La pellicola perfetta

Tre uomini adulti sono seduti attorno a un tavolo. Bevono, ridono, scherzano sulle proprie cicatrici. Per qualche minuto, sembrano quasi dimenticare tutto quello che li circonda: il mare, la caccia, la paura. Alle loro spalle, attraverso una piccola finestra, si intravede l’immensità dell’oceano; è buio, in lontananza una luce lampeggia solitaria e sotto di essa galleggia un barile giallo. Intonano una canzone marinaresca, come tre vecchi compagni che si conoscono da una vita.

È un momento di pace, quasi surreale.

E sta per finire.

È una scena semplice, apparentemente marginale rispetto alla storia, eppure è una delle sequenze più iconiche della storia del cinema. Racchiude in pochi minuti l’essenza stessa de Lo Squalo: l’avventura, la paura, l’ironia, il dramma e soprattutto la consapevolezza che, sotto quella superficie apparentemente tranquilla, si nasconde qualcosa che non possiamo vedere.

Nonostante una storia semplice e lineare, un budget tutt’altro che illimitato e problemi tecnici ricorrenti che rischiarono più volte di mettere in difficoltà la produzione, Lo Squalo (titolo originale: Jaws), diretto da Steven Spielberg nel 1975, è diventato uno dei grandi cult movie della storia del cinema e, a distanza di cinquant’anni, continua a porre una domanda apparentemente impossibile tra gli appassionati: è il film più bello che sia mai stato girato? È davvero la pellicola perfetta?

La mia risposta è semplice e diretta:

Sì.

Non credo che Lo Squalo sia necessariamente il film più importante, più complesso o più profondo mai realizzato, e probabilmente non avrebbe nemmeno senso cercare di stabilire una classifica definitiva del genere. Il cinema è troppo legato alla sensibilità individuale, all’esperienza e al momento in cui un film entra nella nostra vita per poter essere ridotto a una graduatoria.

Ma se la domanda è diversa, se cioè ci chiediamo se esista un film nel quale praticamente ogni elemento sembra trovarsi esattamente al proprio posto, allora Lo Squalo diventa un candidato difficilissimo da ignorare.

Per il sottoscritto rappresenta un appuntamento estivo immancabile, come un vecchio amico che rivedi dopo mesi e con il quale non hai bisogno di tante parole: sai esattamente cosa sta pensando, cosa sta per dire e, dopo pochi minuti, ti senti nuovamente a casa. È un film al quale torno ogni estate con la consapevolezza di conoscere ormai ogni scena, ogni dialogo, ogni morte e ogni passaggio della storia, eppure riesce ancora a regalarmi esattamente la stessa sensazione della prima volta.

Un film perfetto nella sua semplicità, nel ritmo, nei dialoghi celebri e sempre azzeccati, in un cast straordinariamente calato nella parte e mai sopra le righe, nella regia, nelle inquadrature e in una colonna sonora che è entrata nell’immaginario collettivo.

Questo è il mio pensiero, e ci mancherebbe altro: è il mio blog, in fondo.

Ma proviamo ad argomentarlo.

Partendo dal principio.

Spielberg e lo squalo che non voleva funzionare

Quando Steven Spielberg si mise al lavoro su Lo Squalo, nel 1974, non era ancora il regista che conosciamo oggi. Era un giovane autore che aveva già attirato l’attenzione con alcuni lavori televisivi e soprattutto con Duel, ma era ancora lontano dall’essere diventato uno dei nomi più importanti della Hollywood contemporanea.

Lo Squalo avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni iniziali, un film relativamente semplice da realizzare: una cittadina balneare, una serie di attacchi, uno squalo gigantesco e la caccia finale da parte di tre uomini.

Il problema era proprio lo squalo.

Per il film furono costruiti diversi squali meccanici, enormi e tecnologicamente complessi per l’epoca, soprannominati dalla produzione “Bruce”. Il loro funzionamento, però, si rivelò molto più complicato del previsto. L’acqua salata e le difficili condizioni delle riprese misero continuamente a dura prova i meccanismi idraulici e pneumatici e il risultato fu che la macchina che avrebbe dovuto essere il protagonista del film diventò, in più occasioni, il suo peggior nemico.

Lo squalo non funzionava.

Le riprese si allungavano, i costi aumentavano e Spielberg si trovò davanti a un problema apparentemente insormontabile: come realizzare un film sullo squalo se non era possibile mostrare lo squalo come previsto?

La risposta avrebbe cambiato per sempre la storia del cinema.

Semplicemente, Spielberg decise di mostrarlo il meno possibile.

Quello che avrebbe potuto essere il più grande limite tecnico del film diventò invece la sua più grande intuizione narrativa. Il regista comprese che la paura non aveva necessariamente bisogno di un’immagine concreta e che, anzi, ciò che lo spettatore immagina può essere molto più inquietante di ciò che il cinema riesce materialmente a mostrare.

Da quel momento lo squalo comincia a essere percepito prima ancora di essere visto.

Lo vediamo attraverso l’acqua che si muove, attraverso le reazioni dei bagnanti, attraverso le vittime, attraverso la macchina da presa che scivola sotto la superficie, attraverso i barili che emergono dal mare e soprattutto attraverso gli occhi di chi sa che qualcosa si trova là sotto.

Lo squalo diventa una presenza invisibile.

Ed è proprio questa invisibilità a renderlo terrificante.

Il genio della suspense

In questo aspetto è impossibile non riconoscere l’influenza di Alfred Hitchcock sul cinema di Spielberg.

La suspense nasce spesso dalla distanza tra ciò che sa lo spettatore e ciò che sanno i personaggi. Se sappiamo che sotto un tavolo è nascosta una bomba, possiamo trascorrere diversi minuti osservando tranquillamente due persone parlare, ma la tensione cresce perché noi sappiamo qualcosa che loro ignorano.

Spielberg porta lo stesso principio nell’acqua.

Lo spettatore sa che lo squalo è lì, o almeno sa che potrebbe esserci. La macchina da presa si muove sotto la superficie, osserva i bagnanti, si avvicina lentamente, ma spesso non ci mostra nulla. Non sappiamo esattamente dove sia il pericolo e proprio per questo siamo costantemente alla ricerca di un movimento, di un’ombra, di qualcosa che possa tradirne la presenza.

La sorpresa dura un istante; la suspense può durare minuti.

E Spielberg costruisce intere sequenze su questa attesa, trasformando il mare da semplice ambientazione a vero e proprio personaggio del film.

L’acqua non è più soltanto acqua.

È un luogo nel quale può esserci qualcosa.

E se può esserci qualcosa, allora potrebbe esserci anche accanto a noi.

John Williams e quelle due note

Se Spielberg trasformò un problema tecnico in un’arma narrativa, John Williams fece qualcosa di altrettanto straordinario con la musica.

Due note.

Soltanto due note.

Un semplice Mi-Fa che, nella sua ripetizione, diventa una delle sequenze musicali più riconoscibili nella storia del cinema.

Il tema di Williams non descrive semplicemente lo squalo.

Lo annuncia.

È quasi un riflesso condizionato.

Le prime note iniziano e il nostro cervello fa immediatamente il collegamento: qualcosa è nell’acqua.

La musica cresce.

La tensione aumenta.

Lo squalo può essere a pochi metri. Oppure a cento.

Non importa.

Non dobbiamo vederlo.

Lo sappiamo.

E qui sta il genio della collaborazione tra Spielberg e Williams: immagine e musica non mostrano il pericolo, lo fanno percepire.

È una lezione di cinema che Lo Squalo impartisce ancora oggi con una semplicità disarmante.

Quando la paura diventa un problema economico

Ma Lo Squalo non è soltanto la storia di un animale che attacca degli esseri umani. È anche la storia di una comunità e del modo in cui una comunità reagisce quando la propria tranquillità, e soprattutto i propri interessi economici, vengono messi in discussione.

Amity è una piccola località balneare che vive dell’estate. Il mare non rappresenta soltanto il paesaggio: è il turismo, il lavoro, il denaro e, in definitiva, la sopravvivenza economica della comunità.

Ed in questo contesto che entra in scena la figura del sindaco, Larry Vaughn.

Il problema dello squalo non viene affrontato esclusivamente come una questione di sicurezza pubblica, perché chiudere le spiagge significa perdere turisti, perdere incassi e compromettere il weekend del 4 luglio, uno dei momenti economicamente più importanti dell’anno.

Il sindaco cerca quindi di minimizzare il problema, di evitare che la paura si diffonda e soprattutto che Amity venga associata pubblicamente alla presenza di uno squalo.

È un atteggiamento che appartiene perfettamente alla cultura americana rappresentata dal film e che permette a Spielberg di inserire, all’interno di quello che sulla carta è un semplice film d’avventura, una riflessione piuttosto amara sul rapporto tra interesse economico, responsabilità pubblica e gestione del rischio.

Amity non vuole credere allo squalo perché ammettere che lo squalo esiste ha un prezzo.

E qualcuno deve pagarlo.

Martha’s Vineyard e l’effetto Jaws

Il film ebbe un impatto sulla realtà molto più grande di quanto probabilmente chiunque avrebbe potuto immaginare. E in modi inaspettatti.

Martha’s Vineyard, l’isola del New England scelta da Spielberg come principale location per le riprese e trasformata cinematograficamente nella cittadina immaginaria di Amity, venne inevitabilmente associata al film e beneficiò della sua enorme popolarità, attirando curiosi e turisti desiderosi di visitare i luoghi nei quali era stata girata la pellicola.

Ma in altre località turistiche di mare si verificò un fenomeno completamente diverso.

Il film contribuì a diffondere una vera e propria paura collettiva degli squali, con bagnini costretti a rassicurare continuamente i bagnanti più impressionabili e località balneari che dovettero fare i conti con una diminuzione delle presenze legata alla cosiddetta “psicosi dello squalo”.

Ci furono anche episodi decisamente meno divertenti, con delfini e piccoli cetacei scambiati erroneamente per squali e uccisi.

Al tempo stesso, la pesca agli squali divenne più popolare come attività ricreativa e alcuni operatori turistici dimostrarono una notevole fantasia nel trasformare la paura in un’occasione commerciale. Un ristorante di pesce di Cape Cod, nel Massachussets, avrebbe addirittura utilizzato uno slogan diventato celebre:

«Mangiate pesce e vendicatevi!»

È un aneddoto quasi grottesco, ma racconta perfettamente quanto Lo Squalo fosse riuscito a penetrare nell’immaginario collettivo.

Il film non si era limitato a raccontare una paura.

Aveva contribuito a crearla.

Tre uomini, tre mondi

E poi ci sono loro.

Brody, Hooper e Quint.

Uno degli aspetti che rendono Lo Squalo così efficace è proprio la costruzione dei suoi tre protagonisti, profondamente diversi tra loro per carattere, formazione ed esperienza, ma costretti a condividere per giorni uno spazio estremamente ristretto in mezzo all’oceano.

Martin Brody è probabilmente quello nel quale lo spettatore riesce più facilmente a riconoscersi.

È arrivato ad Amity da New York cercando tranquillità, una vita più semplice e un luogo nel quale non succedesse praticamente nulla. E qui Spielberg costruisce un meraviglioso ossimoro: Brody ha scelto di vivere su un’isola, circondato dall’acqua, e contemporaneamente ha paura del mare.

È il capo della polizia, ma non è un eroe nel senso classico del termine.

Non è un uomo particolarmente esperto, non conosce gli squali e non ha il carisma brutale di Quint. È semplicemente un uomo normale che si trova improvvisamente davanti a qualcosa che non avrebbe mai immaginato di dover affrontare.

Ed è proprio questo a rendere credibile la sua evoluzione.

Brody non smette di avere paura.

Semplicemente, decide di affrontarla.

Hooper contro Quint

Matt Hooper appartiene a un mondo completamente diverso.

È giovane, preparato, istruito e conosce gli squali attraverso lo studio scientifico. Porta con sé una cultura e una metodologia che inevitabilmente si scontrano con quella di Quint, che invece conosce il mare attraverso l’esperienza diretta.

Quint non ha bisogno dei libri.

Ha il mare.

Ha le sue mani.

Ha le sue cicatrici.

Ha una vita trascorsa a pescare.

Il rapporto tra i due è quindi molto più interessante di una semplice rivalità personale, perché rappresenta uno scontro tra due modi diversi di comprendere il mondo.

Da una parte c’è la scienza, dall’altra l’esperienza.

Da una parte la teoria, dall’altra la pratica.

Quint considera Hooper un ragazzino ricco convinto di poter comprendere il mare attraverso i libri; Hooper vede Quint come un uomo arrogante e incapace di accettare che qualcuno possa conoscere gli squali meglio di lui.

La cosa interessante è che Spielberg non rende realmente vincitore nessuno dei due.

Entrambi hanno bisogno dell’altro.

Hooper possiede conoscenze fondamentali per comprendere ciò che stanno affrontando, ma l’esperienza di Quint è altrettanto indispensabile per sopravvivere in mare.

E in mezzo a loro c’è Brody, che non appartiene veramente a nessuno dei due mondi.

È il punto di equilibrio.

L’uomo comune costretto a fare da ponte tra la scienza e l’esperienza.

Quint: il mare e le cicatrici

Senza giri di parole, Robert Shaw costruisce uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema.

Quint è burbero, arrogante, aggressivo e apparentemente incapace di provare paura. Ma dietro questa corazza c’è un uomo profondamente segnato dal mare e dal proprio passato.

