di Tarantino, la giornata tipica di Jules Winnfield, appunto Jackson, e Vincent Vega, nel ruolo che vale la rinascita per John Travolta. L’intero film vanta un cast incredibile: da Bruce Willis nei panni del pugile Butch, ad Harvey Keitel, l’indimenticabile Mr. Wolf che “risolve problemi”, fino ad arrivare ad una giovanissima, e sorprendente, Uma Thurman, il cui volto divenne di fatto il simbolo di Pulp Fiction; la sua posa sul letto con la sigaretta tra le dita, la pistola e la rivista pulp accanto, è senza ombra di dubbio una delle locandine più iconiche della storia del cinema.

Pulp Fiction è un mosaico di sequenze memorabili, in cui interi dialoghi sono costruiti su fatti o eventi mai portati a schermo – come dimenticare in tal senso il celebre “massaggio ai piedi” – ma necessari a introdurre i diversi personaggi in scena e che fungono da collante tra i vari capitoli. Un nuovo modo di fare cinema, in cui scambi di battute taglienti ed ironiche si alternano ad una violenza gratuita, trattata il più delle volte con leggerezza, una sorta di umorismo nero che pervade le sue pellicole ed è tratto tipico dei suoi protagonisti.

Il citazionismo tanto amato da Tarantino, e che permea indistintamente tutte le sue opere, trova in Pulp Fiction la sua massima espressione nella “misteriosa valigetta” dal contenuto luminoso, trasportata a destra e manca dal povero Vincent Vega; come non tirare in ballo il geniale MacGuffin di Alfred Hitchcock, termine coniato dallo stesso regista per indicare un elemento scenico di importanza cruciale per i protagonisti, in realtà privo di un vero significato per lo spettatore, ma unicamente un espediente narrativo per mettere in moto gli eventi che seguono.

Eventi che sono messi in scena con abile “disordine” dal parte del genio di Knoxville. Storie di gangster, di un pugile e della moglie del boss si intrecciano sullo sfondo di una Los Angeles quotidiana, raccontata attraverso scorci urbani semplici, in cui tuttavia emerge l’amore di Tarantino nei confronti della città, un amore che esploderà con forza più avanti, nella sua più recente e ultima opera.

Non tutti sanno che Pulp Fiction doveva inizialmente nascere come il primo di un serie di cortometraggi incentrati sul mondo del crimine; l’idea di Tarantino era quella di partire da situazioni “classiche” per poi inserire qualche imprevisto che facesse precipitare la situazione. E se le situazioni raccontate sono piuttosto “semplici”, la vera grandezza del film sta nella particolare narrazione degli eventi. Con Pulp Fiction nasce di fatto la celebre “scomposizione cronologica” degli accadimenti, marchio di fabbrica delle produzioni di Tarantino: sequenze appartenenti a momenti temporali diversi vengono collocate in una forma apparentemente lineare; si viene pertanto a creare una narrazione circolare ed irregolare, in cui il quadro d’insieme si può avere solamente raggiunti i titoli di coda.

Al netto di qualche critica iniziale, Pulp Fiction è stato un successo di pubblico e riconoscimenti, a partire dalla Palma d’Oro al Festival di Cannes e l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, e continua ancora oggi ad essere riconosciuto come uno dei più grandi capolavori della storia della cinematografia mondiale.


1997. Jackie Brown

Se con i primi due film la strada sembra tracciata, con il terzo Tarantino cambia decisamente rotta.

“Se oggi come oggi, senza un’occupazione, avessi la possibilità di scappare con mezzo milione di dollari, l’afferreresti?”

Ordell

Jackie Brown è un film abbastanza diverso dai suoi predecessori, in un certo senso forse il film meno “tarantiniano” dell’intera filmografia del regista di Knoxville. Un film quasi privo di quella violenza gratuita vista nei primi due, Jackie Brown è ispirato al romanzo “Punch al Rum” di Elmore Leonard, che inevitabilmente ha finito per ispirare Tarantino nella costruzione dei personaggi e del plot narrativo, dai tempi decisamente più dilatati.

