Tre uomini adulti sono seduti attorno a un tavolo. Bevono, ridono, scherzano sulle proprie cicatrici. Per qualche minuto, sembrano quasi dimenticare tutto quello che li circonda: il mare, la caccia, la paura. Alle loro spalle, attraverso una piccola finestra, si intravede l’immensità dell’oceano; è buio, in lontananza una luce lampeggia solitaria e sotto di essa galleggia un barile giallo. Intonano una canzone marinaresca, come tre vecchi compagni che si conoscono da una vita.
È un momento di pace, quasi surreale.
E sta per finire.
È una scena semplice, apparentemente marginale rispetto alla storia, eppure è una delle sequenze più iconiche della storia del cinema. Racchiude in pochi minuti l’essenza stessa de Lo Squalo: l’avventura, la paura, l’ironia, il dramma e soprattutto la consapevolezza che, sotto quella superficie apparentemente tranquilla, si nasconde qualcosa che non possiamo vedere.
Nonostante una storia semplice e lineare, un budget tutt’altro che illimitato e problemi tecnici ricorrenti che rischiarono più volte di mettere in difficoltà la produzione, Lo Squalo (titolo originale: Jaws), diretto da Steven Spielberg nel 1975, è diventato uno dei grandi cult movie della storia del cinema e, a distanza di cinquant’anni, continua a porre una domanda apparentemente impossibile tra gli appassionati: è il film più bello che sia mai stato girato? È davvero la pellicola perfetta?
La mia risposta è semplice e diretta:
Sì.
Non credo che Lo Squalo sia necessariamente il film più importante, più complesso o più profondo mai realizzato, e probabilmente non avrebbe nemmeno senso cercare di stabilire una classifica definitiva del genere. Il cinema è troppo legato alla sensibilità individuale, all’esperienza e al momento in cui un film entra nella nostra vita per poter essere ridotto a una graduatoria.
Ma se la domanda è diversa, se cioè ci chiediamo se esista un film nel quale praticamente ogni elemento sembra trovarsi esattamente al proprio posto, allora Lo Squalo diventa un candidato difficilissimo da ignorare.
Per il sottoscritto rappresenta un appuntamento estivo immancabile, come un vecchio amico che rivedi dopo mesi e con il quale non hai bisogno di tante parole: sai esattamente cosa sta pensando, cosa sta per dire e, dopo pochi minuti, ti senti nuovamente a casa. È un film al quale torno ogni estate con la consapevolezza di conoscere ormai ogni scena, ogni dialogo, ogni morte e ogni passaggio della storia, eppure riesce ancora a regalarmi esattamente la stessa sensazione della prima volta.
Un film perfetto nella sua semplicità, nel ritmo, nei dialoghi celebri e sempre azzeccati, in un cast straordinariamente calato nella parte e mai sopra le righe, nella regia, nelle inquadrature e in una colonna sonora che è entrata nell’immaginario collettivo.
Questo è il mio pensiero, e ci mancherebbe altro: è il mio blog, in fondo.
Ma proviamo ad argomentarlo.
Partendo dal principio.
Spielberg e lo squalo che non voleva funzionare
Quando Steven Spielberg si mise al lavoro su Lo Squalo, nel 1974, non era ancora il regista che conosciamo oggi. Era un giovane autore che aveva già attirato l’attenzione con alcuni lavori televisivi e soprattutto con Duel, ma era ancora lontano dall’essere diventato uno dei nomi più importanti della Hollywood contemporanea.
Lo Squalo avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni iniziali, un film relativamente semplice da realizzare: una cittadina balneare, una serie di attacchi, uno squalo gigantesco e la caccia finale da parte di tre uomini.
Il problema era proprio lo squalo.
Per il film furono costruiti diversi squali meccanici, enormi e tecnologicamente complessi per l’epoca, soprannominati dalla produzione “Bruce”. Il loro funzionamento, però, si rivelò molto più complicato del previsto. L’acqua salata e le difficili condizioni delle riprese misero continuamente a dura prova i meccanismi idraulici e pneumatici e il risultato fu che la macchina che avrebbe dovuto essere il protagonista del film diventò, in più occasioni, il suo peggior nemico.
