La semplice complessità di Dark

Ogni storia ci lascia dentro qualcosa, ci tocca corde diverse e, in qualche modo, cambia il nostro modo di vedere le cose. Dark non pretende di essere compresa fino in fondo, forse nemmeno esiste un’interpretazione univoca per l’universo creato dai suoi sceneggiatori, ma di certo arrivati ai titoli di coda non vi lascerà indifferenti.

Almeno così è stato per me. Qualora siate indecisi e un pò scettici nell’intraprendere il viaggio nell’intricato multiverso creato da Baran Bo Odar e Jantje Friese, sappiate che Dark è una seria complessa da comprendere ma facile da amare, da recuperare a tutti i costi; alla fine non ve ne pentirete, durante probabilmente sì.

Dark è una serie televisiva tedesca prodotta nel 2017, si compone di tre stagioni, di cui l’ultima arrivata su Netflix nell’anno in corso, per un totale di 28 episodi. La storia è ambientata completamente a Winden, una fittizia cittadina tedesca, sede di una centrale nucleare e teatro di segreti e storie che legano indissolubilmente le vite dei suoi abitanti, e di quattro famiglie in particolare, i Nielsen, i Kahnwald, i Doppler e i Tiedemann.

Una misteriosa caverna nei boschi e i resti di una poltrona all’ingresso; stampatevi questa immagine e tenetela bene impressa in mente, perché è qui che tutto ha inizio, dove tutto passa ed inevitabilmente ritorna, in un ciclo senza fine.

Il tempo è il motore dell’intero arco narrativo, un racconto che si apre e si ramifica nel corso delle tre stagioni, tanto è forte l’empatia che si instaura con alcuni personaggi quanto è complicato seguirne il corso delle vicende, comprendere il come e il perché ma, soprattutto, il quando. 

Perché si, è il tempo a definire le vite e le storie in Dark, prima ancora dei sentimenti e della ragione, una presenza quanto mai ingombrante che nella sua insindacabile autorità determina ogni causa e conseguenza. E porta all’inevitabile fallimento di ogni azione intrapresa, volta a cambiare il corso degli eventi; tutto si ripete, immutabile, e in questo loop senza fine il racconto prende un respiro più ampio, ad ogni ciclo si acquisisce maggiore consapevolezza, come un dipinto che si arricchisce di nuove sfumature.

Dark si pone, di base, come un racconto di fantascienza, ma non esita ad abbracciare mitologia, esoterismo, misticismo, simbolismo. E i simboli, in particolare, sono un potente mezzo comunicativo utilizzato dallo show; le tre punte interconnesse della Triquetra è di gran lunga quello più ricorrente in Dark, la correlazione tra passato, presente, futuro; ciò che sembra la chiave di lettura più scontata all’inizio, assume una nuova accezione nel corso degli eventi, una raffigurazione semplice eppure tanto profonda e misteriosa.

Mettetevi comodi sul divano, prendetevi il vostro tempo e, magari, armatevi di taccuino per prendere appunti; perché l’intreccio narrativo e temporale messo in piedi dagli sceneggiatori vi farà perdere la bussola più di una volta, soprattutto dalla seconda stagione in poi. Ma tranquilli, sappiate che anche nei momenti più disorientanti e apparentemente senza alcun nesso logico, c’è sempre un impercettibile filo conduttore che lega tutte le storie raccontate in Dark. Sta proprio qui la grande bravura dei suoi creatori, l’aver dato vita ad una storia tanto complessa quanto coerente con l’idea iniziale, quell’incipit che sta alla base dell’intera vicenda e che muove tutte le pedine a schermo.

E questo è confortante. Anche perché al culmine della complessità, Dark si svelerà ai vostri occhi e avrete il quadro completo, capirete come i singoli tasselli sono in realtà sempre stati in armonia tra loro, andando a comporre il più intricato dei puzzle mai visti sul piccolo schermo.

Se il racconto è magistrale, gran parte del merito va agli attori, molti dei quali giovanissimi e alle prime esperienze sul set, ma capaci dall’inizio alla fine di reggere il peso e la complessità dei personaggi interpretati. Bravi gli attori, ancora più bravi i responsabili del casting, e qui sono costretto a fermarmi: lo capirete solo guardando la serie; non c’è davvero un attore o un’attrice fuori posto, ogni interprete è in perfetta simbiosi con gli altri, creando quella continuità necessaria a rendere ancor più credibile la narrazione degli eventi.

Impossibile, infine, non menzionare la colonna sonora, sempre coerente e calata alla perfezione all’interno del distopico universo di Dark, a partire dalla magnifica sigla iniziale, quella “Goodbye” di Apparat, le cui note risuonano prima di ogni episodio sullo sfondo di immagini criptiche e caleidoscopiche, ennesima rappresentazione simbolica che prova a disorientare lo spettatore fin dall’inizio, fornendogli al contempo una velata chiave di lettura.

Inutile sottolineare come Dark sia una serie imprescindibile, da godersi tutta d’un fiato, un piccolo gioiello che brilla di luce propria e trova il suo meritato spazio tra produzioni ben più blasonate.

Una serie da vedere. E rivedere, a consapevolezza acquisita, per comprenderne l’impercettibile semplicità nella sua potente complessità.

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