Nel film, Jackie Brown è una hostess di volo che contrabbanda denaro per un mercante d’armi; scoperta e arrestata, si trova di fronte al classico dilemma “da che parte stare”, in una situazione destinata ben presto a degenerare. Il racconto, a differenza di Pulp Fiction, è pressoché lineare, dai toni e dalle situazioni più “realistiche”, con la violenza messa in disparte a favore di una narrazione più calma, in cui non mancano comunque una buona dose di suspense e un finale decisamente movimentato.

È forse il film meno personale del regista, anche perché l’unico dalla sceneggiatura non originale, una pellicola nella quale Tarantino è costretto a limitare gli eccessi e la sfrontatezza dei predecessori, abbracciando toni più delicati, quasi intimi. Non ci sono dialoghi surreali e situazioni borderline destinate a diventare cult, il film è un esercizio di stile confezionato a regola d’arte. E con ottime prove di recitazione, su tutte quella dell’interprete di Jackie Brown, Pam Grier. Tarantino, al netto delle critiche misogine che gli vengono da sempre addossate, dimostra grande bravura nella costruzione dei suo personaggi femminili, sulla scia di Pulp Fiction con Uma Thurman, e in preparazione di quello che sarebbe stato di lì a poco il suo nuovo capolavoro.

Al netto dell’ormai ingombrante nome che porta alla voce regia e il carico di aspettative che inevitabilmente ne consegue, Jackie Brown è un film godibile, dall’inizio ai titoli di coda, a detta di Samuel L. Jackson, addirittura “il miglior film di Tarantino”. Un progetto che mette in luce una discreta maturità raggiunta da Quentin Tarantino e la capacità di saper abbracciare anche uno stile diverso dal suo. Anche se forse, proprio per il fatto che la vera impronta del regista non riesce quasi mai ad emergere, rimane la sua pellicola più “fredda” in termini di accoglienza e di impatto.


2003-2004. Kill Bill Volume 1 e 2

Se con Pulp Fiction è arrivata la consacrazione a livello internazionale, con i due volumi di Kill Bill Tarantino entra di diritto nella leggenda del cinema. Kill Bill è il trionfo dell’azione, un contenitore di generi e stili diversi con cui il regista di Knoxville si esalta e dà libero sfogo al suo cinema esagerato e citazionista.

Kill Bill è un film che ha spaccato la critica, chi lo ha amato alla follia – come il sottoscritto – chi lo ha criticato aspramente per la sua “confusione” di generi; in realtà, l’apparente mix di stili e situazioni al limite di cui il film è strabordante mostra tutta la lucidità di Tarantino, le cui idee sono ben chiare dal primo all’ultimo ciak. Una dimostrazione senza eguali di potenza comunicativa al suo livello più alto, in cui lo stile adottato in ciascuna scena, che sia d’animazione o in bianco e nero, è il veicolo perfetto per punzecchiare le giuste corde dello spettatore.

Una storia di vendetta, quella che porta Beatrix, ieri celebre assassina soprannominata Black Mamba, oggi ragazza incinta e promessa sposa, ritiratasi ormai dalla professione, a ricercare uno dopo l’altro i suoi sicari, guidati da Bill, in una spirale di violenza e situazioni al limite dell’assurdo.

Kill Bill è un film cucito sulla pelle di Uma Thurman, come ha affermato lo stesso Tarantino; un’idea nata ai tempi di Pulp Fiction, poi ripresa in mano anni dopo, quasi un regalo di compleanno per i 30 anni dell’attrice. E di fatto Uma Thurman è semplicemente perfetta nel ruolo di Beatrix Kiddo, come dimostrato dalla sua totale dedizione al ruolo; nonostante fosse diventata recentemente madre e fosse in piena fase di allattamento durante le riprese, la Thurman ha dedicato mesi alla comprensione delle tecniche della spada e all’addestramento, avvalendosi di veri maestri dello stile orientale. Non solo Beatrix, ma l’intero cast ha dedicato ore alla preparazione fisica delle scene di combattimento, con risultati grandiosi: nella loro esagerazione, le scene di combattimento restituiscono paradossalmente una credibilità unica, merito anche di una regia impeccabile.

