La fine del nostro mondo

Cammini tra le rovine di un mondo che non esiste più.

Il silenzio è rotto solo dal vento che muove l’erba alta, dall’acqua che filtra da un pavimento crollato, o da un Clicker in lontananza. Ogni edificio racconta qualcosa di chi non c’è più. Ogni strada è una cicatrice ricoperta di muschio. Ogni luogo familiare è diventato estraneo.

È questo il mondo di The Last of Us: affascinante, decadente, dolorosamente bello.

È un mondo che ci parla non solo di sopravvivenza, ma di assenza, di memoria e di ciò che resta quando l’umanità smette di essere al centro di tutto.

Gli scenari post-apocalittici ci sono stati raccontati in ogni forma e attraverso ogni mezzo, dal cinema ai videogiochi, passando per la letteratura. Storie di sopravvivenza, mondi devastati, pericoli da affrontare e nuovi equilibri da costruire si intrecciano continuamente, cambiando protagonisti e prospettive.

Eppure, al di là delle differenze, c’è qualcosa di più profondo che accomuna tutte queste produzioni.

No, non sono le pandemie, gli zombie o gli infetti. Non i grattacieli abbandonati, le città inghiottite dalla vegetazione, le automobili arrugginite o i gruppi di sopravvissuti pronti a combattersi per un pezzo di pane.

Potrei continuare a lungo, ma la vera risposta è un’altra: nelle storie post-apocalittiche il mondo non finisce affatto.

Finisce il nostro mondo.

E la differenza non è soltanto semantica.

La Terra continua a girare, le stagioni si susseguono, gli alberi crescono, gli animali si riproducono. Quello che scompare è ciò che noi chiamiamo civiltà: le città, le strade, l’elettricità, le istituzioni, le comodità e, soprattutto, l’illusione di essere indispensabili.

È ormai naturale identificare la fine del mondo con la fine dell’umanità. Lo facciamo quasi senza pensarci, perché osserviamo tutto attraverso l’unico punto di vista che conosciamo: il nostro.

Ma proviamo, per un momento, a cambiare prospettiva.

Per un albero che cresce attraverso l’asfalto, la scomparsa dell’uomo non è necessariamente una tragedia. Per un animale che torna a occupare territori dai quali era stato allontanato, potrebbe persino rappresentare una liberazione.

Quella che per noi è la fine del mondo, per qualcun altro potrebbe essere semplicemente l’inizio di un nuovo mondo.

Il mondo che non esiste più

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti di opere come The Last of Us.

Prima del Cordyceps c’era un mondo che conosciamo bene. Automobili, supermercati, scuole, ospedali, grattacieli, strade trafficate. C’erano famiglie, lavoro, vacanze, partite di baseball, compleanni e telefonate da fare.

Poi, quasi improvvisamente, tutto questo è scomparso.

Non esiste più la società che conosciamo. Le città sono diventate gusci vuoti, gli edifici sono lentamente divorati dall’umidità e dalla vegetazione, le autostrade sono parcheggi sterminati di carcasse arrugginite. I luoghi che un tempo rappresentavano la nostra capacità di costruire e organizzare il mondo sono diventati monumenti alla nostra fragilità.

Eppure il mondo continua.

L’erba cresce attraverso le crepe dell’asfalto. Gli alberi si riprendono le strade. Gli animali tornano dove l’uomo non è più presente. La natura non sembra nemmeno essersi accorta della nostra scomparsa.

È una delle immagini più potenti dell’intera opera: l’umanità è crollata, ma la Terra è ancora lì.

In The Last of Us camminiamo continuamente tra ciò che eravamo e ciò che è rimasto. Un’automobile abbandonata racconta una fuga mai completata. Una casa vuota racconta una famiglia scomparsa. Un’aula scolastica deserta racconta bambini che non torneranno mai più.

Il mondo precedente è praticamente assente, e proprio per questo è ovunque.

È nei ricordi.

È nelle fotografie.

È negli oggetti.

È soprattutto negli occhi di Joel e di Ellie.

La natura non ha bisogno di noi

Il paesaggio post-apocalittico raccontato da The Last of Us è quindi molto più di uno scenario suggestivo.

È una metafora.

La natura non si ribella necessariamente all’uomo. Semplicemente, aspetta.

Aspetta che ce ne andiamo.

E quando accade, lentamente riprende possesso di ciò che aveva ceduto.

Le radici sollevano l’asfalto, la vegetazione invade gli edifici, l’acqua ritorna nei propri percorsi. La città, simbolo massimo del dominio umano sul territorio, diventa qualcosa di diverso: una rovina abitata da nuove forme di vita.

È quasi ironico.

Abbiamo costruito strade, ponti e palazzi pensando che sarebbero durati per sempre. Poi basta qualche decennio di abbandono perché la natura cominci a cancellare le nostre tracce.

Forse la vera protagonista delle storie post-apocalittiche è proprio lei.