Quando racconta la storia dell’USS Indianapolis, il film cambia improvvisamente tono.

Per alcuni minuti lo squalo scompare completamente.

Non serve.

Non servono effetti speciali, non servono inseguimenti e non serve nemmeno la musica.

C’è Robert Shaw, la sua voce e il racconto di uomini lasciati in mare dopo l’affondamento della nave.

È un momento straordinario perché improvvisamente comprendiamo che Quint non sta semplicemente dando la caccia a uno squalo: sta affrontando qualcosa che, per lui, rappresenta una parte della propria storia.

Il mare gli ha dato una vita, ma gli ha anche mostrato la morte.

La sua ossessione per lo squalo diventa quindi qualcosa di molto più personale.

Non è più soltanto una caccia.

È una resa dei conti.

Ci serve una barca più grossa

Quando i tre salgono sull’Orca, il film cambia definitivamente.

Amity rimane alle loro spalle.

La terra scompare.

Non ci sono più il sindaco, i turisti, i bagnanti o la comunità.

Restano tre uomini, una barca e un oceano enorme.

E qualcosa che vive sotto la superficie.

È qui che la costruzione dei personaggi raggiunge il suo apice, perché le differenze che sulla terraferma sembravano così importanti diventano progressivamente secondarie.

Quint, Hooper e Brody litigano, si provocano, si insultano e si sfidano continuamente, ma sono accomunati da una cosa molto più forte delle loro differenze: il senso di sopravvivenza.

Sono tre uomini contro una minaccia che, almeno inizialmente, hanno tutti sottovalutato.

Ed è proprio qui, sull’Orca, che il film riesce a creare un equilibrio quasi perfetto tra tensione, ironia e dramma.

E allora arriva quella scena.

La scena delle cicatrici.

Un momento apparentemente inutile ai fini della trama.

E invece fondamentale.

I tre uomini si raccontano le proprie ferite.

Ridono.

Bevono.

Cantano.

Per qualche minuto diventano quasi amici.

È una parentesi surreale.

Tre uomini che fino a pochi minuti prima non riuscivano nemmeno a stare nella stessa stanza ora sembrano tre vecchi compagni di viaggio.

La piccola cabina illuminata.

La finestra.

Il buio.

L’oceano.

La luce intermittente in lontananza.

Il barile giallo.

E quella canzone marinara che riempie l’aria.

È una delle scene più belle perché, per una volta, lo squalo non è il protagonista.

Il protagonista è l’essere umano.

La sua capacità di ridere anche quando sa di essere in pericolo.

La capacità di costruire un momento di felicità proprio mentre tutto sta andando verso il disastro.

E sappiamo già che quella felicità non durerà.

La nascita del blockbuster estivo

C’è poi un altro aspetto che rende Lo Squalo fondamentale nella storia del cinema.

Il film contribuì a modificare profondamente il modo in cui Hollywood avrebbe concepito la distribuzione e la promozione dei grandi film.

Il successo fu enorme e dimostrò la possibilità di trasformare una pellicola in un vero e proprio evento estivo, sostenendola con una distribuzione ampia e una campagna promozionale altrettanto importante.

Da quel momento l’estate cinematografica sarebbe diventata progressivamente il territorio dei grandi blockbuster.

E Spielberg sarebbe diventato uno dei principali artefici di quella trasformazione.

Non è quindi un caso che, pochi anni dopo, proprio lui avrebbe realizzato un altro film destinato a cambiare nuovamente il cinema popolare.

Ma questa è un’altra storia.

La pellicola perfetta

Eccoci finalmente al punto.

Perché Lo Squalo dovrebbe essere considerato una pellicola perfetta?

Non perché sia privo di difetti.

Non lo è.

E non perché sia tecnicamente superiore a tutto ciò che è venuto prima o dopo.

La sua perfezione è cinematografica.

È nella maniera in cui ogni elemento contribuisce al risultato finale.

La regia di Spielberg.

Il montaggio.

La fotografia.

La costruzione della suspense.

La musica di John Williams.

Le interpretazioni di Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw.

I dialoghi.

L’ambientazione.

La costruzione dei personaggi.

La progressione narrativa.

E soprattutto la capacità di utilizzare un limite tecnico per creare qualcosa di molto più efficace di quello che era stato inizialmente progettato.

Lo squalo doveva essere il grande spettacolo del film.

Invece diventa il grande assente.

E proprio perché non lo vediamo, lo vediamo dappertutto.

Cinquant’anni dopo

Era il 1975.

Sono passati più di cinquant’anni e la tecnologia cinematografica ha fatto passi avanti enormi. Oggi possiamo creare digitalmente creature che sullo schermo sembrano perfettamente reali, ricostruire interi oceani al computer e mostrare qualsiasi cosa la fantasia di un regista riesca a immaginare.

Eppure quello squalo che Spielberg, per necessità, fu costretto a nascondere continua a funzionare.

Forse perché gli effetti speciali possono invecchiare.

La tecnologia può invecchiare.

La grafica può invecchiare.

La paura dell’ignoto no.

Ed è probabilmente questa la più grande lezione di Lo Squalo.

La paura non nasce necessariamente da ciò che vediamo, ma da ciò che immaginiamo.

Spielberg lo aveva capito.

Ha preso un problema tecnico e lo ha trasformato in una scelta artistica; ha preso un animale meccanico che non voleva funzionare e ha creato uno dei mostri più famosi della storia del cinema senza praticamente mostrarlo.

Ha costruito tre personaggi memorabili e li ha chiusi su una barca nel mezzo dell’oceano, lasciando che le loro differenze, le loro paure e le loro ossessioni emergessero naturalmente attraverso i dialoghi.

Ha trasformato una cittadina turistica in un microcosmo nel quale il denaro si scontra con la sicurezza.

Ha affidato a John Williams due semplici note e le ha trasformate nel suono universale della paura.

E ha costruito un film che, nonostante la semplicità della sua storia, riesce ancora oggi a sembrare completo.

Forse è proprio questo il punto.

Lo Squalo non è necessariamente il film più bello della storia del cinema.

Ma è difficile pensare a qualcosa che, nel suo genere, funzioni meglio.

È un film nel quale quasi tutto sembra essere al posto giusto: la durata, il ritmo, la musica, i dialoghi, gli attori, i personaggi, la regia, l’ambientazione e persino i difetti della produzione.

Un film che non ha bisogno di essere più complicato.

Non ha bisogno di spiegare di più.

Non ha bisogno di mostrare di più.

Ha bisogno soltanto di lasciarci guardare il mare.

E aspettare.

Perché da qualche parte, sotto quella superficie apparentemente tranquilla, qualcosa si sta muovendo.

E quando partono quelle due note, anche se conosciamo perfettamente la scena, torniamo ad avere paura.

Due note.

Bentornati ad Amity.

La fine del nostro mondo

Cammini tra le rovine di un mondo che non esiste più.

Il silenzio è rotto solo dal vento che muove l’erba alta, dall’acqua che filtra da un pavimento crollato, o da un Clicker in lontananza. Ogni edificio racconta qualcosa di chi non c’è più. Ogni strada è una cicatrice ricoperta di muschio. Ogni luogo familiare è diventato estraneo.

È questo il mondo di The Last of Us: affascinante, decadente, dolorosamente bello.

È un mondo che ci parla non solo di sopravvivenza, ma di assenza, di memoria e di ciò che resta quando l’umanità smette di essere al centro di tutto.

Gli scenari post-apocalittici ci sono stati raccontati in ogni forma e attraverso ogni mezzo, dal cinema ai videogiochi, passando per la letteratura. Storie di sopravvivenza, mondi devastati, pericoli da affrontare e nuovi equilibri da costruire si intrecciano continuamente, cambiando protagonisti e prospettive.

Eppure, al di là delle differenze, c’è qualcosa di più profondo che accomuna tutte queste produzioni.

No, non sono le pandemie, gli zombie o gli infetti. Non i grattacieli abbandonati, le città inghiottite dalla vegetazione, le automobili arrugginite o i gruppi di sopravvissuti pronti a combattersi per un pezzo di pane.

Potrei continuare a lungo, ma la vera risposta è un’altra: nelle storie post-apocalittiche il mondo non finisce affatto.

Finisce il nostro mondo.

E la differenza non è soltanto semantica.

La Terra continua a girare, le stagioni si susseguono, gli alberi crescono, gli animali si riproducono. Quello che scompare è ciò che noi chiamiamo civiltà: le città, le strade, l’elettricità, le istituzioni, le comodità e, soprattutto, l’illusione di essere indispensabili.

È ormai naturale identificare la fine del mondo con la fine dell’umanità. Lo facciamo quasi senza pensarci, perché osserviamo tutto attraverso l’unico punto di vista che conosciamo: il nostro.

Ma proviamo, per un momento, a cambiare prospettiva.

Per un albero che cresce attraverso l’asfalto, la scomparsa dell’uomo non è necessariamente una tragedia. Per un animale che torna a occupare territori dai quali era stato allontanato, potrebbe persino rappresentare una liberazione.

Quella che per noi è la fine del mondo, per qualcun altro potrebbe essere semplicemente l’inizio di un nuovo mondo.

Il mondo che non esiste più

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti di opere come The Last of Us.

Prima del Cordyceps c’era un mondo che conosciamo bene. Automobili, supermercati, scuole, ospedali, grattacieli, strade trafficate. C’erano famiglie, lavoro, vacanze, partite di baseball, compleanni e telefonate da fare.

Poi, quasi improvvisamente, tutto questo è scomparso.

Non esiste più la società che conosciamo. Le città sono diventate gusci vuoti, gli edifici sono lentamente divorati dall’umidità e dalla vegetazione, le autostrade sono parcheggi sterminati di carcasse arrugginite. I luoghi che un tempo rappresentavano la nostra capacità di costruire e organizzare il mondo sono diventati monumenti alla nostra fragilità.

Eppure il mondo continua.

L’erba cresce attraverso le crepe dell’asfalto. Gli alberi si riprendono le strade. Gli animali tornano dove l’uomo non è più presente. La natura non sembra nemmeno essersi accorta della nostra scomparsa.

È una delle immagini più potenti dell’intera opera: l’umanità è crollata, ma la Terra è ancora lì.

In The Last of Us camminiamo continuamente tra ciò che eravamo e ciò che è rimasto. Un’automobile abbandonata racconta una fuga mai completata. Una casa vuota racconta una famiglia scomparsa. Un’aula scolastica deserta racconta bambini che non torneranno mai più.

Il mondo precedente è praticamente assente, e proprio per questo è ovunque.

È nei ricordi.

È nelle fotografie.

È negli oggetti.

È soprattutto negli occhi di Joel e di Ellie.

La natura non ha bisogno di noi

Il paesaggio post-apocalittico raccontato da The Last of Us è quindi molto più di uno scenario suggestivo.

È una metafora.

La natura non si ribella necessariamente all’uomo. Semplicemente, aspetta.

Aspetta che ce ne andiamo.

E quando accade, lentamente riprende possesso di ciò che aveva ceduto.

Le radici sollevano l’asfalto, la vegetazione invade gli edifici, l’acqua ritorna nei propri percorsi. La città, simbolo massimo del dominio umano sul territorio, diventa qualcosa di diverso: una rovina abitata da nuove forme di vita.

È quasi ironico.

Abbiamo costruito strade, ponti e palazzi pensando che sarebbero durati per sempre. Poi basta qualche decennio di abbandono perché la natura cominci a cancellare le nostre tracce.

Forse la vera protagonista delle storie post-apocalittiche è proprio lei.

Non combatte. Non conquista. Non ha bisogno di farlo.

Semplicemente, continua.

Il punto di vista del Cordyceps

Cosa ha posto fine alla civiltà così come la conosciamo? È da questa domanda che prende forma uno degli elementi più affascinanti della lore di The Last of Us, la causa del collasso dell’umanità, l’inizio della fine.

Per chi non conoscesse l’opera magna di Naughty Dog, vale quindi la pena soffermarsi un momento sul protagonista invisibile dell’intera storia, il fungo che ha cambiato per sempre il destino dell’umanità: il Cordyceps.

Nel 2020 ne abbiamo avuto, nostro malgrado, un piccolo assaggio con il Covid-19: un virus comparso quasi dal nulla, capace in poche settimane di entrare nella nostra quotidianità e stravolgerla. Lockdown, mascherine, ospedali al collasso, distanziamento sociale e milioni di persone costrette a confrontarsi con la fragilità di un sistema che sembrava incrollabile.

Bene. Quello raccontato in The Last of Us porta questa esperienza all’estremo.

Il Cordyceps è un fungo parassita – realmente esistente in natura – che, nella finzione, si adatta all’uomo, lo infetta e ne prende progressivamente il controllo, trasformandolo in un ospite attraverso cui continuare a diffondersi. Non è soltanto una pandemia più aggressiva: è il collasso completo della società. Le istituzioni scompaiono, le città vengono evacuate, le comunicazioni si interrompono e milioni di persone muoiono o vengono infettate.

Il Covid ci ha mostrato quanto velocemente una pandemia possa modificare le nostre abitudini.

The Last of Us immagina cosa potrebbe accadere se quella stessa dinamica non si fermasse più.

È l’amplificazione estrema di una paura che, nel 2020, abbiamo conosciuto tutti: il momento in cui il mondo che davamo per scontato smette improvvisamente di funzionare.

Dal nostro punto di vista, il Cordyceps è una catastrofe.

