Perché, a volte, abbiamo bisogno di avere paura.
Conosco un solo metodo per esorcizzare la paura: affrontarla.
Con questo non intendo dire che, quando cala la notte, indosso la mia armatura e mi ergo a paladino del bene, pronto ad avventurarmi nelle terre oscure per affrontare qualche innominabile creatura. Né che trascorro le mie serate come una sorta di acchiappafantasmi, aggirandomi per vecchie case abbandonate con strumenti bizzarri, registratori e apparecchiature elettroniche alla ricerca di qualche prova dell’esistenza di un mondo ultraterreno.
No, niente di così eroico.
Intendo qualcosa di molto più semplice. E, probabilmente, di molto più personale.
Quando qualcosa mi spaventa, soprattutto qualcosa che non conosco o che non riesco a comprendere, quella cosa comincia lentamente a insinuarsi nei miei pensieri. All’inizio è soltanto una suggestione, un’immagine che riaffiora senza essere stata invitata, un piccolo interrogativo al quale non so dare risposta. Poi torna. Una volta, due, dieci. Finché mi accorgo che, per quanto cerchi di pensare ad altro, una parte della mia mente è rimasta lì, aggrappata a quell’immagine.
Può essere il trailer di un film particolarmente inquietante, una creatura intravista in un videogioco horror o il racconto di un avvenimento apparentemente inspiegabile. Non importa quanto sia banale, assurdo o improbabile. Se qualcosa riesce a turbare la mia razionalità, so già che finirò per tornarci sopra.
E così ha inizio.
La mia paura.
Come scrissi tempo fa in La poesia dell’incubo, ciò che non conosciamo, ciò che sfugge alla nostra comprensione, possiede una capacità straordinaria di terrorizzarci. Non è necessariamente quello che vediamo a spaventarci, ma quello che immaginiamo possa nascondersi oltre i confini della nostra conoscenza.
Ed è proprio per questo che, quando qualcosa mi fa paura, sento il bisogno quasi irrefrenabile di affrontarla.
Se il trailer di un film mi terrorizza, quel film devo vederlo. Se un videogioco horror mi mette a disagio, devo giocarlo. E, rigorosamente, portarlo a termine. Non importa quanto possa farmi paura attraversare un corridoio buio, aprire una porta dietro la quale sento strani rumori o affrontare una creatura che preferirei non incontrare mai. Non esiste abbandonare l’avventura a metà.
Se qualcuno mi racconta un episodio inspiegabile, devo approfondirlo, cercare testimonianze, ricostruire i fatti e trovare una spiegazione plausibile.
E quasi sempre, alla fine, succede qualcosa di curioso.
Il film che mi terrorizzava non era poi così spaventoso. O meglio, lo era, ma adesso riesco a comprenderlo. Ho visto cosa si nascondeva dietro quelle immagini, ho conosciuto la storia e ho dato un significato a ciò che prima mi appariva soltanto minaccioso.
Il videogioco che temevo di affrontare finisce per appassionarmi. Ho attraversato i suoi luoghi più oscuri, sono sopravvissuto ai suoi orrori e, una volta arrivato ai titoli di coda, vorrei già avere tra le mani un seguito.
L’evento inspiegabile, nella maggior parte dei casi, si rivela il risultato di una coincidenza, di un errore di percezione o di un fenomeno perfettamente naturale.
Il mistero si dissolve.
La paura perde parte del suo potere.
E io posso finalmente smettere di pensarci.
Il bisogno di mettere ordine nel caos
Forse dipende dalla mia formazione.
Sono un ingegnere, nel bene e nel male, un uomo di scienza. Tendo a osservare il mondo attraverso una lente razionale. Mi piace analizzare, classificare, ricostruire i rapporti tra causa ed effetto. Ogni fenomeno dovrebbe avere una spiegazione, ogni problema una soluzione, ogni elemento il proprio posto all’interno di un sistema comprensibile.
Mi rassicura l’idea che il mondo, per quanto complesso, risponda a regole che possiamo studiare.
Ma proprio per questo provo una strana attrazione per tutto ciò che sembra sfuggire a quelle regole.
Ho bisogno, ogni tanto, di un po’ di entropia nella mia vita. Di un disordine che non riesco immediatamente a ricondurre a uno schema, di qualcosa che sfugga alle mie previsioni e metta in discussione, almeno per un momento, le mie certezze.
