TENET, forse stiamo esagerando

“Non tentare di comprenderlo. Sentilo.”

Mai citazione fu più azzeccata per coglierne l’essenza, nonché lo spirito con cui si dovrebbe approcciare l’ultima pellicola di Christopher Nolan.

Perché Tenet è un film pericoloso se approcciato nella maniera sbagliata, è un viaggio senza ritorno nella “problematica” mente di un Nolan all’apice della sua complessità creativa. Se manipolare le leggi della meccanica quantistica è un gioco da ragazzi per il regista londinese, scherzare con l’intelligenza dello spettatore è ben altra cosa; ecco perché Tenet è un film da vedere a cuor leggero e a mente libera, senza sforzarsi nel tentativo di dare una spiegazione a tutte le cose “anomale” che accadono a schermo, altrimenti si rischia il black-out ben prima dei titoli di coda.

Non che sia una novità, chiaro. Il cinema di Christopher Nolan è da sempre sinonimo di complessità. L’intreccio narrativo che caratterizza le sue opere, la non linearità temporale degli eventi e i suoi contenuti che giocano apertamente con le leggi della fisica dividono da sempre, in maniera netta, il pubblico. Chi vi scrive, oltre ad essere un’appassionato e studioso di materie scientifiche, prova da sempre ammirazione per le pellicole del regista inglese e per la sua particolare visione del cinema, volta a instaurare con lo spettatore un rapporto quasi di sfida, del tipo “la mia storia è semplice ma ora ti confondo le idee, vediamo se riesce a starmi dietro“. Una sorta di “ego fuori controllo” quello di Nolan il quale, conscio di avere una buona formazione di base, delle idee tutto sommato brillanti e le giuste tecnologie – nonché il budget – a disposizione, ogni volta catapulta lo spettatore all’interno di un racconto disarticolato, distorto e ricomposto da qualche parte nello spazio-tempo, mostrando a tutti chi ce l’ha più lungo. E sbattendoti in faccia le sue regole, ben precise e confinate, che vanno capite quanto prima per tenere il filo della narrazione senza arrivare storditi alla fine.

Per chi come me ha bisogno di avere sempre tutto “sotto controllo”, la visione di ogni nuovo film di Nolan è sempre una sfida stimolante, ma anche snervante, non riesco proprio a godermi un singolo fotogramma senza comprendere a fondo il motore scatenante di quel singolo fotogramma, il come e il quando, da dove è venuto e dove sta andando. Insomma per farla breve ed entrare in tema, avere il pieno controllo della sua entropia.

In Tenet tutto questo è mentalmente impossibile. Il film corre via veloce fin da subito, scaraventando lo spettatore nel pieno dell’azione adrenalinica di un assalto al Teatro dell’Opera di Kiev, non dandogli il tempo di capire cosa stia succedendo e perché. E le cose peggiorano quando vengono introdotti – male – i primi concetti di fisica “fai da te” sul comportamento del tempo intrinseco in alcuni oggetti; in men che non si dica siamo già alienati dalla pellicola, assistiamo impotenti allo scorrere di immagini a schermo senza alcun apparente nesso logico, basiti innanzi all’escalation dell’entropia nolaniana. A memoria, neanche durante il corso di Meccanica Razionale ero mai andato così in difficoltà.

Ma perché è così difficile seguire Tenet?

In effetti la sua trama è quanto di più semplice si possa immaginare; se dovessi raccontarla in poche parole a chi non ha visto il film, sarebbe una cosa del tipo: “un cattivo russo ha in mano un dispositivo per la fine del mondo, un agente segreto ha il compito di fermarlo“. Tutto qui, niente di più semplice. La pellicola ha tutti i connotati della classica Spy Story alla James Bond, o del nuovo capitolo della saga di Mission Impossible; in Tenet non c’è davvero nulla di innovativo nel plot narrativo, ci sono i classici inseguimenti, le sparatorie, gli abiti alla moda, il cattivone di turno, tutti i cliché del genere sono al loro posto.

Ma, quindi, cos’è che rende Tenet così complicato da seguire? Il fatto di essere un film di Nolan è già un indizio, perché lo sappiamo, al regista londinese non piace mai raccontare una storia semplice e lineare, deve per forza incasinare tutto. E questa volta lo fa partendo tutto sommato da un’idea brillante; peccato che poi si perda irrimediabilmente nel suo sviluppo, ma andiamo con ordine.

