Hype da Next-gen

Ok, non è una novità: questo è il periodo dell’anno storicamente più “fiacco” dal punto di vista videoludico. Se poi ci aggiungiamo il fatto che le console old-gen sono di fatto arrivate a fine ciclo e le nuove non ingranano per mancanza oggettiva di titoli – e delle console stesse – ci troviamo in una fase di stallo che, da un lato, ci consente di recuperare magari qualche titolo già uscito che non siamo riusciti a goderci per mancanza di tempo o interesse, dall’altro ci solletica a fantasticare su quello che vorremmo vedere girare sui nuovi hardware.

Tralasciando il discorso dei “remake” che si spera non diventino un’abitudine, triste specchio di mancanza di idee originali sul tema, la nuova generazione sarà destinata ad essere ricordata come quella dei sequel lungamente attesi. Certo, di nuove IP ne vedremo, ma non saranno poi così tante, con buona pace di noi videogiocatori; e mi sento pure di comprenderlo. La questione è molto semplice: ideare, sviluppare e produrre un videogioco tripla A oggi è un investimento da non sottovalutare, in termini di tempi, costi e risorse; se pensiamo che un titolo come The Last of Us: Parte 2 ha richiesto oltre 2000 sviluppatori, la collaborazione di ben 13 studi di sviluppo ed è costato la cifra capogiro di 500 milioni di dollari – di fatto come una produzione cinematografica di alto livello – ecco che la risposta all’ipotizzata assenza di nuove IP è ben servita. Avventurarsi in territori inesplorati, col rischio di non catturare una vasta fetta di utenza, di non generare il giusto appeal e, soprattutto, di non coprire i costi di produzione richiesti, è una strada oltremodo pericolosa che sempre meno aziende vorranno percorrere; anche perché, diciamocelo, non tutti i giochi tripla A sono destinati a vincere 280 premi e a stracciare ogni record di vendite, come il già citato capolavoro di Naughty Dog.

Ecco quindi che lo sviluppo di sequel di quei titoli che già sono entrati nel cuore di milioni di appassionati sarà la strada maestra, la stella polare di questa nuova generazione; asset, storie e personaggi già sviluppati, pronti per essere ulteriormente approfonditi e con nuove dinamiche da introdurre, sfruttando le promesse e le meraviglie di motori grafici come l’Unreal Engine 5, delle cui vere potenzialità solo tra qualche anno potremo parlarne con cognizione di causa.

Ma quindi, quali sono i miei sequel più attesi di questa next-gen? Mi sono divertito a stilare una breve classifica in ordine personale di hype; in realtà è poco più di un podio esteso, i 5 titoli che aspetto con più ansia e trepidazione di giocare sulle nuove piattaforme. Pochi titoli, ma dannatamente buoni. Almeno si spera.


5. Ghost of Tsushima 2

L’ultima esclusiva per PS4 ha sicuramente lasciato un segno, in positivo e in negativo. Da un lato, infatti, ci siamo ritrovati tra le mani il classico open world 1.0, con le sue dinamiche di gameplay consolidate negli anni e che sanno di già visto, l’ormai stantia struttura narrativa scomposta tra missioni principali e secondarie, ripetitive e stancanti sul breve periodo, al netto di qualche guizzo interessante. Dall’altro lato tuttavia, quasi inaspettatamente, dobbiamo riconoscere la passione con cui i ragazzi di Sucker Punch hanno reso omaggio al Giappone, alla sua cultura e alla sua storia. E non stiamo parlando di una storia dal respiro epico – che, anzi, gradiremmo avere in un possibile quanto sperato sequel – ma della cura riposta nei piccoli dettagli, in quei elementi secondari e minimali che però contribuiscono a catturare il videogiocatore e ad immergerlo nel mondo pensato dagli sviluppatori.

Partire al galoppo mentre il vento accarezza gli steli d’erba in un turbinio di foglie nell’aria, duellare al tramonto in un tripudio di colori, rilassarsi e comporre haiku mentre si osserva la natura, Ghost of Tsushima è realizzato con un amore e un rispetto verso la cultura nipponica ammirevoli. Per non parlare del combat system; anzi, ne parliamo, perché se c’è un elemento in cui Ghost of Tsushima eccelle veramente è proprio il sistema di combattimento. Presentato come un evoluzione dell’ormai abusato e inflazionato “freeflow” che ha reso celebri i vari Batman Arkham e derivati, è in realtà molto più profondo e sfaccettato di quanto possa apparire a primo acchito, e per comprenderlo a pieno nelle sue molteplici dinamiche e opportunità bisogna provarlo e metabolizzarlo. Il risultato è che non ci si stanca mai di combattere in Ghost of Tsushima: sebbene il gioco offra anche tutta una serie di abilità per approcci stealth, si è portati ad ignorarli totalmente per gettarsi nella mischia ogni volta che si ha l’occasione. Il combat system è sicuramente il pilastro attorno al quale costruire il secondo capitolo, così come una direzione artistica che regala scorci e momenti indimenticabili in giro per l’isola.