È un paradosso, lo so.
Cerco il mistero per poterlo risolvere. Cerco la paura per poterla sconfiggere. Ho bisogno di incontrare qualcosa che non comprendo, proprio per provare il piacere di comprenderlo.
Forse è questo il motivo per cui amo tanto il cinema horror.
Mi permette di avventurarmi in territori sconosciuti, di osservare l’irrazionale da vicino e di confrontarmi con qualcosa che, nella vita quotidiana, preferirei tenere a debita distanza.
Ma c’è anche un’altra ragione.
Una ragione che affonda le radici in un ricordo lontano, in una notte piovosa della mia adolescenza.
Una notte alla quale, ancora oggi, non sono riuscito a dare una spiegazione.
Una notte di pioggia
Non ricordo quanti anni avessi esattamente. Ero poco più che un bambino, ormai vicino all’adolescenza, in quell’età nella quale ci si sente abbastanza grandi da non aver più paura di nulla, salvo poi scoprire che il buio continua a nascondere un’infinità di cose terrificanti.
Era notte e fuori pioveva.
I miei genitori e la mia sorellina dormivano nelle rispettive camere, mentre io ero nel mio letto, sotto le coperte, a guardare uno dei tanti film in VHS che hanno accompagnato la mia adolescenza.
Non ricordo il titolo.
Ricordo invece perfettamente quello che accadde dopo.
Finito il film, decisi di alzarmi per andare in bagno.
Può sembrare un dettaglio insignificante, ma per me non lo era affatto.
Da bambino ho sempre avuto paura del buio. A dire il vero, anche oggi non posso dire di essermene liberato completamente. All’epoca, però, avevo sviluppato un sistema piuttosto efficace per evitare qualsiasi imprevisto notturno.
Prima di mettermi a letto andavo in bagno, preparavo i vestiti per il giorno successivo, sistemavo un bicchiere d’acqua sul comodino e mi assicuravo di avere tutto ciò che potesse servirmi.
Una volta sotto le coperte, non esisteva alcuna ragione valida per uscirne.
Tutto calcolato.
Tutto sotto controllo.
Quella notte, per qualche motivo, infransi la mia regola.
Aprii la porta della camera e sbirciai nel corridoio.
Era completamente buio.
In fondo si trovava la porta che conduceva al salotto, aperta, mentre lungo il corridoio si affacciavano le camere da letto e il bagno. Le porte erano socchiuse e, da qualche parte nella casa, si sentiva soltanto il rumore sommesso della pioggia contro i vetri.
Mi affrettai a raggiungere il bagno e accesi la luce.
Non volevo illuminare il corridoio per paura di svegliare qualcuno, così lasciai che fosse la luce del bagno a rischiarare debolmente il tratto di pavimento davanti alla porta.
Feci quello che dovevo fare, il più velocemente possibile.
Poi arrivò il momento di tornare in camera.
Conoscevo perfettamente quel corridoio. Lo percorrevo decine di volte ogni giorno, eppure di notte sembrava appartenere a un’altra casa.
Le distanze erano diverse.
Le porte apparivano più lontane.
Gli angoli sembravano più profondi.
Ogni piccolo rumore assumeva un significato sinistro, come se l’oscurità potesse trasformare gli oggetti più familiari in qualcosa di sconosciuto.
Fuori continuava a piovere.
Sapevo che, una volta spenta la luce del bagno, avrei dovuto attraversare il corridoio completamente al buio. Nella fretta non avevo nemmeno acceso la piccola luce sul comò della mia stanza, quella che a volte lasciavo accesa proprio per evitare situazioni del genere.
Mi preparai mentalmente.
Un passo, poi un altro. Pochi metri e sarei stato di nuovo al sicuro sotto le coperte.
Spensi la luce.
E fu allora che lo vidi.
Un bagliore alle mie spalle.
Mi voltai verso il fondo del corridoio.
Il camino del salotto era acceso.
Rimasi immobile.
Una luce calda, arancione, tremolava oltre la porta, proiettando deboli riflessi sulle pareti.
Il camino.
Acceso.
Nel cuore della notte.