Un organismo che infetta gli esseri umani, ne altera il comportamento, li trasforma e si diffonde attraverso la popolazione fino a provocare il collasso della civiltà.

Per noi è un mostro.

Ma proviamo, ancora una volta, a cambiare prospettiva.

Il Cordyceps non odia l’umanità.

Non vuole distruggerci.

Non ha nemmeno un concetto di bene o di male.

Sta facendo ciò che ogni organismo vivente fa: sopravvivere, adattarsi, proliferare.

Quello che noi chiamiamo pandemia, per il fungo potrebbe essere semplicemente evoluzione.

Ed è questo il paradosso più inquietante.

La stessa azione può avere significati completamente diversi a seconda del punto di vista. Per l’uomo, il Cordyceps rappresenta morte e devastazione. Per il fungo, rappresenta la possibilità di continuare a esistere.

Non c’è odio.

Non c’è vendetta.

Non c’è una volontà malvagia.

C’è soltanto la vita che cerca un modo per continuare.

E allora il Cordyceps diventa qualcosa di più di un semplice antagonista.

Diventa l’esempio perfetto di come la definizione di “fine del mondo” dipenda da chi sta guardando.

Una questione di prospettiva

Per l’umanità, il mondo è finito.

Per la natura, forse, è semplicemente ricominciato.

Noi guardiamo una città vuota e vediamo la fine. Guardiamo un’autostrada invasa dall’erba e vediamo ciò che abbiamo perduto. Guardiamo un grattacielo divorato dalle piante e pensiamo alla nostra caduta.

La natura, probabilmente, vede soltanto spazio.

E mentre Joel ed Ellie attraversano le rovine di ciò che eravamo, tra città sommerse dalla vegetazione e creature che un tempo erano uomini, la domanda diventa quasi inevitabile:

e se il mondo non fosse mai finito?

Se fossimo semplicemente noi ad aver smesso di farne parte?

L’idea che la nostra scomparsa non sarebbe la fine di niente ci atterrisce.

Che le nostre città, le nostre strade, i nostri monumenti e tutto ciò che abbiamo costruito con la convinzione di essere arrivati alla vetta dell’evoluzione, potrebbero diventare soltanto rovine sulle quali qualcun altro continuerà a vivere.

Tra qualche centinaio di anni, se l’umanità dovesse davvero scomparire, nessuno ricorderebbe il rumore del traffico, le luci delle nostre città, le notifiche sui nostri telefoni o le interminabili discussioni di lavoro in call.

Resterebbero le tracce.

E poi nemmeno quelle.

La Terra non avrebbe bisogno di ricominciare.

Saremmo noi, semplicemente, a non esserci più.

E allora forse la domanda più interessante che possiamo porci è: quanto è davvero importante la nostra presenza perché il mondo continui ad esistere?

Forse, alla fine, il vero significato di “post-apocalittico” non è ciò che viene dopo la fine del mondo.

È ciò che viene dopo la fine del nostro mondo.

La poesia dell’incubo

“Gli incubi esistono al di fuori della ragione e le spiegazioni divertono ben poco; sono antitetiche alla poesia del terrore”

– STEPHEN E. KING

È con questa citazione di Stephen King che si apre Alan Wake, celebre saga videoludica di Remedy Entertainment che, soprattutto con il secondo capitolo, ha avuto un impatto enorme sul mio modo di vivere la paura. Alan Wake II non mi ha semplicemente terrorizzato: mi ha spinto a cercare risposte, una razionalità in qualcosa che, per sua stessa natura, non può essere razionalizzato. E forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti dell’orrore: il bisogno quasi istintivo di dare un ordine a ciò che ordine non può avere.

Stephen King, maestro indiscusso del genere, individua così uno dei paradossi fondamentali dell’horror: la paura funziona meglio quando non può essere completamente spiegata.

L’incubo, per sua natura, non obbedisce alle regole della realtà. È il luogo in cui ciò che conosciamo perde significato, dove una porta può condurre verso qualcosa che non dovrebbe esistere e dove una presenza può essere terrificante proprio perché non sappiamo cosa sia. Dare una spiegazione razionale a tutto significa, in qualche modo, ridurre l’ignoto a qualcosa di conosciuto. E ciò che conosciamo, per quanto pericoloso, fa meno paura di ciò che non riusciamo a comprendere.

L’horror vive quindi di assenze, ambiguità e possibilità. Non è necessariamente il mostro a terrorizzarci, ma quello che immaginiamo possa esserci dietro la porta.

Il cinema e l’arte di urlare: «Non entrare!»

Il cinema ha trasformato questo principio in una delle sue convenzioni più potenti. Quante volte abbiamo assistito a una scena nella quale il protagonista sente un rumore provenire dal seminterrato, osserva una porta socchiusa o vede qualcosa muoversi nell’oscurità e, invece di andarsene, decide esattamente di fare ciò che noi non faremmo mai?

E noi, dall’altra parte dello schermo:

«Torna indietro. Lascia perdere. Non entrare!»

È una situazione apparentemente assurda, ma narrativamente necessaria. Se il protagonista si comportasse sempre secondo logica, il cinema horror di fatto non esisterebbe.

Ma c’è qualcosa di più profondo. Noi spettatori possediamo un’informazione che il protagonista non possiede: sappiamo di essere dentro un film dell’orrore. Il personaggio, invece, vive quella situazione come una porzione della propria realtà. Per lui quella porta potrebbe contenere una persona da salvare, una risposta, un familiare, una via d’uscita. La sua scelta può quindi essere perfettamente razionale all’interno del suo mondo, anche se appare folle dal nostro punto di vista.

L’horror sfrutta proprio questa distanza tra ciò che sappiamo e ciò che il protagonista sa.

Quando il videogioco ci mette dall’altra parte della porta

Il videogioco complica ulteriormente il meccanismo perché, a differenza del cinema, siamo noi a controllare il protagonista.

Ed è qui che l’horror videoludico raggiunge qualcosa che il cinema difficilmente può replicare: la responsabilità.

In un film possiamo urlare al protagonista di non entrare. In un videogioco, invece, siamo noi a premere il tasto che apre quella porta. Siamo noi ad andare oltre.

È una differenza enorme.

Il gioco horror costruisce spesso una situazione nella quale sappiamo perfettamente che qualcosa di terribile potrebbe aspettarci dall’altra parte. Eppure andiamo avanti. Non perché siamo stupidi, ma perché il videogioco ci mette davanti a un conflitto affascinante: la paura ci dice di fermarci, la curiosità ci ordina di continuare.

Il giocatore diventa così contemporaneamente vittima e complice dell’incubo.

Pensiamo a Resident Evil, Silent Hill, Alien: Isolation o Alan Wake: l’esplorazione non è soltanto un modo per avanzare nella storia. È un continuo atto di negoziazione con la paura. Vediamo un corridoio buio e sappiamo che dovremmo evitarlo. Ma proprio perché sappiamo che potrebbe esserci qualcosa, vogliamo attraversarlo.

E qui torna King.

Se l’horror ci spiegasse tutto prima di farci attraversare quel corridoio, la paura diminuirebbe. Il vero terrore nasce invece dal non sapere. Il giocatore deve costruire mentalmente ciò che potrebbe esserci. E spesso ciò che immaginiamo è molto peggiore di ciò che il gioco potrebbe effettivamente mostrarci.

L’incubo come esperienza

Forse è proprio questo il motivo per cui i protagonisti continuano ad avanzare.

Non cercano necessariamente la morte. Cercano una risposta.

E questa è una delle caratteristiche più affascinanti dell’horror: l’essere umano vuole conoscere ciò che lo terrorizza.

La casa abbandonata ci spaventa, ma vogliamo sapere cosa è successo lì. Il rumore nel bosco ci terrorizza, ma vogliamo scoprire da dove proviene. La porta chiusa ci inquieta, ma proprio per questo desideriamo aprirla.

La paura genera curiosità e la curiosità alimenta la paura.

È un circolo perfetto.

Il protagonista entra nella casa perché vuole capire. Il giocatore apre la porta perché vuole vedere. E quando finalmente scopriamo cosa c’era dall’altra parte, spesso arriva la delusione: l’ignoto è diventato noto, il mistero è stato risolto, l’incubo ha assunto una forma.

Per questo il vero horror non è necessariamente quello che mostra di più, ma quello che riesce a farci immaginare di più.

Opere come Alan Wake II funzionano così bene perché riescono a confondere realtà, sogno, cinema e videogioco. L’incubo non è più semplicemente qualcosa che accade al protagonista: diventa una dimensione nella quale il giocatore stesso perde progressivamente i propri punti di riferimento.

Ed è forse qui che ritrovo il motivo per cui questa saga ha avuto un impatto così forte sulle mie paure. Perché Alan Wake II non mi ha soltanto chiesto di avere paura: mi ha messo davanti all’impossibilità di spiegare ciò di cui avevo paura. E più cercavo di comprenderlo, più l’incubo sembrava sfuggirmi.

La frase di King assume allora un significato ancora più profondo.

L’horror non deve necessariamente spiegare. Deve suggerire.

Non deve sempre rispondere alla domanda «che cosa c’è là dentro?». Deve avere il coraggio di lasciarci davanti alla porta, con la mano sulla maniglia, mentre una parte di noi urla di tornare indietro e l’altra, quella irrimediabilmente curiosa, sussurra:

«Aprila.»

Ed è esattamente in quel momento che comincia l’incubo.

Le spiegazioni sono antitetiche alla poesia del terrore

Vale la pena, arrivati a questo punto, soffermarsi brevemente sulla seconda parte della citazione che ha ispirato questa mia riflessione.

L’espressione «le spiegazioni sono antitetiche alla poesia del terrore» è forse la parte più interessante della citazione di King, perché racchiude una precisa idea di cosa sia la paura.

La poesia del terrore nasce dall’evocazione, dall’indefinito, da ciò che rimane fuori dall’inquadratura e dalla nostra capacità di comprenderlo. La paura non ha bisogno di essere spiegata: al contrario, vive proprio nello spazio lasciato vuoto dalla spiegazione.

Quando qualcosa ci viene spiegato completamente, smette in parte di essere un incubo e diventa un problema da risolvere. Possiamo comprenderne l’origine, le regole, le motivazioni e magari persino prevederne il comportamento. L’ignoto diventa noto e, con esso, una parte della paura svanisce.

È questo che King intende quando parla di spiegazioni antitetiche alla poesia del terrore: spiegare significa razionalizzare, mentre l’orrore più profondo nasce dall’irrazionale.

Una creatura indefinita che intravediamo nell’oscurità può essere infinitamente più inquietante di un mostro mostrato chiaramente. Un rumore proveniente da una stanza vuota può terrorizzarci più della scoperta di ciò che lo ha provocato. Una presenza che non comprendiamo lascia alla nostra immaginazione la possibilità di costruire qualcosa di molto più spaventoso della realtà.

Ed è qui che entra in gioco la “poesia”.

La poesia non dice necessariamente tutto: suggerisce, evoca, lascia spazio all’interpretazione. Allo stesso modo, il grande horror non riempie ogni spazio vuoto, ma ci invita a farlo con le nostre paure. È una collaborazione tra l’opera e chi la vive.

Alan Wake II, il titolo che più di ogni altro mi ha spinto a riflettere sui concetti di incubo e ragione, è un esempio particolarmente efficace: più che fornire risposte, spesso moltiplica le domande, sovrappone realtà e finzione, sogno e memoria, lasciandoci nella condizione scomoda di voler razionalizzare qualcosa che sembra costruito proprio per sfuggire alla razionalità.

In fondo, spiegare l’orrore significa renderlo comprensibile; evocarlo significa lasciarlo vivere dentro di noi.

Ed è forse questa la vera poesia del terrore: non ciò che l’autore riesce a mostrarci, ma ciò che riesce a farci immaginare quando smette di mostrarci qualcosa.

La sospensione dell’incredulità 2.0

Alle volte, una storia raccontata è solo una storia raccontata.

È da un po’ che non scrivo — almeno da queste parti — e forse ricominciare da un argomento apparentemente poco interessante non è il modo migliore per tornare a farsi leggere.

Eppure sento di voler dire la mia su un certo disagio che, da qualche tempo, sembra essersi impossessato del mondo dell’intrattenimento audiovisivo, cinematografico e videoludico.

È diventato tutto una polemica.

Non parlo soltanto delle opere volutamente provocatorie o di quelle che scelgono consapevolmente di spingersi oltre i confini del politicamente corretto. Parlo praticamente di tutto.

Si discute del casting, della trama, dei personaggi, del finale, dei messaggi, delle ambientazioni, delle scelte degli autori. Ogni elemento sembra poter diventare il pretesto per una guerra culturale. E così, sempre più spesso, chi produce intrattenimento sembra preoccuparsi non soltanto di raccontare una buona storia, ma anche di prevedere in anticipo chi potrebbe offendersi per quella storia.

Il risultato è un cortocircuito curioso: da una parte un’industria che cerca di accontentare tutti, dall’altra un pubblico sempre più pronto a trovare qualcosa di cui lamentarsi.

E nel mezzo ci siamo noi.

Quando tutto sembrava più semplice

Da ragazzino avrei pagato l’oro che non avevo per vivere nell’epoca dell’abbondanza nella quale siamo immersi oggi.

Eravamo agli albori dell’era digitale. Le notizie sui videogiochi arrivavano sulle riviste, spesso con poche immagini e qualche pagina di anteprima. La sera si guardava quello che passava la televisione.

C’era X-Files su Italia 1 il sabato sera? Bene, si guardava X-Files. L’alternativa era il Bagaglino.

