Il Club dei Perdenti

Derry, Maine. Estate 1958.

A Derry, le mattine d’estate cominciano sempre allo stesso modo.

Il sole si alza lentamente sopra i tetti delle case, illuminando le facciate color crema, le staccionate bianche e i prati appena tagliati. Lungo Witcham Street, le automobili dalle carrozzerie lucide riposano davanti ai vialetti, mentre gli irrigatori disegnano piccoli arcobaleni sull’erba e il rumore di un tagliaerba si mescola al canto degli uccelli.

È un’America tranquilla, quella di Derry. Un’America che sembra uscita da una cartolina.

Le insegne dei drug-store promettono bibite ghiacciate e gelati alla vaniglia, i juke-box suonano Elvis Presley e Buddy Holly, le vetrine espongono elettrodomestici scintillanti e i cinema annunciano nuove proiezioni con grandi lettere colorate. Sono gli anni delle Cadillac dalle pinne cromate, delle camicie a quadri, delle gonne a ruota e dei fumetti comprati con gli spiccioli risparmiati durante la settimana.

È l’America del dopoguerra, quella che ha imparato a sorridere di nuovo e che sembra voler dimenticare tutto ciò che è venuto prima.

I bambini attraversano la città in bicicletta, senza telefoni, senza orari precisi, senza che qualcuno sappia esattamente dove siano. Basta tornare prima che faccia buio, quando le madri cominciano a chiamarli dai portici e le prime luci si accendono dietro le finestre.

Oltre le ultime case cominciano i boschi, i terreni abbandonati, le scarpate e i sentieri che conducono ai Barren, dove l’acqua scorre tra le rocce e gli alberi crescono così fitti da nascondere il cielo.

È il confine del loro mondo.

Un mondo che, per qualche mese all’anno, appartiene soltanto a loro.

Eppure, a Derry, c’è qualcosa che non torna.

Non è facile accorgersene. Bisogna fermarsi a osservare un po’ più a lungo, ascoltare quello che le persone non dicono, prestare attenzione ai luoghi nei quali nessuno sembra voler andare.

A volte è soltanto una finestra che si chiude troppo in fretta.

Un adulto che distoglie lo sguardo.

Una strada che, senza alcuna ragione apparente, sembra improvvisamente più silenziosa delle altre.

Derry è una città che custodisce gelosamente i propri segreti.

E i bambini, più degli adulti, sembrano capaci di sentirne il peso.

✦ ✦ ✦

Una bicicletta attraversa a tutta velocità una strada alberata.

Le ruote sollevano piccoli vortici di polvere, i raggi brillano sotto il sole e il ragazzo che la cavalca pedala con tutta la forza che ha nelle gambe.

È una vecchia Schwinn, grande e pesante, recuperata e rimessa in sesto con pazienza.

Si chiama Silver.

E per Bill Denbrough non esiste bicicletta più veloce al mondo.

«Hi-yo, Silver! Via!»

La sua voce si perde tra le case mentre affronta una curva senza rallentare.

Bill ha undici anni, è alto per la sua età e ha una balbuzie che rende difficile pronunciare certe parole, soprattutto quando è nervoso. È un ragazzo intelligente, ostinato, con un’immaginazione capace di trasformare un pomeriggio qualsiasi in un’avventura.

Ma da qualche mese qualcosa è cambiato.

A casa Denbrough le giornate scorrono in un silenzio che sembra non finire mai.

La stanza di Georgie è rimasta quasi come prima. I giocattoli, i vestiti, gli oggetti abbandonati senza sapere che non sarebbero mai stati ripresi.

Sua madre trascorre lunghi momenti chiusa nei propri pensieri. Suo padre parla poco, e quando lo fa sembra rivolgersi a qualcuno che si trova molto lontano.

Bill conosce quel silenzio.

È il silenzio che rimane dopo una perdita troppo grande perché qualcuno riesca a darle un nome.

Così esce.

Prende Silver e pedala.

Più forte che può.

