Il curioso caso di Death Stranding

“Controllo un’ultima volta il menù, il carico sembra ben bilanciato. Forse dovrei prendere una scala in più, ma non vorrei appesantire troppo Sam, il sentiero sembra sconnesso e non ci sono così tanti corsi d’acqua da attraversare. Mi metto in viaggio, di fronte a me si apre una landa desolata, in lontananza le montagne. Port Knot City si trova oltre, quella è la mia destinazione. Non ci sono Muli nei dintorni, questo mi fa ben sperare, forse sarà un viaggio tranquillo e senza sorprese. Inizia a piovere. Sono esposto, non ci sono ripari nelle vicinanze, tanto vale proseguire, meglio non restare troppo sotto la cronopioggia, il mio carico né risentirà. Ma questo è l’ultimo dei miei problemi: cronopioggia vuol dire CA, devo fare attenzione. Mi muovo cauto, valuto ogni passo. E intanto inizia la salita. Il mio Odradek si accende, dannazione, come immaginavo: sono nel territorio delle CA. Il cielo si incupisce, la pioggia aumenta d’intensità, sono solo in mezzo a un passo montano; alzo gli occhi e lo vedo, un varco naturale tra le rocce, la cima. Ma tra me e il traguardo ci sono loro, le Creature Arenate. Controllo il carico e cerco il giusto equilibro, mi abbasso sulle gambe e mi muovo lentamente; trattengo il respiro, sono vicine. Il Bridge Baby inizia a piangere, non un buon segno, devo fare attenzione. Ne aggiro un paio, ma una CA è proprio di fronte a me, il sentiero è stretto, non posso evitarla. Estraggo una granata ematica, potrebbe funzionare, così mi ha detto Mama, ma non ne sono certo, non l’ho ancora testata. Dovevo fare pratica, lo sapevo. Prendo la mira, in silenzio, trattengo il respiro e lancio…funziona, la creatura si contorce, il cordone che la tiene ancorata a terra si dissolve e la CA svanisce davanti ai miei occhi. Tiro un sospiro di sollievo, ma non è ancora finita. Oltrepasso una roccia, l’Odradek non smette di lampeggiare, scansiona di continuo l’area attorno a me, ancora non sono al sicuro. La salita è incessante, così come la cronopioggia e il carico è danneggiato, lo vedo arrugginirsi; non posso mollare. Manca poco, ormai lo vedo, l’arco naturale è davanti a me, sono quasi in cima. L’atmosfera si fa meno cupa, l’Odradek non rileva più nulla, si disattiva, la cronopioggia cessa. Ce l’ho fatta. Ho superato le CA, il peggio è ormai alle spalle. Oltrepasso la cima, un prato corre ai miei piedi fino al ciglio, come a volermi suggerire un panorama oltre. Sono al limite quando la vista si apre innanzi a me: una verde vallata fino alla costa, sotto un cielo grigio ma non più minaccioso come qualche istante prima. E in lontananza la vedo: Port Knot City, la destinazione finale del mio viaggio. Inizio la discesa, il silenzio intorno a me, poi in sottofondo, dal nulla, le note di “Asylums For The Feeling”. La fatica del viaggio affrontato, la paura di non farcela, la leggerezza della discesa, le note dei Silent Poets che vibrano nell’aria, tutto è qui con me, così dannatamente perfetto…ho i brividi.

Mi commuovo.

Sinceramente non ricordo l’ultima volta che ho provato emozioni così potenti con un pad alla mano, forse è la prima volta. E pensare che ho rischiato di non provarle affatto, se fossi rimasto saldo ai miei pregiudizi e non avessi dato una chance all’ultima opera di Hideo Kojima.

Perché si, di opera si parla. Giochi come Death Stranding, o The Last of Us, non possono essere definiti semplicemente “videogiochi”; sono esperienze multisensoriali che sgretolano la quarta parete, e che meritano di essere provate almeno una volta nella vita.

Sono sincero, Death Stranding l’ho aspettato con curiosità, curiosità che ben è presto svanita leggendo tanti commenti in giro per il web. Un gameplay etichettato come noioso, ripetitivo, un simulatore di camminata e poco altro, menù di gioco impossibili da decifrare e così via. Mi avevano quasi convinto, quasi…perché, come ripeto sempre a me stesso, prima di poter esprimere un giudizio bisogna provare di persona, farsi una propria opinione e non ascoltare ciecamente quella degli altri. Mai come stavolta lo ribadisco con forza.