L’uscita di un videogioco non veniva accompagnata da campagne marketing mastodontiche, trailer quotidiani, social network, influencer, reaction, leak e analisi fotogramma per fotogramma. Se avevi fortuna, trovavi qualche immagine su TheGameMachine e un articolo di qualche pagina.

Eppure bastava.

Non perché quello che usciva fosse necessariamente migliore. Semplicemente, lo vivevamo diversamente.

Oggi siamo sommersi.

Piattaforme streaming stracolme di film, serie e documentari. Store digitali con migliaia di videogiochi. Servizi in abbonamento che offrono più contenuti di quanti una persona potrebbe consumare in una vita.

Potremmo avere a disposizione ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, e probabilmente non riusciremmo comunque a vedere e giocare tutto.

E, personalmente, non ne sento nemmeno il bisogno.

Ho i miei gusti. Scelgo come spendere il mio tempo libero. Non ho bisogno di guardare ogni serie, giocare ogni videogioco o conoscere ogni produzione uscita ieri per sentirmi parte della conversazione.

Eppure sembra che oggi sia diventato quasi un lavoro essere aggiornati su tutto.

Guardare tutto. Giocare a tutto. Commentare tutto.

E, soprattutto, giudicare tutto.

Il tribunale permanente dell’intrattenimento

È qui che nasce il fenomeno che mi interessa.

Non importa quanto sia grande, piccolo, commerciale, indipendente, inclusivo, provocatorio o conservatore un prodotto: qualcuno troverà comunque un motivo per contestarlo.

Se un cast non è sufficientemente rappresentativo, qualcuno protesterà.

Se una storia propone un punto di vista politicamente scomodo, qualcuno chiederà spiegazioni.

Se un personaggio compie un’azione moralmente discutibile, quella scelta verrà trasferita dal mondo della finzione a quello reale.

Se un autore racconta qualcosa che non condividiamo, improvvisamente non ha più raccontato una storia: ha espresso un’opinione che deve essere giudicata.

E così cominciamo a cercare vittime e carnefici anche dove esistono soltanto personaggi.

È questo, forse, il passaggio che trovo più preoccupante.

Abbiamo smesso di considerare alcune opere per quello che sono: racconti.

La sospensione dell’incredulità

La sospensione dell’incredulità è, in fondo, uno dei fondamenti della narrazione.

È il patto tacito attraverso il quale decidiamo di accettare temporaneamente le regole di un mondo che sappiamo non essere reale.

Se guardo Il Signore degli Anelli, accetto che esistano hobbit, elfi e magie.

Se gioco a God of War, accetto che Kratos possa affrontare divinità e creature mitologiche.

Se guardo un horror, accetto che qualcosa di impossibile possa nascondersi nell’oscurità.

Non perché improvvisamente creda che tutto questo esista, ma perché voglio crederci per la durata della storia.

Ed è proprio questa volontà la parte più importante del concetto.

Io scelgo di entrare in quel mondo.

In cambio, l’autore mi chiede di accettarne le regole.

È un patto.

E quel patto implica anche un secondo elemento, altrettanto importante: la consapevolezza.

So che è finzione.

So che ciò che sto guardando non sta realmente accadendo.

So che dietro quel personaggio c’è un attore, dietro quella creatura c’è un artista digitale, dietro quel mondo c’è un gruppo di sviluppatori.

Questa consapevolezza non distrugge l’esperienza.

Al contrario, la rende possibile.

La quarta parete non è soltanto un muro

La quarta parete rappresenta proprio questo confine.

Da una parte c’è la storia.

Dall’altra ci siamo noi.

E quel muro immaginario ci permette di vivere emozioni autentiche attraverso qualcosa che sappiamo essere falso.

Possiamo piangere per la morte di un personaggio sapendo perfettamente che non è mai esistito.

Possiamo provare paura davanti a un mostro sapendo che è composto da poligoni e texture.

Possiamo innamorarci di una storia senza confondere quella storia con la realtà.

È questa la magia dell’intrattenimento.

Ma forse oggi stiamo diventando sempre meno capaci di mantenere quella distanza.

Quando la finzione diventa realtà

Proviamo allora a fare un passo ulteriore.

La sospensione dell’incredulità non dovrebbe riguardare soltanto mondi dichiaratamente fantastici.

Ogni racconto è una rappresentazione.

Anche quando è ambientato nel nostro mondo.

Un film ambientato a New York non è New York.

Un videogioco ambientato nella Seconda guerra mondiale non è la Seconda guerra mondiale.

Una serie ispirata a fatti realmente accaduti non è necessariamente la realtà: è una reinterpretazione della realtà attraverso lo sguardo di un autore.

Al netto dei documentari e delle produzioni che pretendono un rigore storico particolare, ogni opera narrativa seleziona, modifica, semplifica, enfatizza.

Perché raccontare significa scegliere.

E scegliere significa inevitabilmente interpretare.

Una storia può piacerci oppure no. Può essere brillante o mediocre. Può avere una scrittura magnifica o terribile. Può trasmettere un messaggio che condividiamo oppure uno che troviamo profondamente sbagliato.

Possiamo criticarla.

Anzi, dobbiamo poterla criticare.

Ma criticare un’opera significa discuterne qualità, scelte e risultati. Non significa necessariamente pretendere che l’autore abbia raccontato la storia che avremmo raccontato noi.

Il problema non è criticare

Qui faccio una precisazione importante.

Non credo affatto che il pubblico debba smettere di criticare.

Al contrario.

La critica è fondamentale. Senza critica non esiste confronto, non esiste evoluzione, non esiste nemmeno un vero rapporto tra autore e pubblico.

Il problema nasce quando la critica smette di essere critica dell’opera e diventa giudizio morale sull’esistenza dell’opera stessa.

Quando non mi limito a dire:

“Questa scelta narrativa non funziona.”

ma arrivo a:

“Questa scelta non dovrebbe esistere.”

Quando non dico:

“Non condivido il messaggio.”

ma:

“Chi ha realizzato quest’opera è una persona che non dovrebbe poterla raccontare.”

È qui che si supera una linea sottile ma fondamentale.

Perché non tutto ciò che ci disturba deve essere eliminato.

E soprattutto, non tutto ciò che ci disturba rappresenta necessariamente un attacco nei nostri confronti.

Il diritto che non abbiamo

C’è poi un altro equivoco.

Siamo spettatori paganti, consumatori, utenti. Abbiamo certamente il diritto di scegliere cosa guardare e cosa acquistare. Possiamo criticare, bocciare, consigliare o sconsigliare.

Possiamo persino decidere di non dare più i nostri soldi a un determinato autore o produttore.

Ma questo non significa avere il diritto di stabilire quale storia un altro essere umano abbia il permesso di raccontare.

L’autore non ci deve necessariamente una storia che confermi le nostre convinzioni.

Non deve renderci tutti buoni.

Non deve rappresentare il mondo come vorremmo che fosse.

Non deve necessariamente offrirci un finale che ci soddisfi.

Non deve nemmeno avere ragione.

Deve avere la libertà di raccontare la propria storia.

E noi dobbiamo avere la libertà di dire che non ci è piaciuta.

Queste due libertà non sono in contraddizione.

Sono, anzi, indispensabili l’una all’altra.

Torniamo a meravigliarci

Forse dovremmo recuperare un po’ quella capacità che avevamo da bambini.

Quella di sederci davanti a uno schermo e pensare semplicemente:

“Vediamo dove mi porta questa storia.”

Senza cercare necessariamente un messaggio politico.

Senza trasformare ogni personaggio in una rappresentazione di qualcosa.

Senza cercare continuamente un colpevole.

Senza pretendere che ogni opera sia compatibile con le nostre convinzioni.

Possiamo entrare in un mondo, accettarne le regole, viverlo fino in fondo e poi tornare dall’altra parte della quarta parete.

E una volta tornati, possiamo discuterne.

Possiamo dire che era bellissimo.

Possiamo dire che era terribile.

Possiamo persino dire che era offensivo.

Ma senza dimenticare che era una storia.

La libertà creativa non significa che ogni opera debba essere immune dalla critica. Significa che nessuna opera dovrebbe essere costretta a nascere già filtrata attraverso la paura di ciò che qualcuno potrebbe pensare.

Abbiamo bisogno di più coraggio da parte degli autori.

Ma, forse, anche di un po’ più di leggerezza da parte nostra.

Perché l’intrattenimento non deve necessariamente insegnarci qualcosa.

Non deve sempre rappresentarci.

Non deve sempre rassicurarci.

A volte deve soltanto farci paura, farci ridere, commuoverci, sorprenderci o portarci per qualche ora in un posto dove le regole sono diverse.

E quando la storia finisce, possiamo tornare tranquillamente alla realtà.

Perché, in fondo, alle volte, una storia raccontata è solo una storia raccontata.

Prendersi la scena in silenzio

Vi diranno che non è un film da Oscar. Vi diranno che trattasi del semplice remake di un filmetto francese di qualche anno fa, di quelli che ce se ne dimentica quasi subito dopo i titoli di coda. Vi diranno che c’era di meglio. Senza dubbio è così, o meglio è anche così, perché in cambio di due ore scarse di visione è tanto quello che resta dentro. Coda – I segni del cuore vince la 94esima edizione degli Academy Awards come Miglior Film meritandoselo appieno, eccome; a dimostrazione che si può avere successo anche senza grandi pretese o budget illimitati, si può arrivare al pubblico raccontando una storia semplice. L’importante è farlo bene.

Perché sì, al netto dell’originalità di base, la storia raccontata da Siân Heder è semplice: Ruby (Emilia Jones), una ragazza di diciassette anni – una piccola donna per la sua età – è l’unica persona udente all’interno della sua famiglia. Anche per questo, ogni giorno, prima di entrare a scuola, la ragazza aiuta i genitori (Marlee Matlin e Troy Kotsur) e il fratello (Daniel Durant) nell’attività ittica di famiglia, sullo sfondo della cittadina costiera di Gloucester.

Tuttavia quando Ruby decide di entrare nel coro della scuola, la sua vita comincia a cambiare in modo lento e inesorabile. Questo perché la ragazza ha il dono di una voce incredibile, ben presto realizza che la sua passione per il canto può essere un’alternativa e dovrà decidere se inseguire il suo sogno o restare con la famiglia, che sembra avere un disperato bisogno di lei.

Partirò subito col dire – me lo sono chiesto pure io – che CODA è l’acronimo di “Child of Deaf Adults” ovvero di bambino in un gruppo familiare di non udenti. Una tematica complessa trattata in modo semplice eppure mai superficiale, una narrazione che scorre via delicata, cosa tutt’altro che banale. Tutte le difficoltà di una famiglia disagiata – in realtà molto più normale e unita di altre solo all’apparenza perfette – raccontate con una naturalezza disarmante; c’è la sofferenza quotidiana nell’affrontare anche le più piccole sfide, le incomprensioni sovrastate sempre dall’affetto che tiene uniti, le piccole gioie e sì, anche l’emarginazione, ma sentita molto più all’interno del nucleo familiare che proveniente dal mondo esterno. Col passare dei minuti e e lo scorrere degli eventi le barriere inesorabilmente crollano, le distanze si accorciano e si scopre una comunità molto più accogliente di quanto la pellicola facesse intendere all’inizio. Perché i pregiudizi fanno del male soprattutto a chi li porta, ed è bellissimo come questo film ce lo palesi così serenamente, senza sermoni o lezioni di vita.

Lezioni – di recitazione – quelle sì che ce ne sono, offerte da un cast composto da attori realmente sordomuti, che di fatto stanno più raccontando sé stessi che recitando, e ben venga anche la statuetta al miglior attore non protagonista per Troy Kotsur. E poi c’è lei, Emilia Jones. Un’interpretazione magistrale nella sua semplicità, e scusate se mi ripeto di continuo, ma c’è del talento nel raccontare certe problematiche con delicatezza, con toni semplici ma mai banali, a tratti con ironia senza mai oltrepassare il confine. È un film che mette di buon umore, trasuda serenità e tira fuori il meglio di noi stessi da ogni fotogramma.

Semplicità. L’adolescenza, i conflitti familiari, il primo amore, le passioni e i sogni che si scontrano con la realtà, la vita che bussa alla porta e presenta sempre il conto. Una, mille, milioni di storie di vita riassunte in quella di Ruby, e un solo modo di affrontarla: con semplicità. Perché alla fine tutto si sistema, e non necessariamente con il lieto fine delle favole, bastano piccoli cambiamenti, il motore che spinge in avanti le nostre vite, verso nuove sfide, conquiste e, perché no, fallimenti. L’importante è affrontare sempre tutto con cuore e bontà d’animo.

Restando in tema di interpretazioni, come dimenticare Bernardo Villalobos (Eugenio Derbez). L’insegnante di canto che per primo intravede le potenzialità canore di Ruby, il primo a mostrarle che c’è di più oltre la soglia di casa. Con professionalità, certo, e semplicità – ovviamente – ma senza mai essere invadente, con rispetto. Altro grande valore, mai pronunciato, ma di cui la pellicola ne è intrisa.

C’è una scena, una delle prime lezioni con il coro, nella quale per tirare fuori la “vera” voce di Ruby, la spinge a “scrollarsi” come un cagnolino; accortosi dell’imbarazzo di lei, coinvolge tutta la classe nell’imitare lo stesso movimento.