Attraversa le strade ordinate di Derry, supera le case con le persiane colorate e lascia che il vento gli scompigli i capelli, come se bastasse correre abbastanza velocemente per lasciarsi alle spalle tutto ciò che lo aspetta a casa.

Ma certi ricordi viaggiano più veloci di qualsiasi bicicletta.

E qualche volta, passando accanto a un tombino, Bill rallenta senza sapere bene perché.

✦ ✦ ✦

Alla biblioteca pubblica di Derry l’aria è fresca e profuma di carta vecchia.

La luce attraversa le grandi finestre e si posa sui tavoli di legno, sulle coste consumate dei libri e sui granelli di polvere che galleggiano immobili nell’aria.

Ben Hanscom è seduto in un angolo, circondato da volumi troppo grandi per un ragazzo della sua età.

Ha undici anni, è robusto, timido e parla poco.

A scuola lo chiamano grassone.

A volte utilizzano parole peggiori.

Ben ha imparato che il modo migliore per non attirare l’attenzione è cercare di diventare invisibile. Cammina lungo i corridoi evitando gli sguardi, mangia da solo quando può e conosce perfettamente i posti nei quali è meno probabile incontrare Henry Bowers e i suoi amici.

La biblioteca è uno di quei posti.

Qui nessuno lo spinge contro gli armadietti.

Nessuno ride quando passa.

Nessuno gli chiede perché sia fatto in quel modo.

Ben ama leggere, soprattutto di storia e architettura. Gli piacciono gli edifici, i ponti, le grandi costruzioni e le storie di chi li ha progettati.

Ma soprattutto gli piace Derry.

O meglio, gli piace la Derry che trova nei libri.

Quella delle fotografie in bianco e nero, delle vecchie mappe, degli edifici ormai scomparsi e dei nomi dimenticati.

Sfoglia pagine ingiallite e scopre che la città ha una storia molto più lunga e complessa di quanto lascino immaginare le sue strade tranquille.

Incendi.

Incidenti.

Persone scomparse.

Episodi di violenza che compaiono tra le cronache locali per poi svanire, quasi inghiottiti dagli anni.

Ben si sofferma su una fotografia.

Osserva i volti.

Poi legge la data.

Per un istante ha la strana sensazione che la città raccontata in quelle pagine non sia poi così diversa da quella che vede ogni giorno fuori dalla finestra.

Richiude il libro.

Oltre il vetro, il sole continua a splendere.

✦ ✦ ✦

Beverly Marsh cammina lungo il marciapiede con le mani infilate nelle tasche.

Ha i capelli rossi, le ginocchia sbucciate e quell’aria distratta di chi sembra pensare sempre a qualcosa che non vuole raccontare.

Passa davanti a un negozio di abbigliamento e si ferma a osservare un vestito esposto in vetrina. È chiaro, leggero, con un piccolo nastro in vita.

Rimane a guardarlo per qualche istante.

Poi prosegue.

Derry è piena di belle case.

Case con portici, tende ricamate, giardini curati e staccionate dipinte di fresco. La domenica le famiglie si vestono bene per andare in chiesa e i vicini si salutano sorridendo, chiedendosi come vadano le cose.

«Tutto bene, grazie.»

È una risposta semplice.

Una risposta che non richiede spiegazioni.

Anche Beverly ha imparato a usarla.

A casa sua le cose sono diverse da come appaiono agli occhi degli altri. Suo padre può essere affettuoso, premuroso, persino dolce, ma basta una parola fuori posto, uno sguardo interpretato male o una domanda alla quale Beverly non sa rispondere perché qualcosa cambi improvvisamente.

La voce si fa più dura.

Le stanze sembrano rimpicciolirsi.

E Beverly impara a misurare ogni gesto.

Fuori, invece, può respirare.

Può camminare per le strade, osservare le vetrine, ascoltare la musica che esce dai negozi e immaginare di essere una ragazza qualsiasi, in una città qualsiasi.

Ogni tanto si ferma a guardare le altre famiglie.

Le madri che tengono per mano i bambini.