Dunque, cosa vorremmo vedere migliorato in un ipotetico sequel? Di certo la storia, e non necessariamente un racconto di ampio respiro o di gesta per forza epiche, quanto piuttosto una narrazione meno lineare e che riesca magari ad entrare più in profondità nei personaggi, indagando le loro personalità e i loro contrasti interiori. Salviamo i racconti mitici, di gran lunga i più interessanti a livello di varietà e impreziositi da duelli finali memorabili, e che spero siano riproposti magari ancora più elaborati e in qualche modo centrali ai fini della storia principale; di certo, le missioni secondarie vanno necessariamente riviste. Troppe missioni, tutte dannatamente uguali nel loro approccio e svolgimento, il loro sviluppo merita una riflessione attenta: titoli come The Witcher 3: Wild Hunt dettano la via da seguire, perché spesso sono proprio le side-quest secondarie a trasformare un buon prodotto in un’esperienza totalizzante e indimenticabile.

E poi c’è la colonna sonora, così assente nel primo capitolo da risultare quasi assordante; con così tanta passione riversata nei piccoli dettagli, è un peccato non aver sfruttato l’occasione di rendere ancora più immersa l’esperienza di Ghost of Tsushima dal punto di vista audio così come da quello visivo, magari con musiche a tema del periodo storico e proprie della cultura e del folklore nipponico, incalzanti o rilassanti a seconda del momento giusto di gameplay.

In fondo non c’è così tanto da stravolgere; partendo dalle buone basi citate e rinnovando una struttura ormai obsoleta adattandola agli standard attuali, sono convinto che si possa tirare fuori un grande sequel, un secondo capitolo in grado di appassionare un pubblico ancora più ampio, fidelizzando chi già ha amato il primo e catturando chi ancora non gli ha dato una possibilità.


4. God of War: Ragnarok

Quando uscirà God of War : Ragnarok? Quando sarà pronto.” Con poche e taglienti parole affidate ad un tweet Cory Barlog, il game director di Santa Monica Studio, risponde all’enorme hype circolante da tempo in rete circa la data di uscita del sequel di God of War, generandone inevitabilmente altrettanto. E non che ce ne fosse bisogno, l’attesa per il sequel delle avventure di Kratos e del figlio Atreus è già alle stelle, sin dall’epilogo del primo capitolo, con quello spezzone di filmato inserito inaspettatamente dopo i titoli di coda che ha di fatto introdotto l’incipit del secondo capitolo.

La bravura innegabile di Santa Monica è stata rinnovare una serie storica e acclamata per Playstation; abbandonando l’Antica Grecia e abbracciando la mitologia norrena, God of War è stato un meraviglioso punto di ripartenza per la saga, l’epico viaggio di padre e figlio attraverso il regno di Midgard e non solo, che ha visto rinsaldare il legame tra i due e riaffiorare segreti di un passato mai definitivamente lasciato alle spalle dal protagonista Kratos. Tecnicamente eccelso e con una direzione artistica magistrale, God of War è stato un tripudio visivo, dalle ambientazioni agli scontri più concitati, il cuore pulsante di tutta l’esperienza; ecco quindi che il solo pensare a cosa potremo ammirare su Playstation 5 rende l’attesa così spasmodica. Come riusciranno gli sviluppatori a migliorare ulteriormente un sistema di combattimento così dannatamente appagante quanto spaccamascella dal punto di vista scenografico? Ho già l’acquolina in bocca.

Ma cosa sappiamo di questo sequel? Non ci resta che raccogliere i pochi indizi che abbiamo in mano e fare delle speculazioni sull’argomento. La morte di Baldur, avvenuta nelle battute finali del primo God of War, segna inevitabilmente l’approcciarsi del Ragnarok, e mai come adesso il futuro di padre e figlio si fa incerto. L’indimenticabile epilogo ci ha mostrato una delle rappresentazioni degli Jotnar in cui Atreus tiene in braccio il padre, apparentemente morto. In uno dei momenti più commoventi di God of War, Atreus chiede a Kratos se il destino degli dei sia quello di uccidere i propri padri, proprio come era accaduto allo spartano: Kratos gli risponde che loro due dovranno essere migliori. Sarà davvero così, o il Ragnarok segnerà la fine del protagonista storico della serie? Di certo lo scopriremo. Così come scopriremo il ruolo di Thor e Odino, figure centrali nella mitologia norrena, destinate a rivestire un ruolo chiave in questo nuovo capitolo.

