Into the Lands Between

Mi risveglio da un sonno eterno.

La cappella è buia e disadorna. Le pareti trasudano umidità e il silenzio che mi circonda è così profondo da sembrare quasi innaturale.

Di ciò che ero rimangono soltanto flebili reminiscenze, frammenti confusi di un’esistenza che non riesco più a ricomporre.

So soltanto una cosa.

Sono un Senzaluce, un abitante dell’Interregno che, in un tempo ormai lontano, fu esiliato dopo aver perduto la benedizione della Grazia.

Perché io sia tornato, non mi è dato sapere.

So soltanto di essere stato richiamato da una volontà superiore.

Ma quale, e per quale scopo, ancora non lo comprendo.

Deboli raggi di luce filtrano dalle aperture del tetto fatiscente e, attraversando la penombra, illuminano alle mie spalle una statua greve e solenne. La osservo appena, ancora incapace di mettere ordine nei miei pensieri. Avverto dentro di me una strana inquietudine, una malinconia senza origine che si mescola alla sensazione di essere osservato.

Ai miei piedi si srotola un vecchio tappeto rosso, consumato dal tempo, che conduce verso un enorme portone di legno e ferro.

Sembra chiuso.

Mi guardo intorno.

Alla mia destra giace un cadavere. Una sacerdotessa, forse. Il corpo è ormai privo di vita, ma tra le sue mani trovo qualcosa: alcune dita avvizzite, annerite dal tempo.

Non so cosa siano.

Non so a cosa possano servire.

Le prendo comunque.

In questo luogo dimenticato da Dio, ho la sensazione che prima o poi mi saranno utili.

Mi avvicino al portone e lo spingo con entrambe le mani.

Dopo un istante di resistenza, le pesanti ante cedono con un lungo gemito e si spalancano davanti a me.

La luce mi costringe a socchiudere gli occhi.

Davanti a me si apre un piccolo cortile di pietre sconnesse, invaso dalle erbacce e dal silenzio.

La Cappella dell’Attesa.

Ora ricordo il nome.

È qui che mi sono risvegliato.

Una costruzione imponente, interamente in pietra grigia, sospesa sulla cima di una rupe che precipita nel mare. Non so come sia arrivato fin qui e, per il momento, non importa.

Qualcosa oltre la cappella attira il mio sguardo.

Una breve scalinata di pietra, consumata e malridotta, conduce verso il bordo della rupe.

Mi avvicino.

E allora lo vedo.

Al di là del precipizio si innalza il profilo indistinto di un enorme castello, quasi inghiottito dalla foschia. Le sue guglie si ergono verso il cielo grigio, immobili e lontane, come se fossero lì da prima che qualcuno potesse ricordarne l’origine.

Ma non è il castello ciò che mi lascia senza fiato.

È qualcosa che avevo già intravisto uscendo dalla cappella e che ora, davanti a me, domina completamente il paesaggio.

Un albero.

No.

Qualcosa di molto più grande.

Un tronco immenso si innalza oltre l’orizzonte, etereo e splendente, e dalle sue fronde si dipartono infiniti rami dorati. La sua luce attraversa la foschia, scivola sulle montagne e sulle rovine e sembra raggiungere ogni cosa, persino ciò che non riesco a vedere.

L’Albero Madre.

Non so perché ne conosco il nome.

Non so perché la sua vista mi riempia contemporaneamente di meraviglia e terrore.

So soltanto che non riesco a distogliere lo sguardo.

Fasci di luce dorata attraversano il cielo e si disperdono sull’Interregno come vene luminose, portando con sé quella che riconosco, quasi istintivamente, come la Grazia.

C’è una volontà dietro tutto questo.

Una presenza.

Qualcosa di immenso e indefinibile che sembra essere sempre stato lì, immobile, eterno, in attesa.

Rimango pietrificato.

Per la prima volta dal mio risveglio sento qualcosa di simile alla speranza.

Ed è proprio questo a spaventarmi.

Il precipizio non è la fine.

È soltanto il passaggio.

Una scala di legno è ancorata alla parete rocciosa e scende verso uno spiazzo più in basso. Da lì, un vecchio ponte sospeso conduce verso l’altra sponda.

Lo attraverso lentamente.