Non combatte. Non conquista. Non ha bisogno di farlo.

Semplicemente, continua.

Il punto di vista del Cordyceps

Cosa ha posto fine alla civiltà così come la conosciamo? È da questa domanda che prende forma uno degli elementi più affascinanti della lore di The Last of Us, la causa del collasso dell’umanità, l’inizio della fine.

Per chi non conoscesse l’opera magna di Naughty Dog, vale quindi la pena soffermarsi un momento sul protagonista invisibile dell’intera storia, il fungo che ha cambiato per sempre il destino dell’umanità: il Cordyceps.

Nel 2020 ne abbiamo avuto, nostro malgrado, un piccolo assaggio con il Covid-19: un virus comparso quasi dal nulla, capace in poche settimane di entrare nella nostra quotidianità e stravolgerla. Lockdown, mascherine, ospedali al collasso, distanziamento sociale e milioni di persone costrette a confrontarsi con la fragilità di un sistema che sembrava incrollabile.

Bene. Quello raccontato in The Last of Us porta questa esperienza all’estremo.

Il Cordyceps è un fungo parassita – realmente esistente in natura – che, nella finzione, si adatta all’uomo, lo infetta e ne prende progressivamente il controllo, trasformandolo in un ospite attraverso cui continuare a diffondersi. Non è soltanto una pandemia più aggressiva: è il collasso completo della società. Le istituzioni scompaiono, le città vengono evacuate, le comunicazioni si interrompono e milioni di persone muoiono o vengono infettate.

Il Covid ci ha mostrato quanto velocemente una pandemia possa modificare le nostre abitudini.

The Last of Us immagina cosa potrebbe accadere se quella stessa dinamica non si fermasse più.

È l’amplificazione estrema di una paura che, nel 2020, abbiamo conosciuto tutti: il momento in cui il mondo che davamo per scontato smette improvvisamente di funzionare.

Dal nostro punto di vista, il Cordyceps è una catastrofe.

Un organismo che infetta gli esseri umani, ne altera il comportamento, li trasforma e si diffonde attraverso la popolazione fino a provocare il collasso della civiltà.

Per noi è un mostro.

Ma proviamo, ancora una volta, a cambiare prospettiva.

Il Cordyceps non odia l’umanità.

Non vuole distruggerci.

Non ha nemmeno un concetto di bene o di male.

Sta facendo ciò che ogni organismo vivente fa: sopravvivere, adattarsi, proliferare.

Quello che noi chiamiamo pandemia, per il fungo potrebbe essere semplicemente evoluzione.

Ed è questo il paradosso più inquietante.

La stessa azione può avere significati completamente diversi a seconda del punto di vista. Per l’uomo, il Cordyceps rappresenta morte e devastazione. Per il fungo, rappresenta la possibilità di continuare a esistere.

Non c’è odio.

Non c’è vendetta.

Non c’è una volontà malvagia.

C’è soltanto la vita che cerca un modo per continuare.

E allora il Cordyceps diventa qualcosa di più di un semplice antagonista.

Diventa l’esempio perfetto di come la definizione di “fine del mondo” dipenda da chi sta guardando.

Una questione di prospettiva

Per l’umanità, il mondo è finito.

Per la natura, forse, è semplicemente ricominciato.

Noi guardiamo una città vuota e vediamo la fine. Guardiamo un’autostrada invasa dall’erba e vediamo ciò che abbiamo perduto. Guardiamo un grattacielo divorato dalle piante e pensiamo alla nostra caduta.

La natura, probabilmente, vede soltanto spazio.

E mentre Joel ed Ellie attraversano le rovine di ciò che eravamo, tra città sommerse dalla vegetazione e creature che un tempo erano uomini, la domanda diventa quasi inevitabile:

e se il mondo non fosse mai finito?

Se fossimo semplicemente noi ad aver smesso di farne parte?

L’idea che la nostra scomparsa non sarebbe la fine di niente ci atterrisce.

Che le nostre città, le nostre strade, i nostri monumenti e tutto ciò che abbiamo costruito con la convinzione di essere arrivati alla vetta dell’evoluzione, potrebbero diventare soltanto rovine sulle quali qualcun altro continuerà a vivere.

Tra qualche centinaio di anni, se l’umanità dovesse davvero scomparire, nessuno ricorderebbe il rumore del traffico, le luci delle nostre città, le notifiche sui nostri telefoni o le interminabili discussioni di lavoro in call.

Resterebbero le tracce.

E poi nemmeno quelle.

La Terra non avrebbe bisogno di ricominciare.

Saremmo noi, semplicemente, a non esserci più.

E allora forse la domanda più interessante che possiamo porci è: quanto è davvero importante la nostra presenza perché il mondo continui ad esistere?

Forse, alla fine, il vero significato di “post-apocalittico” non è ciò che viene dopo la fine del mondo.

È ciò che viene dopo la fine del nostro mondo.