Lo squalo non funzionava.
Le riprese si allungavano, i costi aumentavano e Spielberg si trovò davanti a un problema apparentemente insormontabile: come realizzare un film sullo squalo se non era possibile mostrare lo squalo come previsto?
La risposta avrebbe cambiato per sempre la storia del cinema.
Semplicemente, Spielberg decise di mostrarlo il meno possibile.
Quello che avrebbe potuto essere il più grande limite tecnico del film diventò invece la sua più grande intuizione narrativa. Il regista comprese che la paura non aveva necessariamente bisogno di un’immagine concreta e che, anzi, ciò che lo spettatore immagina può essere molto più inquietante di ciò che il cinema riesce materialmente a mostrare.
Da quel momento lo squalo comincia a essere percepito prima ancora di essere visto.
Lo vediamo attraverso l’acqua che si muove, attraverso le reazioni dei bagnanti, attraverso le vittime, attraverso la macchina da presa che scivola sotto la superficie, attraverso i barili che emergono dal mare e soprattutto attraverso gli occhi di chi sa che qualcosa si trova là sotto.
Lo squalo diventa una presenza invisibile.
Ed è proprio questa invisibilità a renderlo terrificante.
Il genio della suspense
In questo aspetto è impossibile non riconoscere l’influenza di Alfred Hitchcock sul cinema di Spielberg.
La suspense nasce spesso dalla distanza tra ciò che sa lo spettatore e ciò che sanno i personaggi. Se sappiamo che sotto un tavolo è nascosta una bomba, possiamo trascorrere diversi minuti osservando tranquillamente due persone parlare, ma la tensione cresce perché noi sappiamo qualcosa che loro ignorano.
Spielberg porta lo stesso principio nell’acqua.
Lo spettatore sa che lo squalo è lì, o almeno sa che potrebbe esserci. La macchina da presa si muove sotto la superficie, osserva i bagnanti, si avvicina lentamente, ma spesso non ci mostra nulla. Non sappiamo esattamente dove sia il pericolo e proprio per questo siamo costantemente alla ricerca di un movimento, di un’ombra, di qualcosa che possa tradirne la presenza.
La sorpresa dura un istante; la suspense può durare minuti.
E Spielberg costruisce intere sequenze su questa attesa, trasformando il mare da semplice ambientazione a vero e proprio personaggio del film.
L’acqua non è più soltanto acqua.
È un luogo nel quale può esserci qualcosa.
E se può esserci qualcosa, allora potrebbe esserci anche accanto a noi.
John Williams e quelle due note
Se Spielberg trasformò un problema tecnico in un’arma narrativa, John Williams fece qualcosa di altrettanto straordinario con la musica.
Due note.
Soltanto due note.
Un semplice Mi-Fa che, nella sua ripetizione, diventa una delle sequenze musicali più riconoscibili nella storia del cinema.
Il tema di Williams non descrive semplicemente lo squalo.
Lo annuncia.
È quasi un riflesso condizionato.
Le prime note iniziano e il nostro cervello fa immediatamente il collegamento: qualcosa è nell’acqua.
La musica cresce.
La tensione aumenta.
Lo squalo può essere a pochi metri. Oppure a cento.
Non importa.
Non dobbiamo vederlo.
Lo sappiamo.
E qui sta il genio della collaborazione tra Spielberg e Williams: immagine e musica non mostrano il pericolo, lo fanno percepire.
È una lezione di cinema che Lo Squalo impartisce ancora oggi con una semplicità disarmante.
Quando la paura diventa un problema economico
Ma Lo Squalo non è soltanto la storia di un animale che attacca degli esseri umani. È anche la storia di una comunità e del modo in cui una comunità reagisce quando la propria tranquillità, e soprattutto i propri interessi economici, vengono messi in discussione.
Amity è una piccola località balneare che vive dell’estate. Il mare non rappresenta soltanto il paesaggio: è il turismo, il lavoro, il denaro e, in definitiva, la sopravvivenza economica della comunità.
Ed in questo contesto che entra in scena la figura del sindaco, Larry Vaughn.