Che altro aggiungere, se non che God of War: Ragnarok è in assoluto uno dei titoli più attesi di questa generazione. Annunciato per il 2021, forse dovremo attenderlo ancora un pò, ma in fondo va bene così: alla fine, come ha sottolineato il buon Cory, uscirà quando sarà pronto.


3. Bloodborne 2

Con buona pace di The Last of Us: Parte 2 – titolo di una grandezza irraggiungibile e che non ho mancato di elogiare a lungo tra queste pagine – se dovessi indicare l’esclusiva Playstation della passata generazione che imho ha lasciato il segno più profondo e indelebile, questa sarebbe senza ombra di dubbio Bloodborne.

Bloodborne è il gioco che mi è rimasto più nel cuore, è quello a cui sono più affezionato e che mi ha segnato di più perchè credo di averlo realizzato nel modo in cui volevo che venisse fatto

Hidetaka Miyazaki

E come non condividere queste parole. Affascinante quanto spietato, l’universo gotico e lovecraftiano sviluppato da From Software e dal genio creativo di Hidetaka Miyazaki ha catturato l’attenzione di milioni di videogiocatori, per le sue atmosfere e per la cupa bellezza della sua lore, regalandoci alcune delle boss fight più maestose e difficili mai concepite in un soulslike. Per chi non ne avesse avuto il piacere, il contesto è presto illustrato: Bloodborne catapulta il videogiocatore a Yharnam, un’antichissima città afflitta da una misteriosa malattia del sangue; le vicende si svolgono durante la “notte della caccia” e, nei panni di uno sconosciuto cacciatore, si devono affrontare bestie e mostruosità di ogni tipo, nel tentativo di trovare una cura e fermare la piaga.

Tanto è stato svelato, e tanto ancora c’è da scoprire e approfondire; pensiamo, ad esempio, ai Dungeon del Calice o a tutto il filone dei primi cacciatori, da Ludwig a Gherman, per non parlare delle antiche linee di sangue di cui non oso spoilerare nulla; c’è ancora un mondo da approfondire negli eventi passati, e tanti scenari possibili futuri rispetto alla linea temporale del primo – e al momento unico – capitolo. Un ipotetico sequel viene continuamente tirato in ballo dagli appassionati di ogni parte del globo, che sperano nella magnanimità di From Software e di poter tornare prima o poi ad aggirarsi tra gli oscuri vicoli di Yharnam e dintorni. Attualmente lo studio è incentrato sul suo prossimo gioco, ovvero Elden Ring, di cui sappiamo ancora poco, se non che vede la collaborazione del padre de Il Trono di Spade, George R.R. Martin.

Di sicuro Elden Ring, anche alla luce delle recenti novità, vedrà presto la la luce ma spero vivamente che nell’ombra, sotto traccia, From Software abbia realmente iniziato a ragionare su un possibile sequel di quello che reputo un vero e proprio spartiacque per la generazione dei soulslike; un titolo che ha saputo attingere da quanto di buono fatto con Demon’s Souls e la trilogia di Dark Souls, ma che ha avuto al tempo stesso il coraggio di cambiarne le dinamiche, soprattutto in riferimento al combat system, velocizzandolo e aprendo il gameplay a nuovi scenari e difficoltà e, come naturale conseguenza di sviluppo, ha portato a quel capolavoro che risponde al nome di Sekiro: Shadow Die Twice.

Un sequel magari multipiattaforma, così che ancora più utenti possano abbracciare e godere delle bellezze di una lore così oscura quanto affascinante, di un mondo tanto solenne quanto spietato. E non tornare più indietro, perché una volta che il siero di Bloodborne ti entra dentro è impossibile farne a meno.


2. The Elder Scrolls VI

Se dovessi pensare al videogioco che mi ha tenuto più tempo incollato davanti allo schermo, che mi ha sfidato ad esplorarne ogni singolo anfratto, ad unirmi alle sue gilde e a perdermi nelle sue sconfinate lande e side quest, il nome che risuona altisonante nella mia mente è uno e uno soltanto: The Elder Scrolls V: Skyrim. Solo Dio sa quanto tempo ho cavalcato per le lande innevate del quinto capitolo di TES, interi pomeriggi passati alla segheria di Riverwood a spaccare legna per racimolare qualche septim in più per migliorare il mio equipaggiamento di base; ed era solo l’inizio del gioco o, meglio ancora, di un’avventura che mi ha catturato e risucchiato come nessun altro titolo aveva mai fatto prima e nessuno – ne sono quasi certo, e chi ce l’ha più così tanto tempo libero! – farà mai più in futuro.