I padri che scherzano con i figli.

Le finestre aperte dalle quali arrivano il rumore dei piatti e il profumo della cena.

Si chiede se quelle case siano davvero felici come sembrano.

Poi abbassa lo sguardo e riprende a camminare.

✦ ✦ ✦

Aladdin Theater, il cinema di Derry. Un gruppo di ragazzini osserva i manifesti appesi alle pareti.

Mostri giganteschi.

Creature venute dallo spazio.

Donne terrorizzate che fuggono tra città in rovina.

Richie Tozier è in mezzo a loro. È quello che parla più forte.

Indossa grandi occhiali e possiede un talento naturale per trasformare qualsiasi situazione in una battuta, possibilmente pronunciata con una voce assurda e accompagnata da una pessima imitazione.

Richie ama il cinema.

Ama i mostri, gli eroi, i cowboy, gli alieni e tutto ciò che compare sul grande schermo.

Ma soprattutto ama far ridere.

Imita gli attori, inventa dialoghi, prende in giro gli amici e cambia accento così frequentemente che a volte sembra dimenticarsi quale sia la sua vera voce.

È il genere di ragazzo che un adulto definirebbe insopportabile.

E che, senza rendersene conto, finirebbe per cercare quando la stanza diventa troppo silenziosa.

Dopo il cinema, Richie passa davanti a un drug-store.

All’interno, i ragazzi siedono sugli sgabelli cromati davanti al bancone, bevendo bibite gassate e mangiando gelati mentre un juke-box suona una canzone che tutti conoscono.

Le ragazze ridono.

I ragazzi parlano di baseball.

Dietro il bancone, un uomo asciuga bicchieri con uno strofinaccio bianco.

È un pomeriggio come tanti.

Richie si ferma sulla soglia e osserva la scena.

Poi qualcuno lo chiama.

Lui si volta, assume la voce di un improbabile presentatore radiofonico e ricomincia a parlare.

Perché Richie Tozier ha una battuta per ogni occasione.

Anche per quelle nelle quali sarebbe meglio tacere.

Soprattutto per quelle.

✦ ✦ ✦

Eddie Kaspbrak cammina sul marciapiede cercando di non sudare troppo.

Nella tasca dei pantaloni tiene il suo aspiratore.

Ogni tanto lo tocca con le dita, per assicurarsi che sia ancora lì.

Sua madre gli ha raccomandato di non correre.

Di non avvicinarsi ai ragazzi più grandi.

Di non bere acqua troppo fredda.

Di non mangiare cose preparate da sconosciuti.

Di stare lontano dalla polvere, dall’erba alta, dai cani, dalle pozzanghere e praticamente da tutto ciò che potrebbe rendere interessante un pomeriggio estivo.

Eddie conosce bene quelle raccomandazioni.

Le ascolta ogni giorno.

A volte gli sembra che il mondo intero sia costruito appositamente per farlo ammalare.

Ma quando esce di casa e incontra i suoi amici, qualcosa cambia.

Le strade sembrano meno pericolose.

L’aria più leggera.

Persino il respiro diventa più facile.

Passa davanti alla farmacia e osserva per un istante le vetrine piene di medicinali, flaconi e confezioni dai colori rassicuranti.

Poi guarda verso il fondo della strada.

Oltre le ultime case si intravedono gli alberi.

I Barren.

Sua madre gli ha proibito di andarci.

Naturalmente.

Eddie esita.

Si porta una mano alla tasca, stringe l’aspiratore e poi, quasi senza accorgersene, comincia a camminare un po’ più velocemente.

✦ ✦ ✦

Stanley Uris ama le cose che hanno un nome.

Gli uccelli, per esempio.

Gli piace riconoscerli, osservarne il piumaggio, distinguere i richiami e ritrovarli sulle pagine della sua guida.

Con un binocolo appeso al collo, percorre lentamente un sentiero alberato, fermandosi ogni tanto per ascoltare.

Il bosco è pieno di piccoli rumori.

Il fruscio delle foglie.