Death Stranding è un capolavoro, punto. Non c’è stato un singolo minuto in cui io mi sia annoiato, durante i dialoghi di una storyline dal respiro cinematografico, nelle lunghe camminate solitarie, così come all’interno dei menù per le fasi preparatorie, a studiare la morfologia della zona e il percorso migliore per la mia destinazione, valutando attentamente cosa portare e cosa lasciare indietro, magari condividendolo con un altro corriere che sta giocando da chissà dove, grazie ad un social system implementato ad hoc. A proposito, i menù di gioco sono effettivamente pesanti e macchinosi da gestire; quello sì, lo confermo. Tutto il resto è incredibile.

E atipico. Death Stranding non ci chiede mai di uccidere, di sconfiggere l’avversario di turno e proseguire, di andare sistematicamente da un punto A ad un punto B per avanzare nella storia. Death Stranding ci chiede, di fronte all’inevitabile, di unire e ridurre le distanze, non distruggere ma costruire, strade, ricoveri, ponti, o magari anche solo gettarne le fondamenta, per far si che qualche altro giocatore un giorno, passando da lì, possa completarlo. E si va da un punto A ad un punto B non solo perché ce lo chiede la missione in corso, ma per goderci il viaggio, la vera essenza del gameplay in Death Stranding.

Basta guardare un qualsiasi trailer del gioco per comprenderne l’ambizione: un cast stellare, da Norman Reedus a Mads Mikkelsen, passando per Léa Seydoux e Guillermo del Toro, il motion capture è ormai entrato stabilmente nelle produzioni videoludiche e i risultati sono straordinari. Il comparto tecnico tocca l’apice di questa generazione, e come non menzionare la colonna sonora, carica di atmosfera malinconica come il nostro viaggio, alcune tracce sembrano comporsi in tempo reale lungo il cammino di Sam, ti entrano dentro e non escono più. Ma tutto questo, per quanto bellissimo, sarebbe vuoto senza il gameplay. Perché per cogliere la vera essenza di Death Stranding bisogna giocarlo, senza spoiler di sorta, e senza leggere nessuna guida. Ci pensa il gioco a svelarsi poco alla volta; tutto quello che serve lo si impara pacchi in spalla, là fuori, in quel che resta degli Stati Uniti, un mondo post apocalittico mai così ben caratterizzato e profondo, con le sue regole e le sue distanze da coprire. E la sua storia, di una bellezza e profondità dirompenti.

Nella realizzazione della sua idea è chiaro come Kojima non abbia avuto alcuna imposizione o vincolo, potendo dare libero sfogo alla sua vena artistica, fregandosene di realizzare un prodotto commerciale senz’anima; Death Stranding è un concentrato di immagini suggestive, citazioni d’autore, scienza e filosofia, passione. Ma, soprattutto, è la sua idea, la sua visione del mondo; prima ancora di concetti complessi come le spiagge, la cronopioggia, le creature arenate e il chiralium, Death Stranding vuole essere la riscoperta di valori semplici quali il “contatto”, il legame vero tra persone, sempre più distanti nel gioco come nella vita reale, ormai dominata dal distacco sociale insito dell’era digitale. E il viaggio intrapreso da Sam per riconnettere le città nodali e le singole strutture, è la risposta di Kojima all’inevitabile, abbracciare la speranza piuttosto che abbandonarsi in solitudine alla fine di ogni cosa. La trama che ne sfocia è un capolavoro di narrazione, un mosaico intricato che passo dopo passo prende forma, svelandosi con sapiente calma al giocatore, che viene preso per mano nei capitoli finali in un turbine di emozioni e rivelazioni fino al travolgente e commovente finale. Per temi trattati e modalità di esposizione, nonché per i messaggi neanche troppo velati disseminati dall’autore nei singoli dettagli, Death Stranding ha una potenza comunicativa senza precedenti.

Di certo non è e non sarà mai un gioco per tutti. Ma lo è stato per me e, tornando indietro di un anno, mai lo avrei pensato.

Un viaggio lungo e bellissimo, lo ricorderò sicuramente come uno dei simboli di questa ormai ex generazione videoludica. Non so se lo rigiocherò dall’inizio, preferisco concentrarmi sui pochi trofei mancanti (ebbene sì, ho deciso di ottenere il Platino, e sono pochi i giochi che ne hanno avuto il privilegio) per poi spostarmi altrove; difficilmente riesco a rigiocare un titolo così potente una seconda volta, non perché non ne valga la pena, ma perché mi piace ricordare le emozioni provate nel corso delle varie sequenze di gioco esattamente così, come le ho vissute la prima volta. E il primo “Death Stranding” non si scorda mai…

Grazie, Kojima.