Anche se non si sa praticamente nulla a riguardo, The Elder Scrolls 6 è uno dei titoli più attesi di questa generazione; le uniche indicazioni al momento sono un teaser molto vago di Bethesda durante l’E3 del 2018, e un recente tweet di fine anno della stessa software house: l’immagine di una mappa, tre candele e le seguenti parole: “Trascrivi il passato e mappa il futuro. Un felice anno nuovo!”.

Tanto è bastato per far partire al galoppo speculazioni di ogni tipo e riaccendere i riflettori dell’hype su una delle saghe fantasy più celebri e acclamate della storia videoludica. Alcuni si sono avventurati persino sbilanciandosi sull’ipotetica ambientazione del sesto capitolo, ovvero la regione di Hammerfell, landa occidentale e patria dei Redguard, confinante con la già citata Skyrim, protagonista dell’ultimo capitolo. Le aspre montagne e l’estesa zona costiera hanno dato spazio all’immaginazione dei più, e non poteva essere altrimenti; naturalmente, stiamo parlando di semplici e ipotetici indizi, ma solo l’idea di poter calcare di nuovo le terre di Tamriel è un sogno ad occhi aperti.

Di recente, come è noto, Bethesda è stata acquisita da Microsoft, pertanto una cosa è certa: se e quando uscirà il sesto capitolo, di sicurò questo sarà disponibile su Game Pass al day one. M la vera domanda è: TES VI resterà un’esclusiva PC e Xbox o anche gli utenti Sony potranno goderne delle sue – si spera – meraviglie? Solo il tempo potrà dircelo, quello che possiamo fare noi comuni mortali è attendere con ansia ulteriori aggiornamenti al riguardo, con un pizzico di speranza e di fiducia: in fondo, nelle vaste e misteriose lande di Tamriel c’è posto per tutti, ed è giusto che sia così.


1. GTA VI

Solo a pronunciarne il nome mi vengono i brividi e la pelle d’oca: GTA VI.

Solo chi si è perso almeno una volta nella vita nei mondi creati da Rockstar Games può comprenderne il motivo; Grand Theft Auto è IL VIDEOGIOCO per antonomasia, un enorme-sconfinato-delirante-fuori di testa sandbox di contenuti capace di incollare davanti allo schermo per un numero di ore a tripla cifra senza mai annoiare veramente.

Due sono le milestone temporali dalle quali ripartire: la prima nel 2013, con GTA V e i suoi tre, indimenticabili protagonisti, quando Rockstar ha cambiato le regole del gioco, offrendo un’esperienza di gioco open-world al cubo, con sterminate possibilità di approccio e divertimento; la seconda nel 2018, con Red Dead Redemption 2, il capolavoro con cui l’azienda statunitense ha di fatto reinventato il concetto di open world, regalando al mondo videoludico un titolo inattaccabile da ogni punto di vista, grafico e narrativo, un videogioco capace di eccellere sotto ogni aspetto e di settare nuovi standard per il genere e per l’industria.

Ecco quindi che la parola GTA VI non si può liquidare con della semplice “acquolina in bocca”, ma stiamo parlando di una vera e propria scarica di adrenalina; basti solo pensare ad una geniale fusione dei due titoli sopra citati con le potenzialità offerte dai nuovi hardware in termini di prestazioni e potenza di calcolo…brividi e pelle d’oca, appunto! Rockstar ci ha da sempre abituato ad alzare l’asticella, quindi è possibile attendersi, accanto alle meccaniche più tradizionali della saga, l’aggiunta di tutta una serie di novità che serviranno a svecchiare quello che è sempre stato un brand che ha saputo innovarsi gioco dopo gioco. Pensiamo ad esempio a una o più città “vive”, dinamiche e in costante mutamento al susseguirsi degli eventi principali e – perché no – a seguito delle nostre azioni; o magari una virata decisa verso dinamiche da RPG, con personaggi capaci di evolversi, approcciare carriere diverse e relazionarsi con altri NPC, sullo sfondo di una comunità attiva e sempre più social. il già citato RDR 2 ha insegnato che anche in un open-world si può inserire una trama complessa e sfaccettata, supportata da comprimari che non sono dei meri personaggi scriptati, ma che partecipano attivamente alla nostra avventura e subiscono le conseguenze delle nostre azioni, nel bene e nel male; e se questo è stato possibile farlo nel vecchio west, immaginate cosa si possa prevedere nel contesto del 21° secolo, con tutte le possibilità offerte dalla società attuale. Non esiste confine all’immaginazione, e di certo non esiste limite alla creatività dei ragazzi di Rockstar.