Il problema dello squalo non viene affrontato esclusivamente come una questione di sicurezza pubblica, perché chiudere le spiagge significa perdere turisti, perdere incassi e compromettere il weekend del 4 luglio, uno dei momenti economicamente più importanti dell’anno.
Il sindaco cerca quindi di minimizzare il problema, di evitare che la paura si diffonda e soprattutto che Amity venga associata pubblicamente alla presenza di uno squalo.
È un atteggiamento che appartiene perfettamente alla cultura americana rappresentata dal film e che permette a Spielberg di inserire, all’interno di quello che sulla carta è un semplice film d’avventura, una riflessione piuttosto amara sul rapporto tra interesse economico, responsabilità pubblica e gestione del rischio.
Amity non vuole credere allo squalo perché ammettere che lo squalo esiste ha un prezzo.
E qualcuno deve pagarlo.
Martha’s Vineyard e l’effetto Jaws
Il film ebbe un impatto sulla realtà molto più grande di quanto probabilmente chiunque avrebbe potuto immaginare. E in modi inaspettatti.
Martha’s Vineyard, l’isola del New England scelta da Spielberg come principale location per le riprese e trasformata cinematograficamente nella cittadina immaginaria di Amity, venne inevitabilmente associata al film e beneficiò della sua enorme popolarità, attirando curiosi e turisti desiderosi di visitare i luoghi nei quali era stata girata la pellicola.
Ma in altre località turistiche di mare si verificò un fenomeno completamente diverso.
Il film contribuì a diffondere una vera e propria paura collettiva degli squali, con bagnini costretti a rassicurare continuamente i bagnanti più impressionabili e località balneari che dovettero fare i conti con una diminuzione delle presenze legata alla cosiddetta “psicosi dello squalo”.
Ci furono anche episodi decisamente meno divertenti, con delfini e piccoli cetacei scambiati erroneamente per squali e uccisi.
Al tempo stesso, la pesca agli squali divenne più popolare come attività ricreativa e alcuni operatori turistici dimostrarono una notevole fantasia nel trasformare la paura in un’occasione commerciale. Un ristorante di pesce di Cape Cod, nel Massachussets, avrebbe addirittura utilizzato uno slogan diventato celebre:
«Mangiate pesce e vendicatevi!»
È un aneddoto quasi grottesco, ma racconta perfettamente quanto Lo Squalo fosse riuscito a penetrare nell’immaginario collettivo.
Il film non si era limitato a raccontare una paura.
Aveva contribuito a crearla.
Tre uomini, tre mondi

E poi ci sono loro.
Brody, Hooper e Quint.
Uno degli aspetti che rendono Lo Squalo così efficace è proprio la costruzione dei suoi tre protagonisti, profondamente diversi tra loro per carattere, formazione ed esperienza, ma costretti a condividere per giorni uno spazio estremamente ristretto in mezzo all’oceano.
Martin Brody è probabilmente quello nel quale lo spettatore riesce più facilmente a riconoscersi.
È arrivato ad Amity da New York cercando tranquillità, una vita più semplice e un luogo nel quale non succedesse praticamente nulla. E qui Spielberg costruisce un meraviglioso ossimoro: Brody ha scelto di vivere su un’isola, circondato dall’acqua, e contemporaneamente ha paura del mare.
È il capo della polizia, ma non è un eroe nel senso classico del termine.
Non è un uomo particolarmente esperto, non conosce gli squali e non ha il carisma brutale di Quint. È semplicemente un uomo normale che si trova improvvisamente davanti a qualcosa che non avrebbe mai immaginato di dover affrontare.
Ed è proprio questo a rendere credibile la sua evoluzione.
Brody non smette di avere paura.
Semplicemente, decide di affrontarla.
Hooper contro Quint
Matt Hooper appartiene a un mondo completamente diverso.
È giovane, preparato, istruito e conosce gli squali attraverso lo studio scientifico. Porta con sé una cultura e una metodologia che inevitabilmente si scontrano con quella di Quint, che invece conosce il mare attraverso l’esperienza diretta.
Quint non ha bisogno dei libri.
Ha il mare.
Ha le sue mani.