Una scena divertente, non c’è che dire, comica a dirla tutta, ma in cui c’è gran parte dell’essenza del racconto: raggiungere un’obiettivo insieme, divertendosi.

Nulla di più semplice.

Ho avuto il piacere di vedere il film il giorno dopo gli Academy Awards, sapendo già della vittoria. E mentre lo guardavo, piacevolmente rilassato, comunque una domanda iniziava a rimbalzarmi in testa: ma cosa ha davvero questo film per meritarsi la statuetta come IL MIGLIORE? Certamente non ho il privilegio di sapere cosa abbia spinto la giuria verso un tale verdetto, ma posso senz’altro condividere con voi il momento esatto in cui io, nei miei umili panni, avrei potuto maturare una tale decisione.

C’è una sequenza, nella seconda metà inoltrata, in cui tutto è dannatamente perfetto. Sono tutti lì, l’atmosfera è rilassata, lei sta cantando ed ecco che, dal nulla, senti crescerti qualcosa dentro. È stramaledettamente bella quella scena. Vorrei rivedere il film propio in questo momento, da capo, solo per arrivare lì, dove tutta la pellicola converge e prendi veramente coscienza di cosa stai guardando. Vieni scaraventato dentro il film e nella vita dei protagonisti, o forse sono loro che entrano a gamba tesa dentro la tua. Il resto non conta più nulla. Hai capito, e non ti serve sapere altro.

Ed è a questo punto che il racconto spinge sull’acceleratore. Non perché si conclude in fretta, sia chiaro, ma perché la cortina tra noi e i protagonisti si è ormai squarciata e l’escalation di emozioni ci porta a godere delle sequenze finali così ben confezionate che poco ci importa ormai se il lieto fine arrivi davvero oppure no. Siamo in pace con noi stessi e con il mondo. Il resto non conta.

Tra qualche anno, probabilmente, questo film sarà poco più che una lontana rimembranza. A ricordarci la notte degli Oscar 2022 probabilmente rimarrà il grande colossal Dune con le sue 6 statuette, di sicuro la performance di Will Smith. Ma sfido chiunque abbia visto Coda – I segni del cuore e non sia completamente arido dentro a non sorridere ed emozionarsi ripensando alla sequenza di belle immagini che ci regala questa pellicola, così potente nella sua silenziosa semplicità.

È un film di poche parole, e in fondo non c’è bisogno di tante parole quando tutto è in armonia.

Love, Monsters, and everything after

Prendete quel tanto che basta da The Walking Dead, mescolate l’umorismo di Tremors con il contesto di Io sono Leggenda, aggiungete un pizzico di nostalgia fine anni ‘80 e’ inizio ‘90 e agitate per bene; se volte, servite con una fetta di Zombieland: ecco, siete pronti a gustarvi Love and Monsters, una pellicola della serie “di tutto un pò” che sa di già visto ma che alla resa dei conti funziona così bene da risultare un’idea originale.

Love and Monsters è il classico film per ragazzi, ma godibile da tutti. È un racconto di formazione, è avventuroso e coinvolgente. A catalizzare l’attenzione c’è l’aspetto orrorifico, la pericolosità e la spettacolarità dei mostri, resi magistralmente a schermo. Senza dimenticare l’amore. Quell’amore romantico e da favola, irrinunciabile in ogni storia destinata ai teenagers che è ben interpretato da due protagonisti, un perfetto Dylan O’Brien (il protagonista di Maze Runner e, prima ancora, della serie tv Teen Wolf) e Jessica Henwick (Il Trono di Spade, Iron Fist).

Ma ci sono anche valori come l’amicizia, il senso di comunità e c’è una lezione sul rispetto della natura che sembra figlia dei tempi che stiamo vivendo. In un certo senso, infatti, Love and Monsters è un po’ una metafora della situazione che il nostro pianeta si è trovato ad affrontare da due anni a questa parte con la pandemia. Il mondo intero ostaggio di una minaccia che arriva dalla natura stessa, i superstiti isolati nei bunker (leggi “in casa“); il desiderio di contatto umano e di tornare alla normalità porta a indagare all’interno di noi stessi su ciò che conta veramente là fuori.

Ed ecco dunque che Love and Monster rispetta fedelmente il percorso di crescita di ognuno di noi. La nostra presa di coscienza è in realtà il viaggio dell’eroe che, declinato in chiave comica, diventa il percorso di crescita di Joel. Da peso per la propria comunità di sopravvissuti, il ragazzo, spinto solo dalla voglia di riabbracciare il proprio amore perduto, affronta un pellegrinaggio in una terra mortale che lo aiuta a vincere i propri limiti e le proprie ansie. Una crescita personale che passa da alcuni incontri fondamentali, come il cane Boy o la coppia di sopravvissuti erranti Clyde e Minnow, capace di far emergere la sensibilità di un giovane uomo che si sente nel posto sbagliato, incapace inizialmente di reagire sino a che non arriva il giusto stimolo.

Un’evoluzione che viene raccontata sapientemente dallo stesso Joel, tramite il suo diario-racconto all’amata Aymee, della sua odissea in superficie. O’Brien è perfetto nel dare vita a un ragazzo che si trova ad affrontare un mondo ignoto e pericoloso, deciso a superare ogni avversità per raggiungere il proprio scopo, inconsapevole di come questa sua avventura lo arricchirà oltre ogni sua immaginazione. 

Viaggio di crescita che si mescola all’azione, quella sì che stupisce. Perché gli incontri/scontri con le amenità che popolano il mondo post-apocalittico sono diretti con sapiente maestria, bilanciando suspence e divertimento, senza mai scadere nel banale o nel ridicolo. E tanto da meritarsi una candidatura più che meritata per i migliori effetti speciali agli Academy Awards 2021. Una naturale evoluzione di quei film anni ’80 che tanto rievochiamo con nostalgia, reinterpretati in chiave moderna nei temi e nella tecnica, che come i predecessori riesce nell’unico vero intento per il quale nascono questi prodotti scanzonati: regalarci un sorriso, aiutandoci ad affrontare le piccole difficoltà quotidiane.

Aggiungendo qualcosina in più…

Si perché Love and Monster ci ricorda che non è tanto la fine del viaggio, quanto ciò che accade durante il suo compimento a portare al cambiamento. Lo scopre il nostro Joel, vivendolo sulla propria pelle, e ce lo fa ricordare pure a noi. A dispetto della sua semplicità e apparente mancanza di ambizioni, con il suo messaggio di positività e speranza Love and Monster riesce, quasi involontariamente, a raccontare i noi stessi degli ultimi due anni, chiusi in casa con la minaccia fuori, il contrasto tra l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di contatto umano.

E la nostra voglia di ricominciare. 

La strada verso casa

“Forse moriremo, ma almeno lo faremo da uomini liberi“

Tutta l’essenza del racconto racchiusa in una frase semplice quanto potente.

Peter Weir ci regala un film d’altri tempi, ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio memorabile, il dramma di un gruppo di persone in fuga da un gulag siberiano, sullo sfondo del secondo conflitto mondiale, un cammino che diventa rinascita e riscoperta di sé stessi.

La via intrapresa e le traversie personali, i pregiudizi e gli obiettivi comuni, tutto si intreccia e ammalia lo spettatore, tanto è profonda l’alchimia che si instaura a schermo da farci sentire protagonisti del viaggio.

La crudele bellezza dei paesaggi attraversati, dalle gelide vette del Tibet alle lande desolate del Gobi, fino alle rigogliose vallate dell’India, è cornice silenziosa di una narrazione curata, mai invadente, dal ritmo lento ma inesorabile.

Un viaggio silenzioso e struggente. Raramente una pellicola riesce a trasmettere nitida la sofferenza di un cammino incerto, la fatica fisica che riflette il dramma interiore, ogni passo è un pugno allo stomaco dello spettatore, appeso alla stessa flebile speranza di libertà che muove sommessamente la compagnia in fuga.

E bastano semplici parole dosate a fiato corto, gesti e sguardi impercettibili quanto potenti, per instaurare rapporti che vanno ben oltre la semplice solidarietà nel condividere assieme la via; legami tra fuggiaschi che diventano storie di vita vissuta, sconosciuti in grado di squarciare il velo dell’animo altrui e comprendersi, tanto non basterebbe un’intera esistenza per leggersi così nel profondo.

Una pellicola di rara bellezza che lascia un segno indelebile, in un cinema sempre più avvezzo agli artefatti digitali, una storia che rimette al centro della scena la fragilità dell’esistenza, il coraggio, e la solennità di una natura teatro indifferente delle sorti umane.

Un inno alla vita e alla libertà, un epico e commovente viaggio di ritorno a casa.

TENET, forse stiamo esagerando

“Non tentare di comprenderlo. Sentilo.”

Mai citazione fu più azzeccata per coglierne l’essenza, nonché lo spirito con cui si dovrebbe approcciare l’ultima pellicola di Christopher Nolan.

Perché Tenet è un film pericoloso se approcciato nella maniera sbagliata, è un viaggio senza ritorno nella “problematica” mente di un Nolan all’apice della sua complessità creativa. Se manipolare le leggi della meccanica quantistica è un gioco da ragazzi per il regista londinese, scherzare con l’intelligenza dello spettatore è ben altra cosa; ecco perché Tenet è un film da vedere a cuor leggero e a mente libera, senza sforzarsi nel tentativo di dare una spiegazione a tutte le cose “anomale” che accadono a schermo, altrimenti si rischia il black-out ben prima dei titoli di coda.

Non che sia una novità, chiaro. Il cinema di Christopher Nolan è da sempre sinonimo di complessità. L’intreccio narrativo che caratterizza le sue opere, la non linearità temporale degli eventi e i suoi contenuti che giocano apertamente con le leggi della fisica dividono da sempre, in maniera netta, il pubblico. Chi vi scrive, oltre ad essere un’appassionato e studioso di materie scientifiche, prova da sempre ammirazione per le pellicole del regista inglese e per la sua particolare visione del cinema, volta a instaurare con lo spettatore un rapporto quasi di sfida, del tipo “la mia storia è semplice ma ora ti confondo le idee, vediamo se riesce a starmi dietro“. Una sorta di “ego fuori controllo” quello di Nolan il quale, conscio di avere una buona formazione di base, delle idee tutto sommato brillanti e le giuste tecnologie – nonché il budget – a disposizione, ogni volta catapulta lo spettatore all’interno di un racconto disarticolato, distorto e ricomposto da qualche parte nello spazio-tempo, mostrando a tutti chi ce l’ha più lungo. E sbattendoti in faccia le sue regole, ben precise e confinate, che vanno capite quanto prima per tenere il filo della narrazione senza arrivare storditi alla fine.

Per chi come me ha bisogno di avere sempre tutto “sotto controllo”, la visione di ogni nuovo film di Nolan è sempre una sfida stimolante, ma anche snervante, non riesco proprio a godermi un singolo fotogramma senza comprendere a fondo il motore scatenante di quel singolo fotogramma, il come e il quando, da dove è venuto e dove sta andando. Insomma per farla breve ed entrare in tema, avere il pieno controllo della sua entropia.

In Tenet tutto questo è mentalmente impossibile. Il film corre via veloce fin da subito, scaraventando lo spettatore nel pieno dell’azione adrenalinica di un assalto al Teatro dell’Opera di Kiev, non dandogli il tempo di capire cosa stia succedendo e perché. E le cose peggiorano quando vengono introdotti – male – i primi concetti di fisica “fai da te” sul comportamento del tempo intrinseco in alcuni oggetti; in men che non si dica siamo già alienati dalla pellicola, assistiamo impotenti allo scorrere di immagini a schermo senza alcun apparente nesso logico, basiti innanzi all’escalation dell’entropia nolaniana. A memoria, neanche durante il corso di Meccanica Razionale ero mai andato così in difficoltà.

Ma perché è così difficile seguire Tenet?

In effetti la sua trama è quanto di più semplice si possa immaginare; se dovessi raccontarla in poche parole a chi non ha visto il film, sarebbe una cosa del tipo: “un cattivo russo ha in mano un dispositivo per la fine del mondo, un agente segreto ha il compito di fermarlo“. Tutto qui, niente di più semplice. La pellicola ha tutti i connotati della classica Spy Story alla James Bond, o del nuovo capitolo della saga di Mission Impossible; in Tenet non c’è davvero nulla di innovativo nel plot narrativo, ci sono i classici inseguimenti, le sparatorie, gli abiti alla moda, il cattivone di turno, tutti i cliché del genere sono al loro posto.

Ma, quindi, cos’è che rende Tenet così complicato da seguire? Il fatto di essere un film di Nolan è già un indizio, perché lo sappiamo, al regista londinese non piace mai raccontare una storia semplice e lineare, deve per forza incasinare tutto. E questa volta lo fa partendo tutto sommato da un’idea brillante; peccato che poi si perda irrimediabilmente nel suo sviluppo, ma andiamo con ordine.

“Viviamo in un mondo crepuscolare”

L’idea di base della pellicola è il concetto di inversione temporale. In un futuro non meglio precisato, colpito da un cataclisma causato dagli errori della generazione presente, è stata inventata una tecnologia che consente di “invertire” il normale scorrere del tempo e ripercorrere gli eventi a ritroso. Questa tecnologia può essere applicata anche agli oggetti ed è stata impiantata in un algoritmo, una sorta di congegno meccanico scomposto in nove elementi che vengono rispediti indietro nel tempo. Nel presente, l’algoritmo finisce nelle mani di un criminale russo malato di tumore il quale, in accordo con l’umanità del futuro – non si capisce in quale modo – decide di trascinare l’umanità del presente nel suo tragico destino, cancellando così la generazione colpevole del futuro disastro. In questo scenario entra in gioco il nostro eroe, l’agente segreto senza nome al servizio della Tenet, un’organizzazione creata allo scopo di vigilare sull’intero loop temporale generato, con l’ingrato compito di sventare l’imminente apocalisse.