L’azione è il vero cuore pulsante di Kill Bill, questa ricerca spasmodica della vendetta che funge da motore per l’introduzione dei vari personaggi antagonisti di Beatrix, ognuno con la sua caratterizzazione unica; se il primo volume è un chiaro omaggio alla cultura orientale, con il secondo si vira decisamente verso il genere western, con l’introduzione della figura di Bill, interpretato da un grande David Carradine, solo citato nel primo volume, nel secondo si prende la scena da antagonista principale ed elargitore di perle indimenticabili.

“Mi trovi sadico? Sai bimba, mi piace pensare che tu sia abbastanza lucida persino ora da sapere che non c’è nulla di sadico nelle mie azioni. In questo momento sono proprio io, all’apice del mio masochismo”

Bill

Torna la scomposizione temporale della storia, raccontata con capitoli quasi mai temporalmente lineari, celebre al riguardo il capitolo che racconta il durissimo addestramento affrontato anni addietro da Beatrix con il maestro Pai Mei, e la sua ricerca di Hattori Hanzo, leggendario armaiolo giapponese creatore delle spade più affilate del mondo; capitolo che, oltre ad essere di fatto la trasposizione scenica del “vero” addestramento affrontato da Uma Thurman sul set, rappresenta un esempio di indiscutibile maestria nella regia e nella recitazione.

Kill Bill è film esagerato e violento, a tratti insostenibile, ma è il tripudio dell’essenza tarantiniana all’ennesima potenza; un film da vedere, un esempio unico e autentico di ricchezza cinematografica e libertà espressiva dietro la macchina da presa.


2007. Grindhouse – A Prova di Morte

Nelle intenzioni, Grindhouse doveva essere un’unico progetto condiviso da Tarantino con l’amico regista Robert Rodriguez. A seguito del flop ottenuto ai botteghini americani, la pellicola venne spezzata nei due episodi, uscendo nel resto del mondo come due film separati: A prova di Morte, scritto e diretto da Quentin Tarantino, e Planet Terror, uno splatter fuori di testa a tema zombie firmato Robert Rodriguez.

La gente non aveva capito nulla. Non avevano la minima dea di cosa ca**o stessero guardando. Quello che stavamo facendo non aveva alcun senso per loro.”

Quentin Tarantino

Il progetto originario era un chiaro omaggio alle Grindhouse, sale cinematografiche tipiche delle metropoli americane degli anni ’70, in cui i vagabondi trovavano ricovero e dove venivano proiettate vere e proprie maratone di b-movie caratterizzati da una profonda impronta violenta e dai contenuti esplicitamente sessuali, il cinema “d’exploitation”.

Grindhouse: A Prova di Morte è una pellicola a sua volta divisa in due parti, il cui collante è Stuntman Mike, il protagonista/antagonista della vicenda, nonché chiaro omaggio alla passione che da sempre lega Tarantino al mondo degli acrobati spericolati del cinema. Interpretato da un perfetto Kurt Russell, A Prova di Morte è la storia di uno stuntman in pensione che prova eccitazione a terrorizzare e uccidere giovani ragazze a bordo della sua macchina, appunto, a “prova di morte”. Lo stacco tra le due parti è ben visibile anche dallo stile registico adottato: colori sbiaditi nella prima parte, inquadrature lasciate al caso, stacchi improvvisi nel montaggio tipici delle vecchie pellicole rovinate; il regista sembra scherzare con lo spettatore, omaggiando al contempo le pellicole degli anni ’70. Introdotti tutti gli elementi e personaggi a schermo, il turbine di delirio e violenza ha inizio, ma presto si interrompe. Il film “ricomincia”, una seconda parte dai colori più accesi e con nuove protagoniste, fino al finale non ti aspetti. Una pellicola che ripropone la vendetta al femminile sul filone di Kill Bill, condita dal “chiacchiericcio” iconico tra le protagoniste, a cui si contrappone la perversione maschile, identificata nel voyeurismo sadico del “cattivo” e nei contenuti esplicitamente feticisti, già emersi sottovoce in Pulp Fiction nel tema del famoso “massaggio ai piedi”, qui manifestati apertamente.