Un ramo che si spezza.

Il richiamo lontano di un uccello.

Stanley rimane immobile.

Alza il binocolo.

Sorride appena.

C’è qualcosa di rassicurante nel sapere che ogni creatura appartiene a una specie, che ogni specie ha le proprie abitudini e che il mondo, almeno in parte, può essere compreso attraverso l’osservazione.

Stanley ha bisogno che le cose abbiano un ordine.

Che esistano regole.

Che ci sia una spiegazione.

A casa, tra le aspettative della famiglia e le responsabilità della propria educazione religiosa, sente spesso il peso di dover diventare qualcuno che gli adulti hanno già immaginato al suo posto.

Nel bosco, invece, può semplicemente essere Stanley.

Un ragazzo con un binocolo e una guida agli uccelli.

Si ferma vicino a un albero.

Qualcosa si muove tra i rami.

Alza lentamente lo sguardo.

Per un istante gli sembra di vedere una forma che non riesce a riconoscere.

Abbassa il binocolo.

Guarda di nuovo.

Non c’è nulla.

Soltanto foglie.

Soltanto ombre.

Stanley rimane fermo ancora qualche secondo, infastidito più dall’assenza di una spiegazione che da ciò che crede di aver visto.

Poi riprende il cammino.

✦ ✦ ✦

Fuori dal centro abitato, le strade asfaltate lasciano spazio a quelle sterrate.

Le case diventano più rare, i prati si allargano e i campi coltivati si estendono fino alla linea degli alberi.

Mike Hanlon vive qui, nella fattoria della sua famiglia.

Le sue giornate cominciano presto.

Ci sono animali da accudire, lavori da svolgere e faccende che non possono aspettare. Suo padre gli insegna il valore della fatica, ma anche quello della memoria.

Gli racconta storie.

Storie di Derry.

Di quando era giovane.

Di persone che hanno vissuto in città prima di loro.

Mike ascolta.

Sa che la Derry dei negozi eleganti, delle scuole ordinate e delle belle case non è uguale per tutti.

Ci sono strade nelle quali uno come lui deve fare attenzione.

Persone che lo osservano in modo diverso.

Parole pronunciate a mezza voce, oppure abbastanza forte perché possa sentirle.

L’America degli anni Cinquanta è un paese che ama raccontarsi come una terra di opportunità, ma nel quale il colore della pelle può ancora decidere dove una persona sia benvenuta e dove no.

Mike lo sa.

Lo ha imparato molto prima di comprenderne fino in fondo il significato.

Quando il lavoro è finito, si ferma qualche volta ai margini dei campi e guarda verso la città.

Da lontano Derry sembra tranquilla.

I campanili si alzano sopra i tetti.

Le strade scompaiono tra gli alberi.

I toni pastello che si accendono al tramonto.

Mike conosce le storie di quel luogo.

Alcune sono belle.

Altre no.

E certe, suo padre, le racconta soltanto dopo essersi assicurato che nessun altro stia ascoltando.

Dove finisce l’infanzia

Nel pomeriggio il caldo si fa più intenso.

L’asfalto sembra tremare sotto il sole, le cicale cantano tra gli alberi e le ombre delle case si allungano lentamente sui marciapiedi.

Derry continua la propria giornata.

I negozianti abbassano le tende per proteggere le vetrine dalla luce, le madri stendono il bucato e qualche automobile attraversa pigramente gli incroci deserti. Da una finestra aperta arriva una canzone alla radio, mentre in lontananza si sente il rumore di un tagliaerba.

Oltre il centro abitato, dove le strade ordinate cedono il passo ai sentieri sterrati, cominciano i Barren.

Qui le staccionate bianche scompaiono.

Non ci sono prati curati, automobili lucide o adulti pronti a ricordare cosa si possa e non si possa fare. Soltanto alberi, cespugli, sentieri fangosi e il rumore dell’acqua che scorre tra le rocce. L’aria profuma di terra umida e vegetazione selvatica, mentre il sole filtra attraverso le fronde disegnando macchie di luce sul terreno.