Ora, sono abbastanza sicuro che quando ero uscito dalla camera il corridoio fosse immerso nella completa oscurità. Se il fuoco fosse stato acceso, avrei dovuto accorgermene immediatamente.
Eppure, adesso, quella luce era lì.
Forse non l’avevo notata.
Forse le braci erano rimaste accese e un tizzone aveva ripreso a bruciare, ravvivando improvvisamente la fiamma.
Forse esisteva una spiegazione semplicissima.
Anzi, sicuramente doveva esistere.
Ero ancora fermo, nel buio, a cercare di convincermene quando accadde qualcosa che cancellò all’istante ogni ragionamento.
Il telefono cominciò a squillare.
Il suono esplose nel silenzio della casa.
Uno squillo.
Poi un altro.
E un altro ancora.
Sentii un brivido gelido attraversarmi la schiena.
Per un istante rimasi completamente paralizzato, incapace di decidere cosa fare. Davanti a me c’era il corridoio buio, alle mie spalle il salotto illuminato dal fuoco e, da qualche parte, quel telefono che continuava a squillare senza che nessuno rispondesse.
Poi il terrore ebbe la meglio.
Corsi in camera, chiusi la porta e mi infilai sotto le coperte, tirandole fin sopra la testa.
Il cuore mi batteva così forte che mi sembrava di sentirlo nelle orecchie.
Il telefono continuò a squillare ancora per un po’.
Poi smise.
E tornò il silenzio.
Soltanto la pioggia, là fuori.
Rimasi immobile per un tempo che non saprei quantificare, aspettando di sentire qualcuno alzarsi, aprire una porta, chiedere chi avesse telefonato a quell’ora.
Ma non accadde nulla.
Nessun passo.
Nessuna voce.
Nessuno sembrava essersi accorto di niente.
La casa continuava a dormire.
E io, sotto le coperte, cercavo disperatamente di convincermi che ci fosse una spiegazione.
La paura che non ho mai esorcizzato
Probabilmente vi starete chiedendo perché abbia deciso di raccontare questo episodio.
Un camino acceso.
Un telefono che squilla nel cuore della notte.
Due avvenimenti che, presi singolarmente, non hanno nulla di particolarmente straordinario.
La domanda che mi pongo, però, è un’altra.
Perché me li ricordo ancora così bene?
Sono passati tanti anni. Ho dimenticato il titolo del film che stavo guardando, i dettagli di quella giornata e persino quanti anni avessi esattamente.
Ma ricordo il corridoio.
La luce arancione del fuoco.
Il rumore della pioggia.
E soprattutto il suono del telefono.
Ricordo la sensazione di essere rimasto immobile nel buio, mentre qualcosa che non riuscivo a comprendere sembrava accadere intorno a me.
La risposta, credo, sia molto semplice.
Quella è una paura che non ho mai esorcizzato.
Se avessi trovato il coraggio di raggiungere il salotto, probabilmente avrei scoperto che nel camino ardevano ancora alcune braci, riaccese da un movimento d’aria o da un ceppo rimasto incandescente.
Se avessi risposto al telefono, forse avrei sentito la voce di qualcuno che aveva sbagliato numero. Forse un call center.
Una chiamata qualunque.
Una coincidenza.
Due eventi perfettamente spiegabili, accaduti a pochi istanti di distanza.
Ma non lo feci.
Scelsi di scappare.
E quella scelta lasciò il mistero irrisolto.
Il giorno seguente nessuno in famiglia sembrava aver sentito il telefono. Nessuno parlò di una chiamata notturna, di un’emergenza o di una notizia arrivata nel cuore della notte.
Forse dormivano tutti profondamente.
Forse il suono era stato meno forte di quanto ricordassi.
Forse la paura aveva amplificato ogni cosa.
Sono spiegazioni plausibili, naturalmente.
Ma rimane una domanda.
Chi stava chiamando?
Chi cercava qualcuno, nel cuore di quella notte piovosa, mentre io ero in piedi nel corridoio buio a osservare un fuoco che non ricordavo acceso?
Non lo saprò mai.
Ed è proprio questo il punto.
Non è il ricordo di ciò che accadde a tormentarmi, ma quello di ciò che non ebbi il coraggio di scoprire.