Film d’azione, dai toni splatter, dominato tuttavia per larghi tratti da interminabili dialoghi, di solito inconcludenti, tra le protagoniste della vicenda. Non che questo sia una novità per le pellicole del regista, ma i dialoghi stavolta sembrano un po’ meno ispirati del solito, da soli non riescono a sorreggere il peso della sceneggiatura e catturare lo spettatore, come accade in Pulp Fiction o ne Le Iene. La divisione in due del progetto iniziale ha inevitabilmente influito sul ritmo della pellicola di Tarantino, che soffre di qualche momento di stallo, al netto comunque di sequenze riuscite e iconiche, su tutte l’improvvisata lap dance di “Butterfly” Arlene all’interno del Texas Chili Parlor.

Grindhouse: A Prova di Morte è a conti fatti un buon film, ma forse il “più debole” del regista di Knoxville, quello di cui lo stesso Tarantino va meno fiero, come ha recentemente dichiarato. Unica pellicola della sua filmografia a non ottenere alcuna candidatura agli oscar.


2009. Bastardi senza gloria

Il rilancio di Tarantino passa dalla Storia, o meglio, dalla “sua” Storia riveduta e corretta. Dopo aver scardinato le regole del cinema e dei suoi generi, il regista di Knoxville decide che è arrivato il momento di reinterpretare anche gli eventi storici, e lo fa prendendo in esame il tema più delicato e forte al tempo stesso del secolo scorso.

I Bastardi senza gloria (“The Inglorius Basterds” nella lingua originale, reinterpretazione tarantiniana di “The Inglorius Bastards” film di Enzo G. Castellari del 1977) sono una squadra speciale di soldati ebrei, guidati dal tenente Aldo Raine di un immenso Brad Pitt, con un unico scopo: sterminare i nazisti e la loro leadership.

Nomi e situazioni di fantasia sullo sfondo della vera occupazione europea da parte dei nazisti, con Bastardi senza gloria Tarantino ripropone il suo classico schema a blocchi, con capitoli dedicati a linee narrative diverse nel tempo e nello spazio, destinate a convergere in un unico, trionfale, irriverente, “tarantiniano” finale.

Combattere in uno scantinato presenta numerosi inconvenienti, primo fra i quali combattere in uno scantinato

Aldo Raine

Così mette in guardia con la sua esclusiva ironia Aldo Raine, prima che a schermo si manifesti una delle scene più memorabili del film. La sequenza dello scantinato è pressoché perfetta, sulla carta e nei fatti, e rappresenta di fatto la sintesi del modo di scrivere e fare cinema del regista. Una chiave di lettura esemplare per comprenderlo, perché racchiude un pò tutto il suo stile. È forse la sua scena perfetta.

Ma il film è un concentrato di sequenze e indimenticabili, e prove attoriali memorabili. Come quella regalata da uno straordinario e, al tempo, semi-sconosciuto Christopher Waltz nei panni del colonnello nazista Hans Landa; nel film Waltz recita in ben quattro lingue, compreso l’italiano nella scena cult con Brad Pitt che scimmiotta il Padrino, un’interpretazione che gli vale fama internazionale, Oscar e Golden Globe come miglior attore non protagonista, e un ruolo da “intoccabile” nella successiva pellicola del regista.

Non certo il film perfetto, ma di certo il più audace, Bastardi senza gloria è la pellicola con la quale Tarantino celebra la potenza del cinema, del suo cinema, in grado di cambiare persino il corso della storia, tema che trova il suo compimento nella scena finale, non a caso ambientata all’interno di un cinema.

Con un successo incredibile al botteghino, ad oggi, Bastardi senza gloria è il secondo film di Tarantino per incassi; e indovinare quale sia il primo non è poi così difficile.