Ha le sue cicatrici.
Ha una vita trascorsa a pescare.
Il rapporto tra i due è quindi molto più interessante di una semplice rivalità personale, perché rappresenta uno scontro tra due modi diversi di comprendere il mondo.
Da una parte c’è la scienza, dall’altra l’esperienza.
Da una parte la teoria, dall’altra la pratica.
Quint considera Hooper un ragazzino ricco convinto di poter comprendere il mare attraverso i libri; Hooper vede Quint come un uomo arrogante e incapace di accettare che qualcuno possa conoscere gli squali meglio di lui.
La cosa interessante è che Spielberg non rende realmente vincitore nessuno dei due.
Entrambi hanno bisogno dell’altro.
Hooper possiede conoscenze fondamentali per comprendere ciò che stanno affrontando, ma l’esperienza di Quint è altrettanto indispensabile per sopravvivere in mare.
E in mezzo a loro c’è Brody, che non appartiene veramente a nessuno dei due mondi.
È il punto di equilibrio.
L’uomo comune costretto a fare da ponte tra la scienza e l’esperienza.
Quint: il mare e le cicatrici
Senza giri di parole, Robert Shaw costruisce uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema.
Quint è burbero, arrogante, aggressivo e apparentemente incapace di provare paura. Ma dietro questa corazza c’è un uomo profondamente segnato dal mare e dal proprio passato.
Quando racconta la storia dell’USS Indianapolis, il film cambia improvvisamente tono.
Per alcuni minuti lo squalo scompare completamente.
Non serve.
Non servono effetti speciali, non servono inseguimenti e non serve nemmeno la musica.
C’è Robert Shaw, la sua voce e il racconto di uomini lasciati in mare dopo l’affondamento della nave.
È un momento straordinario perché improvvisamente comprendiamo che Quint non sta semplicemente dando la caccia a uno squalo: sta affrontando qualcosa che, per lui, rappresenta una parte della propria storia.
Il mare gli ha dato una vita, ma gli ha anche mostrato la morte.
La sua ossessione per lo squalo diventa quindi qualcosa di molto più personale.
Non è più soltanto una caccia.
È una resa dei conti.
Ci serve una barca più grossa
Quando i tre salgono sull’Orca, il film cambia definitivamente.
Amity rimane alle loro spalle.
La terra scompare.
Non ci sono più il sindaco, i turisti, i bagnanti o la comunità.
Restano tre uomini, una barca e un oceano enorme.
E qualcosa che vive sotto la superficie.
È qui che la costruzione dei personaggi raggiunge il suo apice, perché le differenze che sulla terraferma sembravano così importanti diventano progressivamente secondarie.
Quint, Hooper e Brody litigano, si provocano, si insultano e si sfidano continuamente, ma sono accomunati da una cosa molto più forte delle loro differenze: il senso di sopravvivenza.
Sono tre uomini contro una minaccia che, almeno inizialmente, hanno tutti sottovalutato.
Ed è proprio qui, sull’Orca, che il film riesce a creare un equilibrio quasi perfetto tra tensione, ironia e dramma.
E allora arriva quella scena.
La scena delle cicatrici.
Un momento apparentemente inutile ai fini della trama.
E invece fondamentale.
I tre uomini si raccontano le proprie ferite.
Ridono.
Bevono.
Cantano.
Per qualche minuto diventano quasi amici.
È una parentesi surreale.
Tre uomini che fino a pochi minuti prima non riuscivano nemmeno a stare nella stessa stanza ora sembrano tre vecchi compagni di viaggio.
La piccola cabina illuminata.
La finestra.
Il buio.
L’oceano.
La luce intermittente in lontananza.
Il barile giallo.
E quella canzone marinara che riempie l’aria.
È una delle scene più belle perché, per una volta, lo squalo non è il protagonista.
Il protagonista è l’essere umano.
La sua capacità di ridere anche quando sa di essere in pericolo.
La capacità di costruire un momento di felicità proprio mentre tutto sta andando verso il disastro.
E sappiamo già che quella felicità non durerà.
La nascita del blockbuster estivo
C’è poi un altro aspetto che rende Lo Squalo fondamentale nella storia del cinema.