Perché una paura affrontata può diventare un ricordo, persino un’esperienza piacevole da raccontare.
Una paura lasciata irrisolta, invece, può continuare a crescere nella nostra immaginazione per anni.
E qualche volta, quando meno ce lo aspettiamo, torna a bussare.
Quel sorriso che non riuscivo a dimenticare
Di recente mi è capitato qualcosa di simile, anche se fortunatamente questa volta la paura aveva un nome e un titolo cinematografico.
Smile.
Non avevo ancora visto il film, ma conoscevo perfettamente il suo manifesto.
Quel volto.
Quel sorriso innaturale, esagerato, terribilmente fuori posto.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in un’espressione che dovrebbe comunicare felicità e che, invece, suscita un’immediata sensazione di pericolo. Un sorriso è un gesto familiare, rassicurante, uno dei primi segnali che impariamo a riconoscere negli altri esseri umani.
Ma quando quel gesto perde la propria spontaneità, quando gli occhi rimangono immobili e la bocca sembra assumere una forma impossibile, qualcosa dentro di noi reagisce.
È come osservare un volto umano nel quale, improvvisamente, non riconosciamo più nulla di umano.
La semplice locandina riusciva a mettermi a disagio.
Il trailer mi terrorizzava.
Mi capitava di ripensare a quel sorriso durante la giornata, mentre facevo tutt’altro, oppure la sera, quando spegnevo le luci e cercavo di addormentarmi.
Era diventato uno di quei piccoli pensieri indesiderati che tornano a trovarci proprio quando vorremmo dimenticarli.
E naturalmente sapevo cosa dovevo fare.
Guardare il film.
Non di pomeriggio, con il sole che entrava dalle finestre.
Non con qualcuno accanto pronto a interrompere la tensione con una battuta.
Dovevo affrontarlo nel suo ambiente naturale.
Di notte.
Da solo.
Quando tutti erano andati a dormire.
Così aspettai che la casa diventasse silenziosa, spensi le luci e avviai il film.
E sapete una cosa?
Mi piacque moltissimo.
Mi spaventò, naturalmente. Alcune sequenze riuscirono a mettermi profondamente a disagio e quel sorriso continuò a provocarmi brividi lungo la schiena.
Ma, arrivato ai titoli di coda, qualcosa era cambiato.
Adesso conoscevo la storia.
Avevo compreso il significato di quelle immagini, il meccanismo narrativo dietro quel sorriso e le ragioni per cui riusciva a turbare così profondamente.
Non era più un volto sconosciuto che affiorava nella mia mente senza una spiegazione.
Era parte di un racconto.
Un racconto che avevo attraversato fino alla fine.
Mi era piaciuto così tanto che, qualche giorno dopo, guardai anche Smile 2.
Oggi, quando ripenso a quelle immagini, provo ancora una sensazione di inquietudine. Ma è diversa.
È una paura che riconosco.
Una paura che posso osservare senza sentirmene prigioniero.
Non ho smesso di averne paura.
Ho semplicemente imparato a conoscerla.
Halloween e il piacere di avere paura
Che sia proprio questo il segreto del nostro rapporto con l’orrore?
Ogni anno, quando arriva Halloween, facciamo qualcosa di apparentemente assurdo: trasformiamo ciò che ci spaventa in una festa.
Intagliamo zucche dai sorrisi mostruosi, decoriamo le case con scheletri e fantasmi, raccontiamo storie inquietanti e ci riuniamo davanti a uno schermo per guardare film che, in qualsiasi altro contesto, preferiremmo evitare.
Spegniamo volontariamente le luci.
Cerchiamo il buio.
Aspettiamo che qualcosa ci faccia sobbalzare dalla poltrona.
E poi ridiamo.
Perché sappiamo di poter riaccendere la luce quando vogliamo.
Halloween è forse la rappresentazione più evidente di un bisogno profondamente umano: dare una forma alle nostre paure, trasformare ciò che ci minaccia in qualcosa che possiamo guardare, raccontare e persino celebrare.
I mostri diventano maschere.
I fantasmi diventano storie.
La morte diventa uno scheletro di plastica appeso alla porta.
E per una notte ci concediamo il lusso di giocare con tutto ciò che, nel resto dell’anno, preferiamo tenere lontano dai nostri pensieri.