Ogni passo è accompagnato dal cigolio delle assi e dal vento che soffia dal mare.

Sono ancora disorientato, sospeso tra lo stupore per ciò che ho appena visto e l’inquietudine per ciò che mi attende.

Eppure continuo.

Sono un cavaliere errante.

Lo ricordo.

Non ricordo il mio nome, né le battaglie che ho combattuto, né le terre che ho attraversato, ma il corpo conserva una memoria che la mente ha dimenticato.

So combattere.

So impugnare una spada.

E so che, oltre quel portale, non può esserci altro che la morte.

Un arco di pietra mi attende oltre il ponte.

Ai suoi lati, antiche statue raffigurano figure ammantate, immobili, con le spade rivolte verso il basso. Sembrano guardiani di un luogo dimenticato.

Il vento attraversa i rami spogli degli alberi.

Sono alberi antichi, contorti, consumati da inverni che nessun uomo potrebbe ricordare.

Supero l’arco.

Davanti a me si apre uno spiazzo ancora più grande.

Al centro domina una statua imponente.

Una figura femminile, forse una dea, con il capo chino e le braccia leggermente allargate. C’è qualcosa nella sua postura che incute rispetto, ma anche una inspiegabile sensazione di conforto.

Una figura avvolta in qualcosa che le copre il capo e il volto.

Un simbolo, forse.

Una divinità che non ricordo.

Mi fermo.

Solo allora mi accorgo che l’aria è piena di minuscoli frammenti dorati.

Pollini.

Petali.

Forse foglie.

Danzano lentamente intorno a me, sospinti da una brezza che non riesco a sentire sulla pelle. L’aria stessa sembra essere intrisa della luce dell’Albero.

Per un istante tutto è immobile.

Tutto tace.

Poi qualcosa si muove.

Un rumore.

Un’ombra.

Mi volto.

Non ho il tempo di comprendere cosa stia accadendo.

Una creatura mostruosa emerge dalla penombra e mi si para davanti.

Molteplici arti, innestati l’uno nell’altro in una forma innaturale. Una spada stretta in una mano, uno scudo nell’altra.

Riesco a vedere il volto.

Pallido.

Cereo.

Privo di emozioni.

Non urla.

Non minaccia.

Non esita.

Mi osserva.

E poi si scaglia contro di me.

Alzo la spada.

Troppo tardi.

Il colpo arriva.

Il dolore è breve.

La morte, invece, è familiare.

La stavo aspettando.

Ripiombo nel buio.

Nel sonno.

Nella morte.

Ma questa volta dura poco.

Quando riapro gli occhi sono disteso sul pavimento di una grotta umida e oscura. Non so quanto tempo sia passato. Non so nemmeno se sia passato del tempo.

Davanti a me compare una figura.

Una fanciulla incappucciata.

È in groppa a un destriero spettrale e si avvicina lentamente, quasi con cautela, come se fosse certa di trovarmi lì.

Come se mi stesse aspettando.

Sono ancora incapace di muovermi.

La sento parlare.

Le sue parole arrivano ovattate, come se provenissero da molto lontano.

Non riesco a comprenderle pienamente.

La sorte è con lui.

Anello ancestrale.

Ordine aureo.

Parole prive di significato.

Eppure, dentro di me, qualcosa si muove.

Come se quelle parole appartenessero a un passato che la mia mente non riesce più a ricordare.

Sento la vita tornare lentamente nel mio corpo.

Il respiro.

Il sangue.

Il dolore.

La forza.

Non sono morto.

Ancora una volta.

E allora comprendo.

Non sono stato richiamato dalla morte per morire nuovamente.

Sono stato richiamato per qualcosa.

La grotta non è una tomba.

È un santuario.

Una soglia.

L’inizio.

Mi rialzo lentamente.

Davanti a me si apre una strada che non conosco.

Non so dove conduca.

Non so chi mi attenda oltre l’orizzonte.

Non so quale sia il motivo per cui la Grazia abbia scelto proprio me.

Ma per la prima volta dal mio risveglio non provo paura.

Stringo la spada. Guardo verso l’uscita.

Lontano, oltre le rocce e la nebbia, l’Albero Madre continua a brillare.

E finalmente capisco.

Il mio viaggio non è ancora cominciato.

Non è la fine.

È solo l’inizio…

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