Poco oltre, nascosta tra gli alberi, si apre una vecchia cava abbandonata.

Le pareti di roccia scendono ripide verso uno specchio d’acqua verde smeraldo, immobile e profondo, circondato da massi sui quali il sole ha lasciato il proprio calore. La vegetazione cresce disordinata lungo i bordi e alcuni vecchi sentieri, tracciati da generazioni di ragazzi, conducono fino ai punti più alti dai quali è possibile tuffarsi.

È qui che si ritrovano.

Le biciclette vengono abbandonate tra l’erba, le scarpe lasciate sulle rocce e le magliette gettate alla rinfusa accanto agli zaini. Richie è già impegnato in una delle sue improbabili imitazioni, mentre Eddie osserva l’acqua con una certa diffidenza, probabilmente ricordando almeno una dozzina di malattie che sua madre gli ha assicurato si possano contrarre facendo il bagno in posti del genere.

Bill si arrampica su una sporgenza, guarda gli amici e si prepara a saltare. Ben rimane qualche istante in disparte, seduto su una roccia, prima di trovare il coraggio di unirsi agli altri. Beverly si sfila le scarpe, prende la rincorsa e si tuffa senza esitazione, scomparendo nell’acqua tra gli spruzzi e le grida divertite dei ragazzi.

Poi, uno dopo l’altro, saltano tutti.

Per qualche istante l’aria si riempie soltanto di risate, schizzi e voci che rimbalzano sulle pareti della cava. Si sfidano a chi riesce a tuffarsi dal punto più alto, si prendono in giro, si inseguono nell’acqua e rimangono a galleggiare con il viso rivolto verso il cielo, lasciando che il sole asciughi lentamente ogni preoccupazione.

Non ci sono orologi.

Non ci sono compiti.

Non c’è nessuno a ricordare loro che dovrebbero trovarsi altrove.

Soltanto sette ragazzi, una vecchia cava e un pomeriggio d’estate che sembra poter durare per sempre.

Per gli adulti, quel luogo non è altro che una cava abbandonata, uno dei tanti posti nei quali sarebbe meglio non avventurarsi. Per loro, invece, è un piccolo paradiso nascosto, lontano dalle strade di Derry e soprattutto da tutto ciò che li aspetta quando torneranno a casa.

Qui Bill può smettere, almeno per qualche ora, di essere il fratello di Georgie. Ben non è più il ragazzo sovrappeso che tutti prendono in giro, Beverly non deve temere il rumore della porta di casa che si apre e Richie può parlare quanto vuole, senza che qualcuno gli ordini continuamente di stare zitto. Eddie dimentica le raccomandazioni di sua madre, Stanley abbandona per un momento il bisogno di trovare una spiegazione a ogni cosa e Mike può sentirsi semplicemente uno degli altri, senza che il colore della sua pelle abbia alcuna importanza.

Qui non esistono ragazzi popolari o emarginati.

Non ci sono famiglie perfette, aspettative da soddisfare o adulti ai quali rendere conto.

Ci sono soltanto sette bambini che stanno imparando a conoscersi, in quell’età meravigliosa e irripetibile nella quale un’amicizia può nascere da un pomeriggio trascorso insieme e diventare, senza che nessuno se ne accorga, la cosa più importante del mondo.

Quando escono dall’acqua si sdraiano sulle rocce ancora calde, lasciando asciugare i vestiti al sole. Qualcuno racconta una storia, qualcun altro ride, mentre il vento muove lentamente le fronde degli alberi e il cielo sopra la cava assume quella particolare tonalità azzurra che sembra appartenere soltanto alle estati dell’infanzia.

Per un momento tutto è esattamente come dovrebbe essere.

E forse è proprio questo a rendere quel luogo così speciale.

Perché, mentre Derry continua a custodire i propri segreti e qualcosa di antico sembra respirare silenziosamente nelle sue profondità, alla vecchia cava esiste ancora un piccolo angolo di mondo nel quale il male non è riuscito a entrare.