Non credo che amiamo davvero essere terrorizzati.
Credo che amiamo la sensazione di poter attraversare il terrore e uscirne indenni.
È la stessa ragione per cui ci sporgiamo verso lo schermo quando sappiamo che dietro quella porta si nasconde qualcosa di terribile. Per cui continuiamo a giocare anche quando ogni fibra del nostro corpo ci suggerisce di spegnere la console. Per cui ascoltiamo fino alla fine una storia di fantasmi, pur sapendo che quella notte avremo qualche difficoltà ad addormentarci.
Vogliamo vedere.
Vogliamo sapere.
Vogliamo capire.
Forse non tutti affrontiamo le nostre paure nello stesso modo. C’è chi preferisce riderne, chi le racconta, chi le trasforma in immagini, libri o film. E c’è anche chi, almeno per un po’, sceglie di lasciarle in pace.
Io, invece, sento il bisogno di andare fino in fondo.
Non perché sia particolarmente coraggioso.
Anzi.
Forse proprio perché non lo sono.
Il bambino che è rimasto nel corridoio
C’è una cosa che ho capito soltanto crescendo: il coraggio non è l’assenza della paura, ma la decisione di non lasciarle sempre l’ultima parola.
Da bambini il mondo è un luogo immenso, pieno di porte chiuse, stanze buie e rumori ai quali non sappiamo dare un nome. La nostra immaginazione riempie ogni spazio vuoto, inventa presenze dietro le tende, creature sotto il letto e figure immobili nell’angolo più oscuro della camera. E non importa quante volte i nostri genitori ci assicurino che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Noi sappiamo quello che abbiamo visto. O almeno, quello che crediamo di aver visto.
Poi cresciamo.
Impariamo che i mobili scricchiolano per le variazioni di temperatura, che il vento può far muovere una porta e che le ombre sono soltanto il risultato della luce che incontra un ostacolo. Acquisiamo conoscenze, strumenti, spiegazioni. Il mondo diventa più comprensibile e, almeno in apparenza, meno spaventoso.
Ma perdiamo anche qualcosa.
Quella straordinaria capacità di credere che, oltre la porta della nostra camera, possa esistere un universo completamente diverso. Che un rumore nel cuore della notte possa nascondere un mistero. Che un semplice corridoio, attraversato centinaia di volte alla luce del giorno, possa trasformarsi in un luogo sconosciuto e terrificante.
Forse è anche per questo che continuiamo ad amare le storie dell’orrore.
Perché ci restituiscono, almeno per un paio d’ore, lo sguardo che avevamo da bambini.
Ci permettono di dubitare nuovamente delle nostre certezze, di immaginare che il mondo non sia del tutto spiegabile, che esistano ancora angoli oscuri nei quali la nostra razionalità non riesce a penetrare.
E per quanto possa sembrare assurdo, è una sensazione che mi manca.
Non mi manca il terrore di quella notte, naturalmente. Non vorrei rivivere il battito impazzito del cuore, la paralisi nel corridoio o la disperata corsa verso il letto.
Mi manca, forse, il modo in cui allora percepivo il mistero.
Quando tutto sembrava ancora possibile.
Quando bastavano una pioggia battente, un camino acceso e un telefono che squillava per trasformare una casa familiare nel luogo più inquietante del mondo.
Oggi so che quasi certamente esiste una spiegazione per ciò che accadde.
Ma quel bambino non la conosceva.
E la verità è che nemmeno l’adulto che sono diventato la conosce.
Forse è proprio per questo che continuo a guardare film horror, a giocare avventure terrificanti e a cercare risposte a domande che sarebbe molto più semplice dimenticare.
Ogni volta che affronto una nuova paura, in fondo, è come se tornassi per un istante in quel corridoio.
Solo che adesso cerco di fare qualcosa di diverso.
Invece di correre verso la mia camera, provo a camminare nella direzione opposta.
Verso il salotto.
Verso quel bagliore arancione.
Verso il telefono che continua a squillare.
Perché forse non riuscirò mai a scoprire chi chiamò quella notte.
Ma posso ancora decidere cosa fare quando, nella mia vita, qualcosa tornerà a chiamarmi dal buio.
E questa volta, forse, troverò il coraggio di rispondere.
