La poesia dell’incubo

“Gli incubi esistono al di fuori della ragione e le spiegazioni divertono ben poco; sono antitetiche alla poesia del terrore”

– STEPHEN E. KING

È con questa citazione di Stephen King che si apre Alan Wake, celebre saga videoludica di Remedy Entertainment che, soprattutto con il secondo capitolo, ha avuto un impatto enorme sul mio modo di vivere la paura. Alan Wake II non mi ha semplicemente terrorizzato: mi ha spinto a cercare risposte, una razionalità in qualcosa che, per sua stessa natura, non può essere razionalizzato. E forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti dell’orrore: il bisogno quasi istintivo di dare un ordine a ciò che ordine non può avere.

Stephen King, maestro indiscusso del genere, individua così uno dei paradossi fondamentali dell’horror: la paura funziona meglio quando non può essere completamente spiegata.

L’incubo, per sua natura, non obbedisce alle regole della realtà. È il luogo in cui ciò che conosciamo perde significato, dove una porta può condurre verso qualcosa che non dovrebbe esistere e dove una presenza può essere terrificante proprio perché non sappiamo cosa sia. Dare una spiegazione razionale a tutto significa, in qualche modo, ridurre l’ignoto a qualcosa di conosciuto. E ciò che conosciamo, per quanto pericoloso, fa meno paura di ciò che non riusciamo a comprendere.

L’horror vive quindi di assenze, ambiguità e possibilità. Non è necessariamente il mostro a terrorizzarci, ma quello che immaginiamo possa esserci dietro la porta.

Il cinema e l’arte di urlare: «Non entrare!»

Il cinema ha trasformato questo principio in una delle sue convenzioni più potenti. Quante volte abbiamo assistito a una scena nella quale il protagonista sente un rumore provenire dal seminterrato, osserva una porta socchiusa o vede qualcosa muoversi nell’oscurità e, invece di andarsene, decide esattamente di fare ciò che noi non faremmo mai?

E noi, dall’altra parte dello schermo:

«Torna indietro. Lascia perdere. Non entrare!»

È una situazione apparentemente assurda, ma narrativamente necessaria. Se il protagonista si comportasse sempre secondo logica, il cinema horror di fatto non esisterebbe.

Ma c’è qualcosa di più profondo. Noi spettatori possediamo un’informazione che il protagonista non possiede: sappiamo di essere dentro un film dell’orrore. Il personaggio, invece, vive quella situazione come una porzione della propria realtà. Per lui quella porta potrebbe contenere una persona da salvare, una risposta, un familiare, una via d’uscita. La sua scelta può quindi essere perfettamente razionale all’interno del suo mondo, anche se appare folle dal nostro punto di vista.

L’horror sfrutta proprio questa distanza tra ciò che sappiamo e ciò che il protagonista sa.

Quando il videogioco ci mette dall’altra parte della porta

Il videogioco complica ulteriormente il meccanismo perché, a differenza del cinema, siamo noi a controllare il protagonista.

Ed è qui che l’horror videoludico raggiunge qualcosa che il cinema difficilmente può replicare: la responsabilità.

In un film possiamo urlare al protagonista di non entrare. In un videogioco, invece, siamo noi a premere il tasto che apre quella porta. Siamo noi ad andare oltre.

È una differenza enorme.

Il gioco horror costruisce spesso una situazione nella quale sappiamo perfettamente che qualcosa di terribile potrebbe aspettarci dall’altra parte. Eppure andiamo avanti. Non perché siamo stupidi, ma perché il videogioco ci mette davanti a un conflitto affascinante: la paura ci dice di fermarci, la curiosità ci ordina di continuare.

Il giocatore diventa così contemporaneamente vittima e complice dell’incubo.

Pensiamo a Resident EvilSilent HillAlien: Isolation o Alan Wake: l’esplorazione non è soltanto un modo per avanzare nella storia. È un continuo atto di negoziazione con la paura. Vediamo un corridoio buio e sappiamo che dovremmo evitarlo. Ma proprio perché sappiamo che potrebbe esserci qualcosa, vogliamo attraversarlo.

E qui torna King.

Se l’horror ci spiegasse tutto prima di farci attraversare quel corridoio, la paura diminuirebbe. Il vero terrore nasce invece dal non sapere. Il giocatore deve costruire mentalmente ciò che potrebbe esserci. E spesso ciò che immaginiamo è molto peggiore di ciò che il gioco potrebbe effettivamente mostrarci.

L’incubo come esperienza

Forse è proprio questo il motivo per cui i protagonisti continuano ad avanzare.