Quando uscirà il sesto GTA e, sopratutto, dove sarà ambientato? Questa è la risposta dell’anno, si spera. Entro il 2021 è atteso l’annuncio, se non con una data precisa almeno con una finestra temporale di lancio più o meno ampia. Di certo, sviluppare un colosso del genere richiede anni di sviluppo e risorse ingenti, per GTA V ci sono voluti quasi cinque anni, e se pensiamo che Rockstar ha lavorato fino al 2018 a RDR2 i conti sono presto che fatti. Ma lungi da me – e penso dalla community – mettere fretta al team di sviluppo: stiamo parlando di un nuovo capitolo di GTA, di un titolo capace di intrattenere per quasi un decennio, basti pensare ai numeri odierni ancora macinati del predecessore. Che si prendano tutto il tempo necessario, davvero; perché mai come stavolta stiamo già godendo al solo pensiero di averlo prima o poi tra le nostre mani, mai come stavolta l’attesa del piacere è davvero essa stessa il piacere.

La generazione di PS4

La generazione di PlayStation 4 e 4 Pro sta volgendo ormai al termine, dopo una lunga cavalcata di 7 sette anni iniziata in quel lontano novembre del 2013.

La nuova generazione, la cosiddetta “next-gen”, è ormai realtà anche se, ad oggi, sono davvero pochi i fortunati possessori delle nuove console, PS5 e Xbox Serie X ed S, praticamente introvabili nell’immediato. Ma non c’è fretta, anche perché per vedere i primi veri giochi next-gen, sviluppati specificatamente per spingere al massimo i nuovi hardware, dovremo aspettare almeno un anno, forse anche di più. Quindi, nell’attesa, è bene godersi fino alla fine le nostre care, vecchie console e approfittarne, magari, per recuperare quei titoli che non abbiamo potuto giocare, per mancanza di tempo o fiducia. E quale periodo migliore se non quello delle imminenti festività natalizie.

Ho deciso quindi di portare in questo blog la mia “personale” classifica dei migliori 10 giochi per PS4 e PS4 Pro, titoli dal mio modesto punto di vista imprescindibili per ogni possessore della console di casa Sony. Non è stato facile selezionarne dieci, alcuni sono rimasti inevitabilmente fuori, e spero me lo perdonerete, altri si trovano così in basso nella classifica che me ne sono stupito io stesso rileggendola.

Ma le classifiche esistono a questo, a sentenziare tra i migliori chi sia il migliore. Pertanto, senza ulteriori indugi, di seguito la mia personale Top 10 per PlayStation 4.


10. Ghost of Tsushima

Come una folata di vento prima della next-gen, così è arrivato Ghost of Tsushima, ultima esclusiva Sony per PlayStation 4. Un gioco non senza difetti, e con qualche dinamica ormai invecchiata che sa di già visto, ma anche con grandi pregi, tra tutti quello di essere incredibilmente suggestivo.

Partire al galoppo mentre il vento accarezza gli steli l’erba in un turbinio di foglie nell’aria, duellare al tramonto in un tripudio di colori, rilassarsi e comporre haiku mentre si osserva la natura; Ghost of Tsushima è realizzato con un amore e un rispetto verso la cultura nipponica ammirevoli. Al netto di qualche imperfezione, il sistema di combattimento è uno dei migliori visti in questa generazione, a patto di saperlo padroneggiare a dovere; con i suoi quattro stili diversi, e la possibilità di seguire la via del Samurai o quella del Spettro, gli scontri sono tecnici e coreografici, ma soprattutto appaganti. Combattere è davvero bello, in Ghost of Tsushima.

Un gioco da recuperare se non l’avete ancora provato, titolo imprescindibile per gli amanti della cultura giapponese e del cinema di Kurosawa, a cui è dedicata un’intera modalità di gioco in bianco e nero.


9. Horizon: Zero Dawn

Le esclusive sono da sempre la marcia in più di PlayStation, e questa generazione ce ne ha regalate di indimenticabili. Tra queste, Horizon: Zero Dawn è una delle più riuscite, una ventata d’aria fresca in un mondo dove troppo spesso si tende ad abusare di vecchie idee stantie. E non c’è proprio niente di già visto nell’opera di Guerrilla Games: una storia coinvolgente e per nulla scontata, una mitologia inedita, un vasto open world da esplorare con le sue giungle, canyon, cime innevate e distese erbose che celano, ma non nascondono, i resti di quella che era una volta la civiltà.