Tuttavia, se il concetto di “reverse” introdotto da Nolan è geniale nelle intenzioni, nella messa in pratica finisce per creare una confusione senza precedenti, rendendo di fatto tremendamente complicato tenere il filo di una storia che in realtà non lo è affatto. A schermo la tecnologia ci viene mostrata la prima volta con l’esempio della pallottola che rientra nella canna dell’arma da cui è stata esplosa. Pochi minuti dopo ecco la scienziata di turno che spiega al nostro “Protagonista” – si chiama davvero così, non ha un altro nome – come nel futuro sia possibile invertire gli oggetti grazie ad un’inversione di entropia e, nel caso specifico, come una pallottola invertita possa fare molti più danni di una normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. In realtà all’inizio sembra tutto dannatamente interessante, finalmente un qualcosa di nuovo sul tema, non vediamo l’ora di vedere come verrà sfruttata questa incredibile tecnologia. Ve lo dico subito: malissimo, e la puzza di bruciato inizia a sentirsi già verso la metà del film, quando si arriva alla fatidica sequenza del “tornello“.

Perché in realtà la misteriosa e mirabolante inversione temporale altro non è che uno specchietto per le allodole; le allodole siamo noi, e lo specchietto serve ad introdurre l’ennesimo, inflazionato e stra-abusato concetto di viaggio nel tempo. Evviva. Il tornello è “chiaramente” un tornello temporale, ci entri in avanti, esci dall’altra parte andando all’indietro. Nel senso che dall’altra parte sei tu ad andare all’indietro, il mondo va avanti sempre e comunque, sei tu l’oggetto invertito che procede al contrario, parla al contrario e quindi può tornare indietro nel tempo. Indossando una mascherina per l’ossigeno, altrimenti i polmoni invertiti non riescono a gestire l’aria che procede nel verso normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. Ah, e se prendi fuoco ti congeli. E, diamine, almeno qualcuno ci spiega come è stato realizzato quel maledetto tornello nel presente, se la tecnologia ancora non esiste? D’accordo Christopher, non vogliamo sapere neanche questo.

A metà film è chiaro quindi come la pellicola abbia raggiunto la fine, da lì in avanti si procede a ritroso, con i nostri eroi che vanno letteralmente all’indietro, incontrando gli stessi del passato che vanno in avanti, in una confusione scenica che ci accompagna sino ai titoli di coda. Titoli di coda ai quali si arriva inevitabilmente con il mal di testa, e con quella sensazione di insoddisfazione non tanto per non aver compreso il finale, quanto per le dinamiche che ci hanno condotto sin lì.

“Nessun amico al tramonto”

Un vuoto dentro, un vuoto freddo come il film, perché ad aggiungersi alla complessità visiva generale, che detto tra noi ci può anche stare – alla fine è sempre un film di Nolan – c’è una caratterizzazione dei personaggi praticamente inesistente. Ed è questo il vero, grande problema del film. Dannazione Christopher, ma come faccio ad appassionarmi al tuo film, che già faccio fatica a seguire, se non so praticamente nulla dei suoi personaggi? Del “protagonista”, interpretato dal buon John David Washington figlio del più famoso Denzel, non sappiamo niente, del suo passato, delle sue motivazioni, di nulla; lo troviamo lì, che va avanti, poi indietro, senza farsi mai troppe domande sugli eventi bizzarri che gli capitano attorno – e già questo è sconvolgente di suo – per poi scoprire alla fine della fiera che in realtà è stato proprio lui a fondare la Tenet nel futuro e a reclutare il sé stesso del presente, nonché tutti gli altri comprimari. Una rilevazione che purtroppo non risulta per nulla interessante, non perché non lo sia, ma perché arriva con una bella dose di apatia generale ad uno spettatore ormai stordito. Ben più interessante sembra essere il comprimario Neil, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Robert Pattinson, se non fosse che anche il suo personaggio manca del più benché minimo approfondimento, risultando alla fine freddo quasi quanto tutto il resto. Non c’è eccezione a questo dogma intrinseco del film, neanche per il villain Andrei Sator, un Kenneth Branagh senza infamia e senza lode, mai a pieno agio in una parte evidentemente non sua. E per l’immancabile Bond /Tenet Girl della Spy Story, Elizabeth Debicki alias Kat, unico personaggio con un minimo di background seppur poco rifinito, nonostante sia la sola a restituire un pò di umanità a schermo.

L’assenza totale di caratterizzazione stona con il livello complessivo di recitazione regalato dal cast, rendendo di fatto impossibile l’empatia con i personaggi; ma si tratta di una precisa scelta registica, al centro della scena devono restare l’azione e il tema dell’inversione temporale. Peccato però che quello che doveva essere il punto di forza finisca inevitabilmente per essere solo un confusionario anello debole. Per tutta la durata del film si ha una costante sensazione di mancanza, sembra mancare sempre qualcosa, che siano spiegazioni un pò più chiare e coerenti di fatti astrusi o addirittura intere sequenze. Durante la mia prima visione, sono sincero, ero convinto che avessi perso conoscenza, dovevo per forza essermi perso qualcosa perché c’era troppa confusione nel montaggio; la seconda visione mi ha confermato che in realtà non ero svenuto, la pellicola è confusionaria di suo. E quando si ha la netta percezione di scene mancanti, di qualcosa che non torna, e non perché deve rimanere volutamente un mistero ma perché è stato spiegato male, è segno che il film non ha fatto il suo dovere.

E non voglio neanche scomodare l’enigma del palindromo alla base dell’intera pellicola di Nolan, il celebre quanto misterioso quadrato del Sator che recita: “SATOR-OPERA-TENET-AREPO-ROTAS” per il quale potrei aprire altre cento parentesi senza trovare alcun nesso logico con il tema del film. Non ci sono significati profondi o nascosti – o almeno io non li ho trovati – se non una quantomai casuale attribuzione dei suddetti nomi a diversi soggetti presenti all’interno del film per far tornare i conti, un pretesto per giustificare il suo impiego all’interno di un racconto nel quale non ce n’era davvero bisogno. Un MacGuffin, insomma.

“L’ignoranza è la nostra salvezza”

Perfetto! Ce lo dice proprio il film, anzi lo ripetono di continuo al protagonista che per giunta non sembra neanche porsi troppe domande al riguardo, quindi che motivo abbiamo noi di affannarci così tanto a risolvere il mistero. Quello che ho capito – perché in fondo qualcosa l’ho capita in questo film – è che bisogna guardare Tenet a cuor leggero, senza l’ossessione di voler comprendere tutto. Per quanto ci si possa provare e, fidatevi, le ho provate tutte, addirittura mettendo in pausa e riavvolgendo le scene già invertite con il rewind – si lo so, è complicato – per ricomporre il flusso degli eventi, resta sempre qualcosa di inafferrabile, il più delle volte si corre il rischio di aprire una scatola per trovarne all’interno altre due.

Tenet è dunque un film da vedere? Ma certamente, dovete “flipparvi” il cervello pure voi. Battute a parte, qualcosa di buono c’è in effetti, come la fotografia generale e la colonna sonora a temi invertiti firmata Ludwig Göransson. E, ovviamente, le scene d’azione, certo caotiche, ma di una confusione tecnicamente memorabile; vedere soldati che avanzano accanto ad altri che indietreggiano, palazzi distrutti che si ricompongono per poi crollare di nuovo, è un’esperienza visiva unica nel panorama cinematografico, e pure divertente (in realtà volevo dire comica ma ho già scritto troppe cattiverie).

Chi avrà la capacità di approcciare Tenet con la giusta spensieratezza, potrà sperimentare un paio d’ore di caotico intrattenimento, tutto sommato il film è un perfetto e costosissimo esercizio di stile, asettico ma meritevole di essere quantomeno visto.

Ma senza porsi troppe domande, mi raccomando. Fa male all’entropia.

Il cinema di Tarantino

Amo Quentin Tarantino. Il suo cinema, si intenda. E adoro i suoi film.

Me ne sono innamorato ancora giovanissimo un giorno a scuola quando, durante i giorni dell’occupazione – un classico di fine novembre – gli studenti più grandi, in quella che ribattezzarono “l’aula cinema”, mi mostrarono per la prima volta Le Iene. Al tempo non conoscevo ancora Tarantino, né avevo idea di cosa aspettarmi da quel film.

Rimasi estasiato. Furono sufficienti i primi dieci minuti per realizzare che avrei adorato quello stile di cinema, nulla era ancora accaduto a schermo, la trama neppure accennata eppure ero già coinvolto nell’intera vicenda. L’oggetto della discussione, tra quelli che presumevo fossero i protagonisti, era il significato di “Like a Virgin“ di Madonna, nulla a che fare con il plot narrativo del film. Il linguaggio diretto e ironico, la costruzione spontanea dei personaggi, i dialoghi che si prendono la scena, sostituiscono l’azione e sono il pilastro attorno al quale si sviluppa l’intera vicenda. Fu come un’illuminazione.

Bastarono quei primi dieci minuti per cambiare la mia visione del cinema. E bastano quei primi dieci minuti per spiegare a chiunque l’essenza di quello che, di lì a poco, sarebbe diventato il cinema “tarantiniano”.


1992. Le Iene

“Fate Mezzogiorno di fuoco in una gioielleria e vi sorprendete perché arrivano gli sbirri?”

Eddie

Le Iene racconta di una rapina andata male; una rapina che non viene mai mostrata a schermo, eppure lo spettatore è come se ne avesse preso parte. La lenta ricostruzione dei fatti è affidata unicamente ai dialoghi dei sei partecipanti al colpo i quali, rifugiatisi all’interno di un capannone abbandonato, iniziano a ragionare sulle cause della disfatta e a sospettare l’uno dell’altro, in una spirale di delirio che conduce inesorabilmente la banda all’autodistruzione.

Dialoghi taglienti e ironici, diretti, pieni di digressioni apparentemente senza senso, semplicemente geniali nella scrittura. Tanti dialoghi, e tanta, tanta violenza. Forse anche troppa. Perché il cinema di Tarantino è anche questo. Una celebrazione della violenza che diventa “arte” tra le mani del regista, le scene più crude oggi sono sequenze emblematiche, fanno parte dell’immaginario collettivo, al punto che la grottesca ironia intrinseca nelle stesse supera il concetto di brutalità e ferocia che esse palesano.

In questo senso, una delle sequenze più celebri del film, la scena della tortura messa in atto da Mr. Blonde (Michael Madsen) ai danni di uno sventurato poliziotto, sulle note di “Stuck in the Middle with You”, è l’esempio perfetto che sintetizza il paradosso della violenza tarantiniana: una scena che lo stesso attore, appena divenuto padre, si rifiutò più volte di girare, che addirittura fece abbandonare la sala a Wes Craven durante una delle prime proiezioni, è oggi una delle sequenze più iconiche e riconoscibili del cinema moderno, fonte di citazioni più disparate e meritevole di action figure dedicate.

Le Iene oggi è considerato un cult, l’inizio di una lunga carriera dietro la macchina da presa che ha cambiato per sempre la storia del cinema. Ma l’accoglienza del pubblico non fu così calorosa: si parlò di violenza gratuita ed eccessiva, ci fu anche chi accusò Tarantino di plagio; certamente non si può dire che il film passò inosservato. Fu evidente come quel genere di cinema necessitava di tempo per essere metabolizzato dalla massa, come puntualmente colto dalla critica:

“Non penso che il pubblico fosse pronto. Non sapevano cosa fare con Le Iene. Fu come il primo film muto, quando la gente vide il treno che arrivava verso la telecamera e uscì dalla sala di proiezione.”

Jami Bernard, New York Daily News

Se la prima opera del regista di Knoxville si può etichettare come qualcosa di inaspettato e rivoluzionario, è con la seconda, nel 1994, che arriva la prima, vera consacrazione.


1994. Pulp Fiction

“Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”

Ezechiele 25,17

Chi ama il cinema di Tarantino probabilmente conosce questi versi a memoria; sfido chiunque abbia visto il film la prima volta ad ammettere di non essere corso a procurarsi una Bibbia per ritrovare il passo in questione – in realtà fittizio – nel libro di Ezechiele; oggi basta digitare il nome del profeta su Google che subito appare il celebre versetto, e penso questo sia sufficiente a dare l’idea dell’impatto che avuto il cinema di Tarantino sulla nostra cultura di massa.

Il versetto, qui recitato da un Samuel L. Jackson in stato di grazia, diventa la classica frase ad effetto da elargire prima di un’esecuzione a sangue freddo. Perché questo è quello che fanno i gangster nella Los Angeles di Tarantino, la giornata tipica di Jules Winnfield, appunto Jackson, e Vincent Vega, nel ruolo che vale la rinascita per John Travolta. L’intero film vanta un cast incredibile: da Bruce Willis nei panni del pugile Butch, ad Harvey Keitel, l’indimenticabile Mr. Wolf che “risolve problemi”, fino ad arrivare ad una giovanissima, e sorprendente, Uma Thurman, il cui volto divenne di fatto il simbolo di Pulp Fiction; la sua posa sul letto con la sigaretta tra le dita, la pistola e la rivista pulp accanto, è senza ombra di dubbio una delle locandine più iconiche della storia del cinema.