2012. Django Unchained

“Signori, avevate la mia curiosità, ora avete la mia attenzione”

Calvin Candie

Sono costretto a mettere le mani avanti. Nella mia personalissima classifica dei film di Quentin Tarantino, Django Unchained occupa, senza alcuna discussione, il primo posto. Detto questo, chi continuerà nella lettura potrà comprendere il trasporto emotivo con il quale ne parlerò.

Django Unchained arriva nel momento di massima maturità del regista, l’esperienza, la conoscenza profonda dei suoi attori, i tentativi riusciti e quelli “meno” messi in pratica in passato, tutto converge e si condensa in una pellicola, che trasuda stile e passione da ogni singolo fotogramma.

Il film è un atto d’amore di Tarantino verso il cinema western, in particolare quello italiano, verso cui il regista non ha mai nascosto ammirazione, e la sua riproposizione del Django di Sergio Corbucci con protagonista Franco Nero, che compare come cameo nel film, ne è la prova definitiva. Django, schiavo nero interpretato da Jamie Foxx, viene liberato dal cacciatore di taglie King Schultz (Christopher Waltz) e si unisce a lui in un viaggio di vendetta alla ricerca della moglie, anch’essa resa schiava. Un western nei titoli, di fatto un film che vira ben presto su toni razziali, con il tema dello schiavismo che emerge con forza, trattato a suo modo “leggero”, talvolta autoironico, come consuetudine del regista.

La storia è piuttosto semplice, certo condita dagli immancabili momenti “tarantiniani”, ma piuttosto lineare nel suo decorso. A rendere Django Unchained un film straordinario e indimenticabile sono i suoi interpreti, gli attori del cast che sono in un autentico “stato di grazia”, ciascuno all’apice della sua verve artistica. E questa non è la classica frase ad effetto buttata là per infiocchettare un giudizio positivo; dal mio modesto e umile punto di vista, le interpretazioni di Jamie Foxx, Leonardo di Caprio, Christopher Waltz e Samuel L. Jackson sono le migliori performance della loro carriera.

Christopher Waltz, ormai a suo agio nei ruoli di co-protagonista, ottiene la sua seconda statuetta per un’interpretazione clamorosa, ormai i suoi personaggi sono la parodia stessa dei suoi personaggi, e perdonatemi il gioco di parole riuscito male. Un Jamie Foxx che sprigiona furia e azione da ogni particella del suo corpo, il ruolo di Django sembra cucitogli addosso, e come non citare la performance di Samuel L. Jackson, attore e personaggio di colore che, lavorando alla corte degli schiavisti bianchi, insulta e si fa beffe degli schiavi neri, appellandoli tali. Una prova di recitazione strepitosa, anche se a molti risultata un pò “indigesta” per i troppi appellativi razziali; per quanto mi riguarda, al netto di tutto il “politically correct” che imperversa oggi, la prova di Jackson resta encomiabile, una restituzione perfetta di un personaggio complesso, nonché rappresentazione scenica esemplare del livello di depravazione raggiunto dall’istituzione dello schiavismo. E visto che stiamo parlando di una forma d’arte, a me piace leggerla così.

L’ho lasciato volutamente per ultimo; perché se la famosa scena dello scantinato in Bastardi Senza Gloria è la scena di Tarantino, il dialogo a tavola con il teschio in mano è la scena di Leonardo di Caprio. Cosa dire di un attore che, battendo la mano sul tavolo, si ferisce realmente e inizia a sanguinare, continuando tuttavia a recitare con un enfasi mai vista, tra lo stupore degli altri attori? Niente, così come niente disse Tarantino che, continuando a filmare la scena, ha regalato al mondo del cinema una sequenza indimenticabile. Un attore straordinario, forse il più grande della nostra epoca, che incontra il registra più rivoluzionario del nostro tempo. Il resto è storia.