E poi ci sono loro, le macchine. Combattere contro queste creature di acciaio è davvero qualcosa di mai visto prima, dalle dinamiche di approccio alle tecniche da mettere in campo per avere la meglio, ogni scontro è una soddisfazione unica, nonché una gioia per gli occhi. Perché il mondo Horizon: Zero Dawn è tecnicamente ineccepibile, regala un colpo d’occhio e panorami mozzafiato, con un ciclo giorno-notte tra i più belli visti in un open world di queste dimensioni.

Sono passati ormai quasi quattro anni dalla sua uscita, eppure Horizon: Zero Dawn non è invecchiato di un giorno. Una pietra miliare nella storia di PlayStation 4.


8. Uncharted 4: A Thief’s End

Le avventure di Nathan Drake giungono al termine e lo fanno con un quarto capitolo straordinario. Uncharted 4: A Thief’s End è un titolo adrenalinico e appassionante, la conclusione perfetta per una delle saghe simbolo di PlayStation.

Ricordo ancora il trailer presentato all’E3 2015 che lasciò tutti a bocca aperta, un pazzesco inseguimento in jeep per le vie e i mercati di una cittadina del Madagascar, un’estasi di grafica e meccaniche di gameplay mai viste prime; il primo vero titolo riuscito a spremere a fondo l’hardware Sony e a mostrarne le reali potenzialità.

Tuttavia, una grafica sbalorditiva da sola non basta per gridare al capolavoro, se non supportata a dovere da una trama altrettanto potente. E in questo, i ragazzi di Naughty Dog sono dei maestri. La loro capacità nel raccontare storie coinvolgenti è unica, come l’abilità nel caratterizzare personaggi profondi e al tempo stesso autoironici, con un uso sapiente della narrazione non cronologica degli eventi che ne esalta la potenza comunicativa e il ritmo dell’azione.

Uncharted 4: A Thief’s End è un titolo imprescindibile ancora oggi, da recuperare insieme ai suoi predecessori e allo spin-off “L’Eredità Perduta” pubblicato nel 2017, con i quali va a comporre una delle avventure videoludiche più belle di sempre.


7. God of War

L’epopea di Kratos abbraccia la mitologia norrena e ci regala un nuovo, meraviglioso punto di ripartenza per la saga di God of War. La morte della compagna di Kratos e le sue ultime volontà, quelle di cospargere le sue ceneri dalla vetta più alta dei nove regni, sono il pretesto per l’inizio di un viaggio epico che condurrà padre e figlio ad attraversare il regno di Midgard e non solo, un viaggio che vedrà rinsaldare il legame tra i due e riaffiorare segreti di un passato mai definitivamente lasciato alle spalle.

Èd è proprio il legame tra Kratos e Atreus il vero fulcro attorno al quale ruota God of War, dalla storia principale con i suoi momenti toccanti e indimenticabili, alle meccaniche di gameplay. Tecnicamente eccelso e con una direzione artistica magistrale, God of War è un tripudio visivo, grazie ad un uso sapiente delle inquadrature e dei primi piani, una gestione della telecamera che non mostra mai debolezze, nemmeno durante gli scontri più concitati, il cuore pulsante di tutta l’esperienza.

La verità è che in God of War non ci si stanca mai di combattere, tante sono le skill e le abilità speciali sbloccabili nel proseguo dell’avventura; incatenando le combo giuste, si riesce a dar vita a degli scontri devastanti e altamente scenografici, nonché dannatamente appaganti grazie ad un feedback dei colpi mai così realistico e preciso.

Preparatevi, perché la furia di Kratos non si è ancora placata!


6. Red Dead Redemption 2

Come dite? Posizionare Red Dead Redemption 2 al sesto posto è un sacrilegio? Si, sono d’accordo. L’ultimo capolavoro Rockstar è l’open world simbolo di questa generazione, nonché il metro di paragone con cui ogni produzione analoga del futuro dovrà inevitabilmente confrontarsi. Ma qui si parla di opinioni e sensazioni personali provate durante il gameplay dei singoli titoli, e quelli che stanno sopra hanno evidentemente lasciato un segno, anche impercettibile, in più.

Sia chiaro, Red Dead Redemption 2 è un gioco titanico, con una main quest matura e coinvolgente, e un mappa liberamente esplorabile e strabordante di attività. La sola sfida legata alla “caccia”, totalmente opzionale e trascurabile per giungere ai titoli di coda, sarebbe potuta entrare in un DLC dedicato, senza sfigurare. E questo è solo un esempio: il mondo western messo in piedi da Rockstar è gigantesco e sfaccettato, un enorme sandbox di contenuti in grado di regalare ore di divertimento senza mai annoiare.