Pulp Fiction è un mosaico di sequenze memorabili, in cui interi dialoghi sono costruiti su fatti o eventi mai portati a schermo – come dimenticare in tal senso il celebre “massaggio ai piedi” – ma necessari a introdurre i diversi personaggi in scena e che fungono da collante tra i vari capitoli. Un nuovo modo di fare cinema, in cui scambi di battute taglienti ed ironiche si alternano ad una violenza gratuita, trattata il più delle volte con leggerezza, una sorta di umorismo nero che pervade le sue pellicole ed è tratto tipico dei suoi protagonisti.

Il citazionismo tanto amato da Tarantino, e che permea indistintamente tutte le sue opere, trova in Pulp Fiction la sua massima espressione nella “misteriosa valigetta” dal contenuto luminoso, trasportata a destra e manca dal povero Vincent Vega; come non tirare in ballo il geniale MacGuffin di Alfred Hitchcock, termine coniato dallo stesso regista per indicare un elemento scenico di importanza cruciale per i protagonisti, in realtà privo di un vero significato per lo spettatore, ma unicamente un espediente narrativo per mettere in moto gli eventi che seguono.

Eventi che sono messi in scena con abile “disordine” dal parte del genio di Knoxville. Storie di gangster, di un pugile e della moglie del boss si intrecciano sullo sfondo di una Los Angeles quotidiana, raccontata attraverso scorci urbani semplici, in cui tuttavia emerge l’amore di Tarantino nei confronti della città, un amore che esploderà con forza più avanti, nella sua più recente e ultima opera.

Non tutti sanno che Pulp Fiction doveva inizialmente nascere come il primo di un serie di cortometraggi incentrati sul mondo del crimine; l’idea di Tarantino era quella di partire da situazioni “classiche” per poi inserire qualche imprevisto che facesse precipitare la situazione. E se le situazioni raccontate sono piuttosto “semplici”, la vera grandezza del film sta nella particolare narrazione degli eventi. Con Pulp Fiction nasce di fatto la celebre “scomposizione cronologica” degli accadimenti, marchio di fabbrica delle produzioni di Tarantino: sequenze appartenenti a momenti temporali diversi vengono collocate in una forma apparentemente lineare; si viene pertanto a creare una narrazione circolare ed irregolare, in cui il quadro d’insieme si può avere solamente raggiunti i titoli di coda.

Al netto di qualche critica iniziale, Pulp Fiction è stato un successo di pubblico e riconoscimenti, a partire dalla Palma d’Oro al Festival di Cannes e l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, e continua ancora oggi ad essere riconosciuto come uno dei più grandi capolavori della storia della cinematografia mondiale.


1997. Jackie Brown

Se con i primi due film la strada sembra tracciata, con il terzo Tarantino cambia decisamente rotta.

“Se oggi come oggi, senza un’occupazione, avessi la possibilità di scappare con mezzo milione di dollari, l’afferreresti?”

Ordell

Jackie Brown è un film abbastanza diverso dai suoi predecessori, in un certo senso forse il film meno “tarantiniano” dell’intera filmografia del regista di Knoxville. Un film quasi privo di quella violenza gratuita vista nei primi due, Jackie Brown è ispirato al romanzo “Punch al Rum” di Elmore Leonard, che inevitabilmente ha finito per ispirare Tarantino nella costruzione dei personaggi e del plot narrativo, dai tempi decisamente più dilatati.

Nel film, Jackie Brown è una hostess di volo che contrabbanda denaro per un mercante d’armi; scoperta e arrestata, si trova di fronte al classico dilemma “da che parte stare”, in una situazione destinata ben presto a degenerare. Il racconto, a differenza di Pulp Fiction, è pressoché lineare, dai toni e dalle situazioni più “realistiche”, con la violenza messa in disparte a favore di una narrazione più calma, in cui non mancano comunque una buona dose di suspense e un finale decisamente movimentato.

È forse il film meno personale del regista, anche perché l’unico dalla sceneggiatura non originale, una pellicola nella quale Tarantino è costretto a limitare gli eccessi e la sfrontatezza dei predecessori, abbracciando toni più delicati, quasi intimi. Non ci sono dialoghi surreali e situazioni borderline destinate a diventare cult, il film è un esercizio di stile confezionato a regola d’arte. E con ottime prove di recitazione, su tutte quella dell’interprete di Jackie Brown, Pam Grier. Tarantino, al netto delle critiche misogine che gli vengono da sempre addossate, dimostra grande bravura nella costruzione dei suo personaggi femminili, sulla scia di Pulp Fiction con Uma Thurman, e in preparazione di quello che sarebbe stato di lì a poco il suo nuovo capolavoro.

Al netto dell’ormai ingombrante nome che porta alla voce regia e il carico di aspettative che inevitabilmente ne consegue, Jackie Brown è un film godibile, dall’inizio ai titoli di coda, a detta di Samuel L. Jackson, addirittura “il miglior film di Tarantino”. Un progetto che mette in luce una discreta maturità raggiunta da Quentin Tarantino e la capacità di saper abbracciare anche uno stile diverso dal suo. Anche se forse, proprio per il fatto che la vera impronta del regista non riesce quasi mai ad emergere, rimane la sua pellicola più “fredda” in termini di accoglienza e di impatto.


2003-2004. Kill Bill Volume 1 e 2

Se con Pulp Fiction è arrivata la consacrazione a livello internazionale, con i due volumi di Kill Bill Tarantino entra di diritto nella leggenda del cinema. Kill Bill è il trionfo dell’azione, un contenitore di generi e stili diversi con cui il regista di Knoxville si esalta e dà libero sfogo al suo cinema esagerato e citazionista.

Kill Bill è un film che ha spaccato la critica, chi lo ha amato alla follia – come il sottoscritto – chi lo ha criticato aspramente per la sua “confusione” di generi; in realtà, l’apparente mix di stili e situazioni al limite di cui il film è strabordante mostra tutta la lucidità di Tarantino, le cui idee sono ben chiare dal primo all’ultimo ciak. Una dimostrazione senza eguali di potenza comunicativa al suo livello più alto, in cui lo stile adottato in ciascuna scena, che sia d’animazione o in bianco e nero, è il veicolo perfetto per punzecchiare le giuste corde dello spettatore.

Una storia di vendetta, quella che porta Beatrix, ieri celebre assassina soprannominata Black Mamba, oggi ragazza incinta e promessa sposa, ritiratasi ormai dalla professione, a ricercare uno dopo l’altro i suoi sicari, guidati da Bill, in una spirale di violenza e situazioni al limite dell’assurdo.

Kill Bill è un film cucito sulla pelle di Uma Thurman, come ha affermato lo stesso Tarantino; un’idea nata ai tempi di Pulp Fiction, poi ripresa in mano anni dopo, quasi un regalo di compleanno per i 30 anni dell’attrice. E di fatto Uma Thurman è semplicemente perfetta nel ruolo di Beatrix Kiddo, come dimostrato dalla sua totale dedizione al ruolo; nonostante fosse diventata recentemente madre e fosse in piena fase di allattamento durante le riprese, la Thurman ha dedicato mesi alla comprensione delle tecniche della spada e all’addestramento, avvalendosi di veri maestri dello stile orientale. Non solo Beatrix, ma l’intero cast ha dedicato ore alla preparazione fisica delle scene di combattimento, con risultati grandiosi: nella loro esagerazione, le scene di combattimento restituiscono paradossalmente una credibilità unica, merito anche di una regia impeccabile.

L’azione è il vero cuore pulsante di Kill Bill, questa ricerca spasmodica della vendetta che funge da motore per l’introduzione dei vari personaggi antagonisti di Beatrix, ognuno con la sua caratterizzazione unica; se il primo volume è un chiaro omaggio alla cultura orientale, con il secondo si vira decisamente verso il genere western, con l’introduzione della figura di Bill, interpretato da un grande David Carradine, solo citato nel primo volume, nel secondo si prende la scena da antagonista principale ed elargitore di perle indimenticabili.

“Mi trovi sadico? Sai bimba, mi piace pensare che tu sia abbastanza lucida persino ora da sapere che non c’è nulla di sadico nelle mie azioni. In questo momento sono proprio io, all’apice del mio masochismo”

Bill

Torna la scomposizione temporale della storia, raccontata con capitoli quasi mai temporalmente lineari, celebre al riguardo il capitolo che racconta il durissimo addestramento affrontato anni addietro da Beatrix con il maestro Pai Mei, e la sua ricerca di Hattori Hanzo, leggendario armaiolo giapponese creatore delle spade più affilate del mondo; capitolo che, oltre ad essere di fatto la trasposizione scenica del “vero” addestramento affrontato da Uma Thurman sul set, rappresenta un esempio di indiscutibile maestria nella regia e nella recitazione.

Kill Bill è film esagerato e violento, a tratti insostenibile, ma è il tripudio dell’essenza tarantiniana all’ennesima potenza; un film da vedere, un esempio unico e autentico di ricchezza cinematografica e libertà espressiva dietro la macchina da presa.


2007. Grindhouse – A Prova di Morte

Nelle intenzioni, Grindhouse doveva essere un’unico progetto condiviso da Tarantino con l’amico regista Robert Rodriguez. A seguito del flop ottenuto ai botteghini americani, la pellicola venne spezzata nei due episodi, uscendo nel resto del mondo come due film separati: A prova di Morte, scritto e diretto da Quentin Tarantino, e Planet Terror, uno splatter fuori di testa a tema zombie firmato Robert Rodriguez.

“La gente non aveva capito nulla. Non avevano la minima dea di cosa ca**o stessero guardando. Quello che stavamo facendo non aveva alcun senso per loro.”

Quentin Tarantino

Il progetto originario era un chiaro omaggio alle Grindhouse, sale cinematografiche tipiche delle metropoli americane degli anni ’70, in cui i vagabondi trovavano ricovero e dove venivano proiettate vere e proprie maratone di b-movie caratterizzati da una profonda impronta violenta e dai contenuti esplicitamente sessuali, il cinema “d’exploitation”.

Grindhouse: A Prova di Morte è una pellicola a sua volta divisa in due parti, il cui collante è Stuntman Mike, il protagonista/antagonista della vicenda, nonché chiaro omaggio alla passione che da sempre lega Tarantino al mondo degli acrobati spericolati del cinema. Interpretato da un perfetto Kurt Russell, A Prova di Morte è la storia di uno stuntman in pensione che prova eccitazione a terrorizzare e uccidere giovani ragazze a bordo della sua macchina, appunto, a “prova di morte”. Lo stacco tra le due parti è ben visibile anche dallo stile registico adottato: colori sbiaditi nella prima parte, inquadrature lasciate al caso, stacchi improvvisi nel montaggio tipici delle vecchie pellicole rovinate; il regista sembra scherzare con lo spettatore, omaggiando al contempo le pellicole degli anni ’70. Introdotti tutti gli elementi e personaggi a schermo, il turbine di delirio e violenza ha inizio, ma presto si interrompe. Il film “ricomincia”, una seconda parte dai colori più accesi e con nuove protagoniste, fino al finale non ti aspetti. Una pellicola che ripropone la vendetta al femminile sul filone di Kill Bill, condita dal “chiacchiericcio” iconico tra le protagoniste, a cui si contrappone la perversione maschile, identificata nel voyeurismo sadico del “cattivo” e nei contenuti esplicitamente feticisti, già emersi sottovoce in Pulp Fiction nel tema del famoso “massaggio ai piedi”, qui manifestati apertamente.

Film d’azione, dai toni splatter, dominato tuttavia per larghi tratti da interminabili dialoghi, di solito inconcludenti, tra le protagoniste della vicenda. Non che questo sia una novità per le pellicole del regista, ma i dialoghi stavolta sembrano un po’ meno ispirati del solito, da soli non riescono a sorreggere il peso della sceneggiatura e catturare lo spettatore, come accade in Pulp Fiction o ne Le Iene. La divisione in due del progetto iniziale ha inevitabilmente influito sul ritmo della pellicola di Tarantino, che soffre di qualche momento di stallo, al netto comunque di sequenze riuscite e iconiche, su tutte l’improvvisata lap dance di “Butterfly” Arlene all’interno del Texas Chili Parlor.

Grindhouse: A Prova di Morte è a conti fatti un buon film, ma forse il “più debole” del regista di Knoxville, quello di cui lo stesso Tarantino va meno fiero, come ha recentemente dichiarato. Unica pellicola della sua filmografia a non ottenere alcuna candidatura agli oscar.


2009. Bastardi senza gloria

Il rilancio di Tarantino passa dalla Storia, o meglio, dalla “sua” Storia riveduta e corretta. Dopo aver scardinato le regole del cinema e dei suoi generi, il regista di Knoxville decide che è arrivato il momento di reinterpretare anche gli eventi storici, e lo fa prendendo in esame il tema più delicato e forte al tempo stesso del secolo scorso.

I Bastardi senza gloria (“The Inglorius Basterds” nella lingua originale, reinterpretazione tarantiniana di “The Inglorius Bastards” film di Enzo G. Castellari del 1977) sono una squadra speciale di soldati ebrei, guidati dal tenente Aldo Raine di un immenso Brad Pitt, con un unico scopo: sterminare i nazisti e la loro leadership.