“Viviamo in un mondo crepuscolare”

L’idea di base della pellicola è il concetto di inversione temporale. In un futuro non meglio precisato, colpito da un cataclisma causato dagli errori della generazione presente, è stata inventata una tecnologia che consente di “invertire” il normale scorrere del tempo e ripercorrere gli eventi a ritroso. Questa tecnologia può essere applicata anche agli oggetti ed è stata impiantata in un algoritmo, una sorta di congegno meccanico scomposto in nove elementi che vengono rispediti indietro nel tempo. Nel presente, l’algoritmo finisce nelle mani di un criminale russo malato di tumore il quale, in accordo con l’umanità del futuro – non si capisce in quale modo – decide di trascinare l’umanità del presente nel suo tragico destino, cancellando così la generazione colpevole del futuro disastro. In questo scenario entra in gioco il nostro eroe, l’agente segreto senza nome al servizio della Tenet, un’organizzazione creata allo scopo di vigilare sull’intero loop temporale generato, con l’ingrato compito di sventare l’imminente apocalisse.

Tuttavia, se il concetto di “reverse” introdotto da Nolan è geniale nelle intenzioni, nella messa in pratica finisce per creare una confusione senza precedenti, rendendo di fatto tremendamente complicato tenere il filo di una storia che in realtà non lo è affatto. A schermo la tecnologia ci viene mostrata la prima volta con l’esempio della pallottola che rientra nella canna dell’arma da cui è stata esplosa. Pochi minuti dopo ecco la scienziata di turno che spiega al nostro “Protagonista” – si chiama davvero così, non ha un altro nome – come nel futuro sia possibile invertire gli oggetti grazie ad un’inversione di entropia e, nel caso specifico, come una pallottola invertita possa fare molti più danni di una normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. In realtà all’inizio sembra tutto dannatamente interessante, finalmente un qualcosa di nuovo sul tema, non vediamo l’ora di vedere come verrà sfruttata questa incredibile tecnologia. Ve lo dico subito: malissimo, e la puzza di bruciato inizia a sentirsi già verso la metà del film, quando si arriva alla fatidica sequenza del “tornello“.

Perché in realtà la misteriosa e mirabolante inversione temporale altro non è che uno specchietto per le allodole; le allodole siamo noi, e lo specchietto serve ad introdurre l’ennesimo, inflazionato e stra-abusato concetto di viaggio nel tempo. Evviva. Il tornello è “chiaramente” un tornello temporale, ci entri in avanti, esci dall’altra parte andando all’indietro. Nel senso che dall’altra parte sei tu ad andare all’indietro, il mondo va avanti sempre e comunque, sei tu l’oggetto invertito che procede al contrario, parla al contrario e quindi può tornare indietro nel tempo. Indossando una mascherina per l’ossigeno, altrimenti i polmoni invertiti non riescono a gestire l’aria che procede nel verso normale. E perché? Non lo sappiamo, nessuno ce lo spiega e va bene così, non vogliamo saperlo. Ah, e se prendi fuoco ti congeli. E, diamine, almeno qualcuno ci spiega come è stato realizzato quel maledetto tornello nel presente, se la tecnologia ancora non esiste? D’accordo Christopher, non vogliamo sapere neanche questo.

A metà film è chiaro quindi come la pellicola abbia raggiunto la fine, da lì in avanti si procede a ritroso, con i nostri eroi che vanno letteralmente all’indietro, incontrando gli stessi del passato che vanno in avanti, in una confusione scenica che ci accompagna sino ai titoli di coda. Titoli di coda ai quali si arriva inevitabilmente con il mal di testa, e con quella sensazione di insoddisfazione non tanto per non aver compreso il finale, quanto per le dinamiche che ci hanno condotto sin lì.

“Nessun amico al tramonto”