Almeno per quel pomeriggio.

Nessuno di loro può ancora sapere quanto, un giorno, avrebbe desiderato tornare lì.

Derry, la città che dimentica

Quando il sole comincia a tramontare, Derry cambia colore.

L’azzurro del cielo si spegne lentamente, le facciate color crema assumono sfumature ambrate e il verde dei prati diventa più scuro.

Le insegne dei negozi si illuminano.

I lampioni si accendono uno dopo l’altro.

Le ultime biciclette attraversano le strade mentre dalle case arrivano le voci delle madri che chiamano i figli per la cena.

È un’immagine rassicurante.

Quasi perfetta.

Ma la perfezione, a Derry, è soprattutto una questione di distanza.

Basta avvicinarsi alle finestre per scoprire che dietro certe tende si nascondono famiglie nelle quali nessuno parla più, padri che fanno paura ai propri figli, madri che confondono l’amore con il controllo e bambini che hanno imparato troppo presto a riconoscere il rumore dei passi lungo un corridoio.

Basta entrare nelle scuole per scoprire che la crudeltà non appartiene soltanto agli adulti.

Basta ascoltare le conversazioni nei bar per capire quanto facilmente il pregiudizio possa trasformarsi in abitudine, e quanto spesso il silenzio di chi osserva finisca per somigliare alla complicità.

È l’altra faccia dell’America degli anni Cinquanta.

Quella che non compare nelle pubblicità delle bibite gassate.

Quella che le fotografie di famiglia lasciano fuori dall’inquadratura.

Derry possiede entrambe.

La luce calda dei pomeriggi estivi e il giallo malaticcio dei vecchi corridoi.

L’odore dell’erba appena tagliata e quello dell’acqua stagnante che risale dai tombini.

Le risate dei bambini e i silenzi degli adulti.

E sotto tutto questo, nascosto da decenni di abitudini, indifferenza e ricordi accuratamente sepolti, sembra esistere qualcosa di più antico.

Qualcosa che appartiene alla città stessa.

Non ha bisogno di mostrarsi.

Non ha bisogno di farsi sentire.

È nelle cose che gli abitanti preferiscono dimenticare, nelle storie che nessuno racconta più, nei luoghi che vengono evitati senza una ragione precisa.

Derry dimentica facilmente.

Forse troppo facilmente.

Un’estate che non tornerà

La sera è ormai arrivata.

Da qualche parte, Bill sta riportando Silver verso casa.

Ben ha chiuso il libro che stava leggendo.

Beverly attraversa lentamente l’ultimo isolato prima della propria strada.

Richie continua a parlare, probabilmente senza che nessuno gli stia più prestando attenzione.

Eddie controlla l’orologio.

Stanley ripone il binocolo.

Mike osserva le ultime luci del giorno scomparire dietro i campi.

Sono sette ragazzi qualunque.

Sette vite che, in un’altra città e in un’altra estate, avrebbero potuto non incontrarsi mai.

Non sanno ancora quanto possano diventare importanti gli uni per gli altri.

Non sanno che certe amicizie riescono a sopravvivere persino al tempo, alla distanza e ai ricordi che lentamente svaniscono.

Per il momento sono soltanto bambini.

E l’estate del 1958 sembra non dover finire mai.

Derry si addormenta sotto un cielo color indaco.

Le ultime automobili rientrano nei vialetti, le luci dei portici si spengono e il vento attraversa le strade ormai deserte, facendo oscillare lentamente le foglie degli alberi.

Sotto l’asfalto, l’acqua continua a scorrere.

Attraversa condotti dimenticati, sfiora muri umidi e scompare nell’oscurità delle profondità della città.

Nessuno la vede.

Nessuno la ascolta.

In superficie tutto è tranquillo.

Le staccionate sono ancora bianche.

I prati sono ancora verdi.

Le biciclette aspettano il mattino.

E da qualche parte, nel silenzio, qualcosa attende.

A Derry, l’estate è appena cominciata.