Nomi e situazioni di fantasia sullo sfondo della vera occupazione europea da parte dei nazisti, con Bastardi senza gloria Tarantino ripropone il suo classico schema a blocchi, con capitoli dedicati a linee narrative diverse nel tempo e nello spazio, destinate a convergere in un unico, trionfale, irriverente, “tarantiniano” finale.

“Combattere in uno scantinato presenta numerosi inconvenienti, primo fra i quali combattere in uno scantinato“

Aldo Raine

Così mette in guardia con la sua esclusiva ironia Aldo Raine, prima che a schermo si manifesti una delle scene più memorabili del film. La sequenza dello scantinato è pressoché perfetta, sulla carta e nei fatti, e rappresenta di fatto la sintesi del modo di scrivere e fare cinema del regista. Una chiave di lettura esemplare per comprenderlo, perché racchiude un pò tutto il suo stile. È forse la sua scena perfetta.

Ma il film è un concentrato di sequenze e indimenticabili, e prove attoriali memorabili. Come quella regalata da uno straordinario e, al tempo, semi-sconosciuto Christopher Waltz nei panni del colonnello nazista Hans Landa; nel film Waltz recita in ben quattro lingue, compreso l’italiano nella scena cult con Brad Pitt che scimmiotta il Padrino, un’interpretazione che gli vale fama internazionale, Oscar e Golden Globe come miglior attore non protagonista, e un ruolo da “intoccabile” nella successiva pellicola del regista.

Non certo il film perfetto, ma di certo il più audace, Bastardi senza gloria è la pellicola con la quale Tarantino celebra la potenza del cinema, del suo cinema, in grado di cambiare persino il corso della storia, tema che trova il suo compimento nella scena finale, non a caso ambientata all’interno di un cinema.

Con un successo incredibile al botteghino, ad oggi, Bastardi senza gloria è il secondo film di Tarantino per incassi; e indovinare quale sia il primo non è poi così difficile.


2012. Django Unchained

“Signori, avevate la mia curiosità, ora avete la mia attenzione”

Calvin Candie

Sono costretto a mettere le mani avanti. Nella mia personalissima classifica dei film di Quentin Tarantino, Django Unchained occupa, senza alcuna discussione, il primo posto. Detto questo, chi continuerà nella lettura potrà comprendere il trasporto emotivo con il quale ne parlerò.

Django Unchained arriva nel momento di massima maturità del regista, l’esperienza, la conoscenza profonda dei suoi attori, i tentativi riusciti e quelli “meno” messi in pratica in passato, tutto converge e si condensa in una pellicola, che trasuda stile e passione da ogni singolo fotogramma.

Il film è un atto d’amore di Tarantino verso il cinema western, in particolare quello italiano, verso cui il regista non ha mai nascosto ammirazione, e la sua riproposizione del Django di Sergio Corbucci con protagonista Franco Nero, che compare come cameo nel film, ne è la prova definitiva. Django, schiavo nero interpretato da Jamie Foxx, viene liberato dal cacciatore di taglie King Schultz (Christopher Waltz) e si unisce a lui in un viaggio di vendetta alla ricerca della moglie, anch’essa resa schiava. Un western nei titoli, di fatto un film che vira ben presto su toni razziali, con il tema dello schiavismo che emerge con forza, trattato a suo modo “leggero”, talvolta autoironico, come consuetudine del regista.

La storia è piuttosto semplice, certo condita dagli immancabili momenti “tarantiniani”, ma piuttosto lineare nel suo decorso. A rendere Django Unchained un film straordinario e indimenticabile sono i suoi interpreti, gli attori del cast che sono in un autentico “stato di grazia”, ciascuno all’apice della sua verve artistica. E questa non è la classica frase ad effetto buttata là per infiocchettare un giudizio positivo; dal mio modesto e umile punto di vista, le interpretazioni di Jamie Foxx, Leonardo di Caprio, Christopher Waltz e Samuel L. Jackson sono le migliori performance della loro carriera.

Christopher Waltz, ormai a suo agio nei ruoli di co-protagonista, ottiene la sua seconda statuetta per un’interpretazione clamorosa, ormai i suoi personaggi sono la parodia stessa dei suoi personaggi, e perdonatemi il gioco di parole riuscito male. Un Jamie Foxx che sprigiona furia e azione da ogni particella del suo corpo, il ruolo di Django sembra cucitogli addosso, e come non citare la performance di Samuel L. Jackson, attore e personaggio di colore che, lavorando alla corte degli schiavisti bianchi, insulta e si fa beffe degli schiavi neri, appellandoli tali. Una prova di recitazione strepitosa, anche se a molti risultata un pò “indigesta” per i troppi appellativi razziali; per quanto mi riguarda, al netto di tutto il “politically correct” che imperversa oggi, la prova di Jackson resta encomiabile, una restituzione perfetta di un personaggio complesso, nonché rappresentazione scenica esemplare del livello di depravazione raggiunto dall’istituzione dello schiavismo. E visto che stiamo parlando di una forma d’arte, a me piace leggerla così.

L’ho lasciato volutamente per ultimo; perché se la famosa scena dello scantinato in Bastardi Senza Gloria è la scena di Tarantino, il dialogo a tavola con il teschio in mano è la scena di Leonardo di Caprio. Cosa dire di un attore che, battendo la mano sul tavolo, si ferisce realmente e inizia a sanguinare, continuando tuttavia a recitare con un enfasi mai vista, tra lo stupore degli altri attori? Niente, così come niente disse Tarantino che, continuando a filmare la scena, ha regalato al mondo del cinema una sequenza indimenticabile. Un attore straordinario, forse il più grande della nostra epoca, che incontra il registra più rivoluzionario del nostro tempo. Il resto è storia.

Con una sceneggiatura eccellente che gli vale la seconda statuetta dopo Pulp Fiction, Quentin Tarantino sposta ancora più in alto l’asticella delle sue pellicole, dimostrando di trovarsi a suo agio con un genere che gli regalerà ancora soddisfazioni nell’immediato futuro.


2015. The Hateful Eight

Come rendere interessante e carico di suspence un film di 3 ore ambientato all’interno di un emporio isolato durante una tormenta di neve? Con The Hateful Eight, Tarantino riesce a costruire una storia credibile e coinvolgente sfruttando unicamente la sua abilità universalmente riconosciuta come la migliore, ovvero la scrittura dei dialoghi tra i personaggi.

Secondo esperimento western, la vicenda di The Hateful Eight parte da una diligenza sulla strada innevata per Red Rock, al cui interno un famigerato cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera al patibolo, per convergere all’emporio di Minnie, luogo dove si intrecciano le storie e le intenzioni di otto variopinti personaggi, bloccati all’interno dall’infuriare di una bufera di neve, in un racconto che ben presto assume le tinte e la suspence tipica di un giallo.

Se l’azione latita per gran parte del film, il lavoro di scrittura degli otto personaggi e dei loro dialoghi è esemplare, forse il migliore dai tempi di Pulp Fiction. Lo spazio confinato è l’espediente per prendersi il tempo necessario a trattare tematiche diverse, dalla guerra d’indipendenza americana ai chiari riferimenti politici e razziali della società moderna, il tutto sullo sfondo dell’imminente rivelazione attesa dallo spettatore sulla vera identità degli ospiti dell’emporio.

L’alone di mistero attorno ai singoli personaggi non permette allo spettatore di prendere le parti di nessuno, a volte vorremo schierarci dalla parte del sospettoso John Ruth, ottimamente interpretato dal grande Kurt Russell, altre saremo rapiti dalla figura del maggiore Marquis Warren di Samuel L. Jackson (e chi altri sennò?) che prova ad ergersi a dominatore della scena, in una lenta progressione in cui è percepibile l’attesa per l’evento “scintilla”, lo spartiacque cui seguono inevitabilmente la rottura degli equilibri e il degenerare degli eventi, in una spirale di violenza di “tarantiniana memoria”. La furia della natura fuori, la furia umana dentro, la costruzione dell’epilogo porta i singoli personaggi a togliere la maschera e svelarsi per quello che sono, finendo per essere odiati tutti dallo spettatore, il quale assiste attonito allo scorrere dei titoli di coda di un film “senza eroi”.

“La mia cara vecchia Mary… questo è un bel tocco”

Chris Mannix

Come non citare le ultime parole della lettera che il Presidente Abramo Lincoln avrebbe inviato al maggiore Warren, che fa tornare alla mente la celebre “valigetta” di Pulp Fiction, un simulacro attorno al quale si sviluppa la storia, perfetto a rappresentare quel rapporto di realtà-finzione per pervade tutta la pellicola e i suoi protagonisti. L’ambiguità delle lettera e delle singole storie degli interpreti del dramma, trasforma di fatto l’emporio di Minnie in un palcoscenico, con lo spettatore quanto mai impotente e rapito di fronte all’evolversi degli eventi.

Una pellicola accolta trionfalmente da buona parte del pubblico, ma che non ha messo tutti d’accordo, soprattuto nella critica; se da una parte è innegabile la maestria di Tarantino nella sceneggiatura e nella caratterizzazione dei personaggi, tanto da meritargli la scrittura di diversi articoli accademici a riguardo, da altre parti sono giunte, puntuali, le solite critiche. Per alcuni il cinema del regista è ormai diventato uno strumento politico per manifestare il suo pensiero, da altre parti le scontate accuse di misoginia e discriminazione razziale, da altri ancora l’etichettatura di film “noioso”.

Se il film non convince tutti, su due elementi non c’è dubbio alcuno: il primo è che la pellicola è stata girata in 70 mm, mezzo scelto da Tarantino per esaltare la potenza visiva delle scene all’aperto e la profondità di quelle al chiuso; per chi ha potuto goderne al cinema, è stato uno spettacolo audiovisivo di rara bellezza. Il secondo, è la magnifica colonna sonora, composta interamente dal nostro amato e indimenticato Ennio Morricone, che gli è valsa Oscar, Golden Globe e premo BAFTA.


2019. C’era una volta a…Hollywood

Ed eccoci giunti all’ultimo film, ad oggi, scritto e diretto da Quentin Tarantino. La sua ultima opera è una dichiarazione d’amore al cinema e alla Hollywood degli anni ‘60, nonché una dedica affettuosa alla città di Los Angeles.

“In questa città può cambiare tutto all’improvviso”

Rick Dalton

Una coppia inedita per Tarantino, Leonardo di Caprio e Brad Pitt nei panni, rispettivamente, dell’attore Rick Dalton e del suo stuntman e tuttofare Cliff Booth. Siamo nella Hollywood del 1969, e la villa accanto a Dalton è stata appena acquistata dal giovane regista Roman Polanski e dalla moglie e attrice Sharon Tate. C’era una volta a Hollywood è un film nel film, un affresco della vita nella Los Angeles degli anni ‘60 vista dalle verdeggianti colline, dove essere sulla cresta dell’onda è tutto. E dove l’ombra della famiglia Manson e dei tragici eventi che stanno per colpire quella Hollywood è dietro l’angolo.

Una coppia esplosiva, complementare, perfetta; Rick Dalton e Cliff Booth sono magnetici a contendersi il ruolo di protagonista, bravi in coppia e ancora di più in solitaria, con il primo che mette in mostra tutta la sua bravura dietro la “doppia” macchina da presa, quella del film e quella dei suoi personaggi, il secondo che regala forse i momenti più esaltanti e frizzanti dell’intera pellicola.

Se il duo è perfetto, lo stesso non si può dire per la terza stella del cast, Margot Robbie, la Sharon Tate del film. Non certo per colpa sua, però; Tarantino in questi anni ci ha regalato personaggi femminili memorabili, costruiti con profondità e passione. Qui, il regista regala di fatto poco spazio all’approfondimento del personaggio di Robbie, “liquidandola” con poche battute, preferendo concentrarsi sulla celebrazione del cinema e della città.

E su questo aspetto è stato encomiabile. La fotografia è perfetta, così come i costumi, gli scenari, i dettagli; Tarantino ci porta a spasso con i suoi protagonisti per le strade della città, giocando con le inquadrature e restituendoci un suo sguardo intimo e personale della Los Angeles da lui idealizzata e sognata. E portandoci dentro il set. Per tutto il film, lo spettatore è immerso all’interno del mondo cinematografico, vive le sequenze da dietro la macchina da presa, cogliendone le emozioni e l’adrenalina delle scene, i drammi di chi percepisce il declino della sua carriera, gli aspetti più intimi degli attori e dei loro personaggi. E un Tarantino così non l’avevamo mai percepito, tanto grande è il suo amore per il cinema da volerne condividere un pò con tutti noi.

C’era una volta a…Hollywood è un film maturo, aggettivo che accostato al cinema di Tarantino forse può non sembrare un complimento. Di certo le aspettative erano altissime per questo film, sta di fatto che uscendo dalla sala si percepisce una velata, insolita sensazione di incompletezza, di rimasto tra le righe, come se tutte le idee che aveva in mente il regista non avessero trovato piena corrispondenza nella pellicola. Una strana sensazione, ma che di certo non intacca la bontà complessiva del suo nono film, forse il primo in cui Tarantino ha provato veramente a mettere in scena, prima ancora del suo stile e dei suoi stereotipi, il suo cuore.


È risaputo che l’idea di Quentin Tarantino sia quella di lasciare il cinema con il decimo film; in passato si è parlato di un terzo volume di Kill Bill, in tempi più recenti di un altro western come omaggio definitivo e ultimo al cinema di Sergio Leone; chissà cosa passi nella mente del regista di Knoxville in questo momento.

Una cosa è sicura: qualunque sia il commiato scelto da Tarantino, non passerà di certo inosservato!