Il film contribuì a modificare profondamente il modo in cui Hollywood avrebbe concepito la distribuzione e la promozione dei grandi film.
Il successo fu enorme e dimostrò la possibilità di trasformare una pellicola in un vero e proprio evento estivo, sostenendola con una distribuzione ampia e una campagna promozionale altrettanto importante.
Da quel momento l’estate cinematografica sarebbe diventata progressivamente il territorio dei grandi blockbuster.
E Spielberg sarebbe diventato uno dei principali artefici di quella trasformazione.
Non è quindi un caso che, pochi anni dopo, proprio lui avrebbe realizzato un altro film destinato a cambiare nuovamente il cinema popolare.
Ma questa è un’altra storia.
La pellicola perfetta
Eccoci finalmente al punto.
Perché Lo Squalo dovrebbe essere considerato una pellicola perfetta?
Non perché sia privo di difetti.
Non lo è.
E non perché sia tecnicamente superiore a tutto ciò che è venuto prima o dopo.
La sua perfezione è cinematografica.
È nella maniera in cui ogni elemento contribuisce al risultato finale.
La regia di Spielberg.
Il montaggio.
La fotografia.
La costruzione della suspense.
La musica di John Williams.
Le interpretazioni di Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw.
I dialoghi.
L’ambientazione.
La costruzione dei personaggi.
La progressione narrativa.
E soprattutto la capacità di utilizzare un limite tecnico per creare qualcosa di molto più efficace di quello che era stato inizialmente progettato.
Lo squalo doveva essere il grande spettacolo del film.
Invece diventa il grande assente.
E proprio perché non lo vediamo, lo vediamo dappertutto.
Cinquant’anni dopo
Era il 1975.
Sono passati più di cinquant’anni e la tecnologia cinematografica ha fatto passi avanti enormi. Oggi possiamo creare digitalmente creature che sullo schermo sembrano perfettamente reali, ricostruire interi oceani al computer e mostrare qualsiasi cosa la fantasia di un regista riesca a immaginare.
Eppure quello squalo che Spielberg, per necessità, fu costretto a nascondere continua a funzionare.
Forse perché gli effetti speciali possono invecchiare.
La tecnologia può invecchiare.
La grafica può invecchiare.
La paura dell’ignoto no.
Ed è probabilmente questa la più grande lezione di Lo Squalo.
La paura non nasce necessariamente da ciò che vediamo, ma da ciò che immaginiamo.
Spielberg lo aveva capito.
Ha preso un problema tecnico e lo ha trasformato in una scelta artistica; ha preso un animale meccanico che non voleva funzionare e ha creato uno dei mostri più famosi della storia del cinema senza praticamente mostrarlo.
Ha costruito tre personaggi memorabili e li ha chiusi su una barca nel mezzo dell’oceano, lasciando che le loro differenze, le loro paure e le loro ossessioni emergessero naturalmente attraverso i dialoghi.
Ha trasformato una cittadina turistica in un microcosmo nel quale il denaro si scontra con la sicurezza.
Ha affidato a John Williams due semplici note e le ha trasformate nel suono universale della paura.
E ha costruito un film che, nonostante la semplicità della sua storia, riesce ancora oggi a sembrare completo.
Forse è proprio questo il punto.
Lo Squalo non è necessariamente il film più bello della storia del cinema.
Ma è difficile pensare a qualcosa che, nel suo genere, funzioni meglio.
È un film nel quale quasi tutto sembra essere al posto giusto: la durata, il ritmo, la musica, i dialoghi, gli attori, i personaggi, la regia, l’ambientazione e persino i difetti della produzione.
Un film che non ha bisogno di essere più complicato.
Non ha bisogno di spiegare di più.
Non ha bisogno di mostrare di più.
Ha bisogno soltanto di lasciarci guardare il mare.
E aspettare.
Perché da qualche parte, sotto quella superficie apparentemente tranquilla, qualcosa si sta muovendo.
E quando partono quelle due note, anche se conosciamo perfettamente la scena, torniamo ad avere paura.
Due note.
Bentornati ad Amity.