Con una sceneggiatura eccellente che gli vale la seconda statuetta dopo Pulp Fiction, Quentin Tarantino sposta ancora più in alto l’asticella delle sue pellicole, dimostrando di trovarsi a suo agio con un genere che gli regalerà ancora soddisfazioni nell’immediato futuro.


2015. The Hateful Eight

Come rendere interessante e carico di suspence un film di 3 ore ambientato all’interno di un emporio isolato durante una tormenta di neve? Con The Hateful Eight, Tarantino riesce a costruire una storia credibile e coinvolgente sfruttando unicamente la sua abilità universalmente riconosciuta come la migliore, ovvero la scrittura dei dialoghi tra i personaggi.

Secondo esperimento western, la vicenda di The Hateful Eight parte da una diligenza sulla strada innevata per Red Rock, al cui interno un famigerato cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera al patibolo, per convergere all’emporio di Minnie, luogo dove si intrecciano le storie e le intenzioni di otto variopinti personaggi, bloccati all’interno dall’infuriare di una bufera di neve, in un racconto che ben presto assume le tinte e la suspence tipica di un giallo.

Se l’azione latita per gran parte del film, il lavoro di scrittura degli otto personaggi e dei loro dialoghi è esemplare, forse il migliore dai tempi di Pulp Fiction. Lo spazio confinato è l’espediente per prendersi il tempo necessario a trattare tematiche diverse, dalla guerra d’indipendenza americana ai chiari riferimenti politici e razziali della società moderna, il tutto sullo sfondo dell’imminente rivelazione attesa dallo spettatore sulla vera identità degli ospiti dell’emporio.

L’alone di mistero attorno ai singoli personaggi non permette allo spettatore di prendere le parti di nessuno, a volte vorremo schierarci dalla parte del sospettoso John Ruth, ottimamente interpretato dal grande Kurt Russell, altre saremo rapiti dalla figura del maggiore Marquis Warren di Samuel L. Jackson (e chi altri sennò?) che prova ad ergersi a dominatore della scena, in una lenta progressione in cui è percepibile l’attesa per l’evento “scintilla”, lo spartiacque cui seguono inevitabilmente la rottura degli equilibri e il degenerare degli eventi, in una spirale di violenza di “tarantiniana memoria”. La furia della natura fuori, la furia umana dentro, la costruzione dell’epilogo porta i singoli personaggi a togliere la maschera e svelarsi per quello che sono, finendo per essere odiati tutti dallo spettatore, il quale assiste attonito allo scorrere dei titoli di coda di un film “senza eroi”.

La mia cara vecchia Mary… questo è un bel tocco

Chris Mannix

Come non citare le ultime parole della lettera che il Presidente Abramo Lincoln avrebbe inviato al maggiore Warren, che fa tornare alla mente la celebre “valigetta” di Pulp Fiction, un simulacro attorno al quale si sviluppa la storia, perfetto a rappresentare quel rapporto di realtà-finzione per pervade tutta la pellicola e i suoi protagonisti. L’ambiguità delle lettera e delle singole storie degli interpreti del dramma, trasforma di fatto l’emporio di Minnie in un palcoscenico, con lo spettatore quanto mai impotente e rapito di fronte all’evolversi degli eventi.

Una pellicola accolta trionfalmente da buona parte del pubblico, ma che non ha messo tutti d’accordo, soprattuto nella critica; se da una parte è innegabile la maestria di Tarantino nella sceneggiatura e nella caratterizzazione dei personaggi, tanto da meritargli la scrittura di diversi articoli accademici a riguardo, da altre parti sono giunte, puntuali, le solite critiche. Per alcuni il cinema del regista è ormai diventato uno strumento politico per manifestare il suo pensiero, da altre parti le scontate accuse di misoginia e discriminazione razziale, da altri ancora l’etichettatura di film “noioso”.

Se il film non convince tutti, su due elementi non c’è dubbio alcuno: il primo è che la pellicola è stata girata in 70 mm, mezzo scelto da Tarantino per esaltare la potenza visiva delle scene all’aperto e la profondità di quelle al chiuso; per chi ha potuto goderne al cinema, è stato uno spettacolo audiovisivo di rara bellezza. Il secondo, è la magnifica colonna sonora, composta interamente dal nostro amato e indimenticato Ennio Morricone, che gli è valsa Oscar, Golden Globe e premo BAFTA.