Un vuoto dentro, un vuoto freddo come il film, perché ad aggiungersi alla complessità visiva generale, che detto tra noi ci può anche stare – alla fine è sempre un film di Nolan – c’è una caratterizzazione dei personaggi praticamente inesistente. Ed è questo il vero, grande problema del film. Dannazione Christopher, ma come faccio ad appassionarmi al tuo film, che già faccio fatica a seguire, se non so praticamente nulla dei suoi personaggi? Del “protagonista”, interpretato dal buon John David Washington figlio del più famoso Denzel, non sappiamo niente, del suo passato, delle sue motivazioni, di nulla; lo troviamo lì, che va avanti, poi indietro, senza farsi mai troppe domande sugli eventi bizzarri che gli capitano attorno – e già questo è sconvolgente di suo – per poi scoprire alla fine della fiera che in realtà è stato proprio lui a fondare la Tenet nel futuro e a reclutare il sé stesso del presente, nonché tutti gli altri comprimari. Una rilevazione che purtroppo non risulta per nulla interessante, non perché non lo sia, ma perché arriva con una bella dose di apatia generale ad uno spettatore ormai stordito. Ben più interessante sembra essere il comprimario Neil, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Robert Pattinson, se non fosse che anche il suo personaggio manca del più benché minimo approfondimento, risultando alla fine freddo quasi quanto tutto il resto. Non c’è eccezione a questo dogma intrinseco del film, neanche per il villain Andrei Sator, un Kenneth Branagh senza infamia e senza lode, mai a pieno agio in una parte evidentemente non sua. E per l’immancabile Bond /Tenet Girl della Spy Story, Elizabeth Debicki alias Kat, unico personaggio con un minimo di background seppur poco rifinito, nonostante sia la sola a restituire un pò di umanità a schermo.

L’assenza totale di caratterizzazione stona con il livello complessivo di recitazione regalato dal cast, rendendo di fatto impossibile l’empatia con i personaggi; ma si tratta di una precisa scelta registica, al centro della scena devono restare l’azione e il tema dell’inversione temporale. Peccato però che quello che doveva essere il punto di forza finisca inevitabilmente per essere solo un confusionario anello debole. Per tutta la durata del film si ha una costante sensazione di mancanza, sembra mancare sempre qualcosa, che siano spiegazioni un pò più chiare e coerenti di fatti astrusi o addirittura intere sequenze. Durante la mia prima visione, sono sincero, ero convinto che avessi perso conoscenza, dovevo per forza essermi perso qualcosa perché c’era troppa confusione nel montaggio; la seconda visione mi ha confermato che in realtà non ero svenuto, la pellicola è confusionaria di suo. E quando si ha la netta percezione di scene mancanti, di qualcosa che non torna, e non perché deve rimanere volutamente un mistero ma perché è stato spiegato male, è segno che il film non ha fatto il suo dovere.

E non voglio neanche scomodare l’enigma del palindromo alla base dell’intera pellicola di Nolan, il celebre quanto misterioso quadrato del Sator che recita: “SATOR-OPERA-TENET-AREPO-ROTAS” per il quale potrei aprire altre cento parentesi senza trovare alcun nesso logico con il tema del film. Non ci sono significati profondi o nascosti – o almeno io non li ho trovati – se non una quantomai casuale attribuzione dei suddetti nomi a diversi soggetti presenti all’interno del film per far tornare i conti, un pretesto per giustificare il suo impiego all’interno di un racconto nel quale non ce n’era davvero bisogno. Un MacGuffin, insomma.

“L’ignoranza è la nostra salvezza”

Perfetto! Ce lo dice proprio il film, anzi lo ripetono di continuo al protagonista che per giunta non sembra neanche porsi troppe domande al riguardo, quindi che motivo abbiamo noi di affannarci così tanto a risolvere il mistero. Quello che ho capito – perché in fondo qualcosa l’ho capita in questo film – è che bisogna guardare Tenet a cuor leggero, senza l’ossessione di voler comprendere tutto. Per quanto ci si possa provare e, fidatevi, le ho provate tutte, addirittura mettendo in pausa e riavvolgendo le scene già invertite con il rewind – si lo so, è complicato – per ricomporre il flusso degli eventi, resta sempre qualcosa di inafferrabile, il più delle volte si corre il rischio di aprire una scatola per trovarne all’interno altre due.

Tenet è dunque un film da vedere? Ma certamente, dovete “flipparvi” il cervello pure voi. Battute a parte, qualcosa di buono c’è in effetti, come la fotografia generale e la colonna sonora a temi invertiti firmata Ludwig Göransson. E, ovviamente, le scene d’azione, certo caotiche, ma di una confusione tecnicamente memorabile; vedere soldati che avanzano accanto ad altri che indietreggiano, palazzi distrutti che si ricompongono per poi crollare di nuovo, è un’esperienza visiva unica nel panorama cinematografico, e pure divertente (in realtà volevo dire comica ma ho già scritto troppe cattiverie).

Chi avrà la capacità di approcciare Tenet con la giusta spensieratezza, potrà sperimentare un paio d’ore di caotico intrattenimento, tutto sommato il film è un perfetto e costosissimo esercizio di stile, asettico ma meritevole di essere quantomeno visto.

Ma senza porsi troppe domande, mi raccomando. Fa male all’entropia.

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