Se dovessi descrivere Red Dead Redemption 2 in una parola, sarebbe realismo: dalla fisica delle interazioni alle dinamiche di gioco, con i suoi tempi volutamente dilatati per farti assaporare ogni dettaglio, fino alla realizzazione tecnica e artistica, al momento senza eguali nel panorama videoludico.

Uno di quei giochi che, fino che possederò una PlayStation, sarà sempre installato nel mio hard disk.


5. Bloodborne

Atmosfere gotiche e stile lovecraftiano, l’universo di Bloodborne è tanto affascinante quanto spietato. La saga dei “soulslike” si arricchisce nel 2015 di un nuovo, straordinario capitolo, destinato a tormentarci per le notti e giorni a venire. L’esclusiva Playstation targata From Software e Hidetaka Miyazaki ci catapulta a Yharnam, un’antichissima città afflitta da una misteriosa malattia del sangue; le vicende si svolgono durante la “notte della caccia” e, nei panni di uno sconosciuto cacciatore, dovremo affrontare bestie e mostruosità di ogni tipo, nel tentativo di trovare una cura e fermare la piaga.

Bloodborne non è un gioco per tutti, è violento e impietoso; nelle prime fasi malediremo il giorno in cui abbiamo deciso di installarlo sulla nostra console. Tuttavia, con pazienza e perseveranza, avanzeremo lentamente nella lore di Bloodborne, riuscendo a coglierne l’insita e crudele bellezza. E realizzando, quando ormai sarà troppo tardi, di non poterne più fare a meno.

Sta proprio qui la vera grandezza di Bloodborne e, più in generale, del genere soulslike, che personalmente amo alla follia e che ha ispirato questo blog, a partire dal titolo. Un genere che non ti prende mai per mano ma ti abbandona a te stesso, in cui per avanzare sai di poter fare affidamento solo sulle tue abilità e riflessi, che ti mette alla prova e spinge costantemente a migliorarti. E, fidatevi, le soddisfazioni che regala anche il più piccolo successo non impagabili e uniche nel panorama videoludico moderno.


4. Death Stranding

Rileggendo la classifica, devo ammetterlo: mi sono stupito io stesso di aver inserito Death Stranding “soltanto” al quarto posto. L’ultima opera di Hideo Kojima è un capolavoro incompreso, certo non un gioco per tutti, o lo si ama o lo si odia. Per quanto mi riguarda, Death Stranding l’ho amato a dismisura, tanto da dedicargli uno speciale tra queste pagine. E se me lo avessero detto il giorno del lancio, mai ci avrei creduto.

È stato il gioco che mi ha “rubato” più tempo libero in assoluto nell’ultimo anno. L’ho giocato con calma, perché questo merita Death Stranding, di essere apprezzato e compreso poco alla volta, dalle dinamiche di gameplay ai ritmi di gioco insoliti, con le sue lunghe e indimenticabili sessioni di viaggio intervallate da altrettanto lunghe sequenze d’intermezzo dal respiro cinematografico, impreziosite dalla presenza di un cast stellare.

Death Stranding è un’esperienza totalizzante e commovente, certo con le sue regole, che vanno comprese e accettate; impone al giocatore pazienza per discernere i singoli tasselli dell’intricato mosaico, donandogli in cambio un racconto profondo, coinvolgente e sconvolgente, carico di messaggi potenti e più che mai attuali. Per una volta, possiamo mettere da parte eroi e scontri epici per riscoprire, di fronte all’inevitabile, l’importanza di unire e ricostruire legami veri con le persone accanto a noi.

Ho amato e amo tuttora Death Stranding e non posso non consigliarlo spassionatamente a chiunque, anche a chi non lo ha mai preso in considerazione. Fatevi un regalo e dategli una chance, non ve ne pentirete.


3. Sekiro: Shadows Die Twice

Ancora From Software nella parte alta della classifica, e per quanto mi riguarda non potrebbe essere altrimenti. Nominato Gioco dell’Anno ai Game Awards 2019, Sekiro: Shadows Die Twice è l’ultima fatica in ordine cronologico di From Software. Un gioco che riassume ed esalta tutta l’esperienza maturata dal genio creativo di Miyazaki con il genere “soulslike”, alzando se possibile ancora un pò l’asticella della difficoltà. Il titolo From Software ci protetta nel Giappone del periodo Sengoku, nei panni di Sekiro, letteralmente il “lupo senza un braccio”, shinobi caduto in disgrazia con il quale dovremo intraprendere un viaggio di riscatto e redenzione.