Non cercano necessariamente la morte. Cercano una risposta.

E questa è una delle caratteristiche più affascinanti dell’horror: l’essere umano vuole conoscere ciò che lo terrorizza.

La casa abbandonata ci spaventa, ma vogliamo sapere cosa è successo lì. Il rumore nel bosco ci terrorizza, ma vogliamo scoprire da dove proviene. La porta chiusa ci inquieta, ma proprio per questo desideriamo aprirla.

La paura genera curiosità e la curiosità alimenta la paura.

È un circolo perfetto.

Il protagonista entra nella casa perché vuole capire. Il giocatore apre la porta perché vuole vedere. E quando finalmente scopriamo cosa c’era dall’altra parte, spesso arriva la delusione: l’ignoto è diventato noto, il mistero è stato risolto, l’incubo ha assunto una forma.

Per questo il vero horror non è necessariamente quello che mostra di più, ma quello che riesce a farci immaginare di più.

Opere come Alan Wake II funzionano così bene perché riescono a confondere realtà, sogno, cinema e videogioco. L’incubo non è più semplicemente qualcosa che accade al protagonista: diventa una dimensione nella quale il giocatore stesso perde progressivamente i propri punti di riferimento.

Ed è forse qui che ritrovo il motivo per cui questa saga ha avuto un impatto così forte sulle mie paure. Perché Alan Wake II non mi ha soltanto chiesto di avere paura: mi ha messo davanti all’impossibilità di spiegare ciò di cui avevo paura. E più cercavo di comprenderlo, più l’incubo sembrava sfuggirmi.

La frase di King assume allora un significato ancora più profondo.

L’horror non deve necessariamente spiegare. Deve suggerire.

Non deve sempre rispondere alla domanda «che cosa c’è là dentro?». Deve avere il coraggio di lasciarci davanti alla porta, con la mano sulla maniglia, mentre una parte di noi urla di tornare indietro e l’altra, quella irrimediabilmente curiosa, sussurra:

«Aprila.»

Ed è esattamente in quel momento che comincia l’incubo.

Le spiegazioni sono antitetiche alla poesia del terrore

Vale la pena, arrivati a questo punto, approfondire ulteriormente la seconda parte della citazione che ha ispirato questa mia riflessione.

L’espressione «sono antitetiche alla poesia del terrore» è forse la parte più interessante della citazione di King, perché racchiude una precisa idea di cosa sia la paura.

La poesia del terrore nasce dall’evocazione, dall’indefinito, da ciò che rimane fuori dall’inquadratura e dalla nostra capacità di comprenderlo. La paura non ha bisogno di essere spiegata: al contrario, vive proprio nello spazio lasciato vuoto dalla spiegazione.

Quando qualcosa ci viene spiegato completamente, smette in parte di essere un incubo e diventa un problema da risolvere. Possiamo comprenderne l’origine, le regole, le motivazioni e magari persino prevederne il comportamento. L’ignoto diventa noto e, con esso, una parte della paura svanisce.

È questo che King intende quando parla di spiegazioni antitetiche alla poesia del terrore: spiegare significa razionalizzare, mentre l’orrore più profondo nasce dall’irrazionale.

Una creatura indefinita che intravediamo nell’oscurità può essere infinitamente più inquietante di un mostro mostrato chiaramente. Un rumore proveniente da una stanza vuota può terrorizzarci più della scoperta di ciò che lo ha provocato. Una presenza che non comprendiamo lascia alla nostra immaginazione la possibilità di costruire qualcosa di molto più spaventoso della realtà.

Ed è qui che entra in gioco la “poesia”.

La poesia non dice necessariamente tutto: suggerisce, evoca, lascia spazio all’interpretazione. Allo stesso modo, il grande horror non riempie ogni spazio vuoto, ma ci invita a farlo con le nostre paure. È una collaborazione tra l’opera e chi la vive.

Alan Wake II, il titolo che più di ogni altro mi ha spinto a riflettere sui concetti di incubo e ragione, è un esempio particolarmente efficace: più che fornire risposte, spesso moltiplica le domande, sovrappone realtà e finzione, sogno e memoria, lasciandoci nella condizione scomoda di voler razionalizzare qualcosa che sembra costruito proprio per sfuggire alla razionalità.

In fondo, spiegare l’orrore significa renderlo comprensibile; evocarlo significa lasciarlo vivere dentro di noi.

Ed è forse questa la vera poesia del terrore: non ciò che l’autore riesce a mostrarci, ma ciò che riesce a farci immaginare quando smette di mostrarci qualcosa.