2019. C’era una volta a…Hollywood

Ed eccoci giunti all’ultimo film, ad oggi, scritto e diretto da Quentin Tarantino. La sua ultima opera è una dichiarazione d’amore al cinema e alla Hollywood degli anni ‘60, nonché una dedica affettuosa alla città di Los Angeles.

“In questa città può cambiare tutto all’improvviso”

Rick Dalton

Una coppia inedita per Tarantino, Leonardo di Caprio e Brad Pitt nei panni, rispettivamente, dell’attore Rick Dalton e del suo stuntman e tuttofare Cliff Booth. Siamo nella Hollywood del 1969, e la villa accanto a Dalton è stata appena acquistata dal giovane regista Roman Polanski e dalla moglie e attrice Sharon Tate. C’era una volta a Hollywood è un film nel film, un affresco della vita nella Los Angeles degli anni ‘60 vista dalle verdeggianti colline, dove essere sulla cresta dell’onda è tutto. E dove l’ombra della famiglia Manson e dei tragici eventi che stanno per colpire quella Hollywood è dietro l’angolo.

Una coppia esplosiva, complementare, perfetta; Rick Dalton e Cliff Booth sono magnetici a contendersi il ruolo di protagonista, bravi in coppia e ancora di più in solitaria, con il primo che mette in mostra tutta la sua bravura dietro la “doppia” macchina da presa, quella del film e quella dei suoi personaggi, il secondo che regala forse i momenti più esaltanti e frizzanti dell’intera pellicola.

Se il duo è perfetto, lo stesso non si può dire per la terza stella del cast, Margot Robbie, la Sharon Tate del film. Non certo per colpa sua, però; Tarantino in questi anni ci ha regalato personaggi femminili memorabili, costruiti con profondità e passione. Qui, il regista regala di fatto poco spazio all’approfondimento del personaggio di Robbie, “liquidandola” con poche battute, preferendo concentrarsi sulla celebrazione del cinema e della città.

E su questo aspetto è stato encomiabile. La fotografia è perfetta, così come i costumi, gli scenari, i dettagli; Tarantino ci porta a spasso con i suoi protagonisti per le strade della città, giocando con le inquadrature e restituendoci un suo sguardo intimo e personale della Los Angeles da lui idealizzata e sognata. E portandoci dentro il set. Per tutto il film, lo spettatore è immerso all’interno del mondo cinematografico, vive le sequenze da dietro la macchina da presa, cogliendone le emozioni e l’adrenalina delle scene, i drammi di chi percepisce il declino della sua carriera, gli aspetti più intimi degli attori e dei loro personaggi. E un Tarantino così non l’avevamo mai percepito, tanto grande è il suo amore per il cinema da volerne condividere un pò con tutti noi.

C’era una volta a…Hollywood è un film maturo, aggettivo che accostato al cinema di Tarantino forse può non sembrare un complimento. Di certo le aspettative erano altissime per questo film, sta di fatto che uscendo dalla sala si percepisce una velata, insolita sensazione di incompletezza, di rimasto tra le righe, come se tutte le idee che aveva in mente il regista non avessero trovato piena corrispondenza nella pellicola. Una strana sensazione, ma che di certo non intacca la bontà complessiva del suo nono film, forse il primo in cui Tarantino ha provato veramente a mettere in scena, prima ancora del suo stile e dei suoi stereotipi, il suo cuore.


È risaputo che l’idea di Quentin Tarantino sia quella di lasciare il cinema con il decimo film; in passato si è parlato di un terzo volume di Kill Bill, in tempi più recenti di un altro western come omaggio definitivo e ultimo al cinema di Sergio Leone; chissà cosa passi nella mente del regista di Knoxville in questo momento.

Una cosa è sicura: qualunque sia il commiato scelto da Tarantino, non passerà di certo inosservato!