Sekiro: Shadows Die Twice è un’esperienza travolgente dal punto di vista artistico e di gameplay, con un combat system che rappresenta l’evoluzione finale e decisamente la migliore di un percorso iniziato con Demon’s Souls, proseguito con i vari Dark Souls e ulteriormente raffinato con Bloodborne.

Sekiro: Shadows Die Twice è un gioco bellissimo, ma incredibilmente punitivo. Alcuni non esitano a definirlo il gioco più difficile mai creato da From Software e Miyazaki, e mi sento di confermarlo; giungere ai titoli di coda sarà un privilegio per pochi, soltanto per chi sarà disposto ad abbandonarsi al gioco completamente, ad imparare da ogni singolo errore e ambire a padroneggiare alla perfezione l’arte del combattimento, tecnicamente inattaccabile, sviluppata da From Software.

Sekiro: Shadows Die Twice è uno dei giochi più belli e difficili di sempre, un capolavoro di stile e ferocia unico e irripetibile.


2. The Last of Us: Part 2

Gettare via il DualShock e rifiutarsi di proseguire una sequenza d’azione, seppur digitale, ma che va contro ogni nostro principio morale, realizzando che, forse, ciò che abbiamo tra le mani va ben oltre il concetto di prodotto videoludico. Chi vi scrive ha provato esattamente questo durante l’ultima avventura di Ellie e Joel, lasciati nel lontano 2013 con quella scena potente, tanto un videogioco aveva osato sfidarci come nessuno prima d’ora. 

Ora il proseguo e la conclusione di quell’avventura iniziata sette anni fa, e se il primo capitolo ci ha fatto innamorare per poi scherzare con i nostri sentimenti, la seconda parte ci prende letteralmente a pugni, mette in discussione tutte le nostre certezze e ci scaraventa ancor più in profondità in quel mondo post-pandemico dove non esistono più scelte giuste o sbagliate, ma soltanto decisioni e relative conseguenze, il cui peso lo porteremo con noi sino alla fine dell’avventura.

Vincitore di ben 7 riconoscimenti ai recenti Game Awards 2020, tra cui quello di Gioco dell’Anno, The Last of Us: Parte 2 è un capolavoro indiscutibile, forse la punta più elevata mai raggiunta dall’industria videoludica in termini di coinvolgimento, narrativa, scrittura di una storia profonda, a tratti spiazzante, che ha ben poco da invidiare alle migliori produzioni cinematografiche.

Vivere la stessa storia da due prospettive diverse, emozionarci e vivere il paradosso delle nostre emozioni, spingersi oltre per poi capire che, forse, era meglio fermarsi prima, il commiato di Naughty Dog a PS4 è un’esperienza che tutti meritiamo di provare almeno una volta nella vita.


1. The Witcher 3: Wild Hunt

Se ho avuto più di un’indecisione sulle posizioni precedenti, non ho mai dubitato su chi dovesse occupare il gradino più alto del podio. The Witcher 3: Wild Hunt è indiscutibilmente il gioco più bello di questa generazione, forse di sempre.

Una saga iniziata nel 2007, con il primo capitolo uscito solo per PC e che ho amato alla follia, l’epico viaggio del witcher Geralt di Rivia giunge al termine e lo fa con un epilogo straordinario. CD Projekt Red, attingendo a piene mani dai racconti dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski, recentemente tornati alla ribalta anche grazie alla serie uscita su Netflix, è riuscita a creare un open world maestoso, sia in termini estetici che di contenuti.

The Witcher 3: Wild Hunt trasuda epicità da ogni pixel, dalla trama principale alle quest secondarie, dalla caccia ai mostri agli incarichi più goliardici, le missioni sono varie e profonde come mai viste prima d’ora in un videogioco. Una cura maniacale per i dettagli, dalle maestose fortezze al più piccolo dei villaggi sperduti nelle campagne, per non parlare della caratterizzazione dei personaggi secondari che ci accompagnano nel corso dell’avventura, semplicemente indimenticabili.

Racconti di sovrani e maghe, storie d’amore e maledizioni da spezzare, duelli all’arma bianca, incarichi da Witcher appesi alle bacheche delle locande di ogni villaggio, il Gwent. Descrivere in poche righe tutto quello che il gioco ha da offrire è praticamente impossibile. E non è necessario, perché basta cavalcare con Geralt in un bosco sotto il tocco di una pioggia leggera e il soffio del vento tra gli alberi, per capire che The Witcher 3: Wild Hunt è e resterà uno dei più grandi RPG di tutti i tempi. Indimenticabile.


E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con questa classifica? Fatelo sapere nei commenti.

Grazie e alla prossima!